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UN TABLET PER ILLUMINARE QUESTE GIORNATE BUIE DEI RICOVERATI

tablet-ospedali-1024x683C’è, simbolicamente, un ultimo pezzetto di puzzle che manca nell’intero quadro della solidarietà in questo tempo di lotta al Coronavirus.

Quello verso pazienti ricoverati e isolati in Ospedale

A quello verso le infermiere con le “Pizze sospese” si è aggiunto quello all’Ospedale con la raccolta fondi per i macchinari.

Ora potrebbe essere il tempo dei ricoverati.
Coloro che il virus colpisce più duramente.
Un virus che li debilita e isola, fin nelle relazioni. Impedendole.

Per questo, mutuando quello che sta avvenendo all’estero e in alcuni ospedali italiani, perché, se fosse utile, soprattutto ai più anziani oggi ricoverati, non donare un tablet con videochiamate, per provare, almeno in parte, a ridurre le distanze, l’isolamento lungo e forzato da familiari e conoscenti?

Un tablet che al termine della degenza resta in prestito a un altro paziente per poi, quando finalmente questo tempo di contagio sarà finito, esser donato alle scuole della Città o usato per il monitoraggio a distanza delle persone anziane sole da parte degli Enti pubblici?

Oggi ci son facili tablet a poche decine di €

Mi permetto di indirizzare in primis questa lettera aperta, per valutarne innanzitutto la fattibilità con l’ospedale e le Rsa, i promotori di #AMICIDILECCO che a Natale han illuminato come non mai la nostra Città.

Per farsi nuovamente prima promotrice, per dare un’ulteriore luce e illuminare virtualmente e concretamente queste giornate così certamente buie e grigie a chi oggi ricoverato in un letto di ospedale è isolato dalla Città e soprattutto dai suoi affetti lontani

REGOLE CASA E PRIMAVERA

FB_IMG_15852178628173733Ce lo stanno dicendo in tutte le lingue e modi.
E fa nulla se l’han detto in ritardo, a piccoli passi, minimizzando prima e dicendoci di #usciamodicasa a fare gli aperitivi disubbidienti o che cazzo.

Ora ce lo stan dicendo in tutte le lingue e modi
State a casa a rompervi il cazzo ma non rompere il cazzo. Punto.

Seguite 2norme igieniche 2 (distanza di 1 metro e lavarsi le mani spesso. Così? Ancora di più). Qui si muore che nemmeno in guerra. Qui non si riesce a curare quasi più nessuno, figuriamoci a salvarli. A curarvi e a salvarvi.  A curarti e a salvarti.

Servono, inizialmente, due settimane. 13 giorni. Uno è già passato metà. Stiamo a casa a romperci il cazzo ma non rompiamo il cazzo. Punto. Perché altrimenti non possono venirti a prendere nemmeno quando stai per morire soffocato.

Poi Conte, Fontana, Salvini, Confindustria, Formigoni, qualche direttore di giornale, più di un ristoratore locale, qualche evasore che fa beneficenza con i nostri soldi, ci sarà tempo, tutto il tempo per chiedergli conto e per mettere a somma.
Oggi andiamo avanti, rispettiamo quello che ci stanno dicendo in tutte le lingue e modi, e segniamo tutto.

La primavera o la facciamo arrivare noi, o non arriva.

PIZZE SOSPESE X IL PS: COME IL BACIO DELLA MAMMA SULLA BUA DEL BIMBO

PIZZADa settimane è attiva la campagna “Pizze sospese per il Pronto Soccorso”.  Sta funzionando.
Tantissimi cittadini, ben oltre 100, stanno donando. Oltre 250 sono le pizze consegnate. Ci si sta interponendo tra il forno e la cassa per tanti operatori sanitari che stanno dedicando anima, corpo, tempo e fatica alla cura dei pazienti.

Funziona. Tanto che diverse iniziative e gesti autonomi si stanno moltiplicando.

Per questo la portiamo ancora all’attenzione.

Quello delle “Pizze sospese al PS” che oggi è diventata anche colazioni e sushi é solo un piccolo gesto di minima restituzione di gratitudine al personale sanitario che ancora più di prima, in situazioni di difficoltà, rischio, fatica, sta lavorando per tutti noi.

La prima volta, quando una signora ha pagato le loro pizze ordinate, hanno detto che si erano commossi dal gesto. Per questo si era deciso di proseguire, di prolungare un gesto di un giorno in ogni giorno. E la campagna pizze, colazioni, sushi sospese è solo e nient’altro che questo.
È il bacio della mamma sulla bua del bimbo. Non serve a nulla ma serve a tutto.

E grazie al Ristorante SHABU, la Pizzeria RIDA, il Bar SIRIO dell’ospedale, a 1.2.3 Pronto, e agli altri che vorranno aderire possiamo continuare e ampliare l’iniziativa. Ora oltre al Personale del Pronto soccorso, raggiungiamo gli altri reparti e gli operatori della CRI San Nicolò.

Serve l’aiuto di tutto e di ognuno. Qui il link per poter donare o anche “solo” far girare e conoscere.

BASTA LASCIARE ALTRI SACCHETTI DI RISCHIO NEL BOSCO DELLE NOSTRE RELAZIONI

Questo virus ci insegna che per combatterlo,​ financo per vincerlo o anche solo non farlo vincere, bisogna partire dalla dimensione sociale della resistenza. Dal prendersi cura gli uni degli altri.

Più che mai oggi, il comportamento individuale è sociale. Ossia ha impatto su​ tutti.​ ​
Uno​ lascia​ il sacchetto​ nel bosco dopo il picnic perché è faticoso portarlo a casa? Ecco, moltiplichiamo questa scelta di menefreghismo per mille -​ come potenziale impatto – e​ ci diventa subito chiaro, che lavarci le mani ogni mezz’ora, evitare di andare in piazza a fare gli aperitivi disubbidienti,​ non affollare nessun posto, evitare di sollecitare di uscire di casa, avere appunto un’attenzione aggiuntiva​ di riguardo per i soggetti più a rischio,​ oggi e per un po’ sono comportamenti di base civili e sociali.
Basta lasciare​ altri sacchetti​ di rischio nel bosco delle nostre relazioni.
Perché​ benché siamo circondati dall’invito di quelli che ti dicono di uscire di casa per andare a spendere i tuoi soldi, di quelli che l’economia crolla e ti​ dicono, nei fatti, di non dar retta di non affidarsi ai medici, agli esperti, financo alle Ordinanze e ai Decreti delle Istituzioni ma di socializzare​ nei bar, nei ristoranti,​ possibilmente i loro, l’unica vera speranza, mentre la scienza ci chiede e ha bisogno di tempo per la ricerca, e ha bisogno di tempo, per scoprire un rimedio, sono le​ misure di prevenzione e resistenza che appartengono alla disciplina della società quelle che ci tuteleranno. Quelle che tuteleranno soprattutto i più fragili.
La cura​ del prendersi cura gli uni degli altri è la vera forma di civiltà. Oggi più che mai.
Chiunque non sia totalmente indifferente al prossimo – specie i più fragili -​ questo deve fare, anche rinunciando inizialmente a qualche incasso, a qualche comodità, anche imprecando se lo fa sentire meglio.
In altre parole, agire​ con responsabilità e riducendo i contatti sociali permette di salvare vite ed economie ben più che fare gli eroi irresponsabili con comportamenti egoisti.
A partire da queste riflessioni​ e tenendo conto​ che gli anziani,​ soprattutto in questo momento, sono i soggetti con maggiori fragilità: i​ più esposti​ non al contagio ma alle conseguenze del contagio,mi sto domandando​ ​ se non sia​utile​ organizzare​ e potenziare tramite​ ad esempio le Associazioni tipo City Angels, Auser ect, coordinate da Comuni​ e​ Parrocchie,​le consegne per le esigenze di spesa e servizi degli anziani soli o in difficoltà ancora non già raggiunti dai servizi ordinari così da evitar loro​ di costringerli a uscire o a stare in posti più promiscui anche quando​ non se la dovessero sentire?

MAURO ROSTAGNO UN UOMO MERAVIGLIOSO COME LA VERITA’

Potremmo cominciare dal fondo, dall’ultimo atto.

Da venerdì 20 marzo 2020, ore 10, a Roma, quando la Corte di Cassazione, si pronuncerà, in maniera definitiva, sulla verità giudiziaria di Mauro Rostagno. Sull’omicidio di Mauro Rostagno.
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Quel giorno era lunedì 26 settembre 1988. Una sera buia.
Un buio che per tanti dura da 32 anni. Per altri era già stato squarciato, da subito, dalla verità, dalla luce limpida, delle molte vite di Mauro Rostagno.
Mauro Rostagno, quella sera, in quella stradina di Lenzi, frazione di Valderice, provincia di Trapani, a pochi metri dalla sua Comunità Saman, luogo che aveva creato per dare speranza, fiducia e recupero alle persone tossicodipendenti che volevano un futuro, una speranza e chiedevano fiducia, è stato ucciso dalla Mafia.
E’ quella giudiziaria la verità che si attende venerdì.
Una verità togata, in nome del popolo italiano, che è un diritto avere, è una verità doverosa, che è lì da pronunciare dopo tre decenni di depistaggi, omissioni, arresti indegni e vergognosi, omertà e interessi.
Una verità da mettere a fianco di quella nobile e quotidiana che si sa da sempre. Da subito.
Mauro Rostagno è stato ucciso dalla mafia. Su mandato, dovrà sigillare venerdì anche la Corte di Cassazione, di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, perché, come riassume limpidamente Maddalena, la sua figlia più piccola e così forte come quell’Hibiscus rosso nel sole di Trapani “stava facendo il terapeuta di una città”.
Mauro Rostagno da una tv locale, RTC, infatti, raccontava a una città, a un popolo trapanese e siciliano, che si fermava per ascoltarlo, i piccoli e grandi misfatti dei criminali comuni e degli alti papaveri che tenevano in pugno la loro città e, di fatto, le loro vite. E lo diceva e denunciava come nessuno.
Mauro Rostagno è stato anche per esempio, in una delle sue vite precedenti, una sorgente fondamentale per la consapevolezza di Peppino Impastato, il giovane de “i 100 passi”, “la mafia è una montagna di merda”, ed è stato soprattutto così tante altre cose luminose e splendide che la sola piccola consolazione di questa verità giudiziaria  – a 32 anni dal suo omicidio per mano della mafia – che si aspetta venerdì 20 marzo, ore 10, a Roma, in Corte di Cassazione, è che chi allora non c’era, i giovanissimi di oggi, gli uomini e le donne di domani, tutti quei petali ideali di Hibiscus rosso che oggi stanno fiorendo, ognuno alla propria maniera, e dove ovunque dicono a noi adulti con il loro alfabeto: “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”, avranno modo, possibilità così di conoscere ancora di più Mauro Rostagno.
Una persona di cui essere fieri e debitori.
Idealmente un loro nonno, un partigiano, che la mafia e i poteri che soffocano il futuro, pensavano di aver zittito, volevano zittire, si erano illusi di aver zittito.
Uno che “Ci spiegava le cose che facevamo in un modo così bello che noi non avremmo potuto accorgercene”, come dissero gli operai della Philips di Monza, in una serata dedicata al suo ricordo.
E quindi finiamo dall’inizio. Dal primo atto.
Mauro Rostagno è da scoprire e riscoprire perché è una bella persona. Meravigliosa.
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UN ABUSO DI RISCHIO. L’INTERESSE + ALTO E’ QUELLO DI TUTTI

FB_IMG_15831608220522493E’ voglia di fiducia dire #Leccononsiferma o fare titoli di giornali: “Usciamo di casa”.  Ma è (anche) una cosa sbagliata. Perché scuole chiuse, bar a orario ridotto, cinema, chiese, musei serrati, in sintesi questa riduzione di socialità, è stata presa per valutazioni di prudenza.

E’ una questione di responsabilità. Non bisogna spaventar le persone ma nemmeno sottovalutare il tema.
Resto dell’idea che il principio di precauzione sia, in generale, un buon modo di porsi. Nel dubbio si prendono le misure che possono evitare il peggio, nel dubbio ci si astiene da fare ciò che potrebbe nuocere. Che tradotto non significa altro che ridurre i rischi ed eliminarli laddove possibile.
Non condivido quindi lo slogan (Lecco, Milano  ect..) non si ferma.
Se serve fermarsi per tutelare tutti ci si ferma. E non condivido nemmeno quelli che però così l’economia crolla, quelli degli aperitivi disubbidienti, quelli che però fermare le messe e il calcio non è mai successo, quelli che riaprite che però fermarsi è dire “ha vinto il coronavirus”, e quelli che però il mio interesse è più alto di quello di tutti, come si legge anche nella lettera di “Teatro Invito”.
Però niente.
Perché l’interesse più alto è quello di tutti

Serve prudenza per la salute e altrettanta per far reggere il sistema sanitario.
Se ci scappa di mano il virus e aumenta la necessità di ricovero e cura, non può tenere più il passo tutta la sanità pubblica.

È tempo di concentrarsi su questo e sul darle prima di tutto risorse e medici che le servono, per il tempo che servono, a partire da quelli (soldi e medici) che oggi vanno anche alla concorrenza privata.
Perché, e lo dimostra anche il coronavirus, la sanità pubblica è quella di tutti, per tutti e per qualunque cosa.

È l’unico modo per tornare a curarci di tutti noi.

a forza di essere vento