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UN POKER DI BELLEZZA per Lecco e i turisti

palazzo-paure-leccoSe pensiamo che solo pochi anni fa il centro di Lecco era tristemente solo una distesa di tavolini e una fontana a raso oggi è proprio bello poter vedere che, non solo per Natale, il centro è bellezza e sua valorizzazione.

Il Palazzo delle Paure, sempre di più infatti stadiventando un Palazzo delle Esposizioni, luogo e vita della città, fiocco per la Comunità.

Da ieri, con la bella Mostra dei presepi, è un poker di bellezza per Lecco e i Turisti.
Ogni piano, infatti, è un Asso.

L’Asso di Picche, ossia curiosità ,passione per il gioco e costanza, è appunto al Piano terra, dove da ieri è esposta, finoa l 15 gennaio, la Mostra dei Presepi, 37 opere davvero emozionanti a cura dell’Associazione Italiana Amici del Presepio, che, anche ai miscredenti come me, non può che lasciare sbalorditi per bellezza, maestria e religiosità.
Si vede, infatti, tutta la passione, il gioco serio della loro costruzione e impegno, pezzo per pezzo.
La sede di Lecco dell’Associazione offre poi durante tutto l’anno corsi aperti a chi per la prima volta si avvicina a questo mondo tenuti dai propri associati.

L’Asso di Denari è al Primo Piano, e vi splende vigoroso, benessere materiale, prosperità e  visione.
Come dargli torto vista la bellezza delle 100 opere esposti nella Mostra “Visita Privata” il collezionismo lecchese dagli anni ’50 al contemporaneo. Aperta fino al 7 gennaio prossimo
Opere che esposte nel cuore della città, all’interno di luoghi destinati per eccellenza all’esposizione e valorizzazione dei beni culturali creano un legame, un’elevazione del bello per tutti. Perché, non secondario, si sta, con questa Mostra, permettendo a Lecco e ai turisti, di ammirare dal vivo alcuni capolavori solitamente non visibili perché collocati sulle pareti di abitazioni private di altri lecchesi, certamente benestanti, ma soprattutto illuminati e amanti del bello.
Opere di Schifano,Warhol, Christo, Lam, Haring, Manzoni, Cesar e moltissimi altri sono un dono da guardare e portarsi a casa, sebbene solo negli occhi e nel cuore.
E chissà che qualche collezionista non scelga, al termine della Mostra, di prolungare il prestito alla Città per qualche tempo.

L’Asso di Fiori, il penultimo, è al Secondo Piano, simbologicamente grandi doni, positività, stile.
Come non convenire quando nelle varie sale possiamo ammirare la collezione permanente d’Arte Contemporanea del Si.M.U.L, precedentemente collocata a Villa Manzoni, una Galleria d’Arte con opere dei più importanti artisti locali (Vitali, Stefanoni, Secomandi, Chiappori,Gasparini), e altre donate da alcuni tra i maggiori artisti italiani contemporanei (Morlotti, Castellani, Baj, Scanavino, Rotella, Pomodoro). Sculture, dipinti, istallazioni.

L’Asso di Cuori, e non poteva essere altrimenti, è al Piano più alto, ad un passo dal cielo.
L’Asso di cuori di Lecco. Ossia Amore, sacrificio, risultati e passione. Tanta passione.
Ed è qui che finalmente ha trovato casa, da sei mesi, l’Osservatorio Alpinistico Lecchese.
Un museo moderno,tecnologico, interattivo. Per (ri)scoprire le montagne lecchesi e gli uomini che hanno fatto la storia e creato un’identità territoriale riconosciuta a livello internazionale.
Le loro imprese sulle montagne di casa e fin oltre lo sguardo può arrivare. In Cima al mondo. Dall’altra parte delle montagne.
Un osservatorio multimediale con diversi percorsi differenti adatti sia alle scolares che agli adulti.
Schermi, plastici e planisfero interattivi e anche una piccola parete per l’arrampicata. Un luogo suggestivo, emozionante.

Oggi abbiamo così, nel Cuore di Lecco un poker di bellezza da farci come dono. Vale la pena andarlo a vedere. Non è una scommessa.
E’ un dono già lì pronto, da godere per emozionarsi, riconoscersi.

LA CULTURA NON HA PREZZO MA VALORE

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La Cultura non ha prezzo, ma valore (per questo non può essere sempre gratuita). Non solo a Lecco, ma qui con certe tipiche caratteristiche grottesche ormai tipiche di fb, si discute sulla gratuità o meno degli ingressi ai musei civici.

Lecco dopo anni di gratuità da settembre ha introdotto il pagamento del biglietto per quasi tutte le sue strutture ad esclusione della Torre Viscontea. L’importo indicato dall’Amministrazione è di 6 euro, ridotto a 4 euro per i residenti lecchesi e altre categorie.

Con un biglietto cumulativo per tutti i poli Museali di 14 euro, intero, e 8 euro per i lecchesi. Con diverse occasioni, comunque, di gratuità. Quindi, oggettivamente, un importo alla portata di tutti. Ma, lo stesso, non tutti sono favorevoli. Qui di seguito si prova a spiegare invece perché è una scelta, per una questione etica e di valorizzazione, da sostenere.  

Lo è perché è un gesto di cura, dorgoglio di poter partecipare direttamente al mantenimento e al riconoscimento di un Bene Comune.  Questo contributo è una restituzione economica che il visitatore fa per la bellezza e la valorizzazione del Museo

Vivere i nostri Musei: Villa Manzoni, Palazzo Belgiojoso, Palazzo delle Paure, Torre Viscontea, come un Bene che ci appartiene in termini condivisi, che quindi va conservato, protetto e valorizzato, non dovrebbe vedere il biglietto d’ingresso come una strada da far fare in solitaria agli altri. Promuovere, difendere e valorizzare la Cultura, la nostra identità, non dovrebbe aver prezzo. Non ha prezzo. Crediamo che come cittadini vada condiviso sempre di più che si può e si deve contribuire alla cultura e all’arte, anche economicamente. Mettendo a disposizione il proprio Patrimonio artistico, le proprie relazioni, le proprie competenze, il proprio tempo e, appunto, non ultimo, pochi euro dei nostri denari. 

Pagare 6 o 4 euro per l’ingresso ad una Mostra, tantopiù di alta qualità come lo sono state le ultime,  o a un Museo cittadino, è un gesto quasi simbolico: quasi un gesto di “dignità” museale e culturale”. Un dovere da cittadino per i luoghi dove si può imparare sempre qualcosa e, a volte, anche molto, dove c’è una parte, importante, della nostra Storia.  

Il pagare, peraltro un prezzo abbordabilissimo, 6 euro, (mica si va ai Musei civici ogni giorno), non è un costo ma un investimento, un guadagno, interiore, di cultura e conoscenza.  

Se poi questo contributo, questa restituzione economica che il visitatore fa per la bellezza e la valorizzazione del Museo ha come in questi casi anche l’aumento dell’offerta e la messa in cantiere di nuovi servizi: “il book shop, siti internet dedicati, miglior accoglienza, maggior visibilità, nuove guide, nuove Mostre ect” ne guadagna anche la Città. Cioè noi, tutti noi.

E tutti insieme, con fierezza e senso di appartenenza, avremo, stiamo contribuendo a valorizzare la crescita culturale di un territorio, di una Comunità. La nostra.

CAMBIARE PUNTO DI VISTA: quando la violenza contro le donne non la leggiamo nemmeno

teatro-esterno-doppIeri sera, all’interno delle numerose iniziative lecchesi per la sensibilizzazione contro la violenza sulle donne organizzate dal Fondo Carla Zanetti e dal Comune di Lecco – che continuano con la bella Mostra “Donna Arte” fino al 4 dicembre in Torre Viscontea – è andato in scena, in un gremitissimo Teatro delle Società, uno splendido racconto di Teatro civile.
“Doppio Taglio-come i media raccontano la violenza”. Sul palco l’attrice e autrice Marina Senesi in un esercizio disvelatore di come la stampa affronta la tematica della violenza contro le donne.

Con le immagini che scorrono parallele al racconto, scopriamo – spesso pur avendole già lette e non avendolo notato, ahimè, e sta qui tutta la gravità, quello che fa male, dovrebbe far male, far riflettere, lo spettatore – che la cronaca raramente si sottrae alla regola di una tradizione letteraria volta ad alleggerire la responsabilità dell’aggressore se si ritiene che la donna abbia varcato i confini imposti al suo genere.

Sul palco, infatti, viene decostruito l’impianto lessicale e iconografico dei molti, troppi articoli di giornale che fanno doppia violenza alla donna, mostrandone il taglio, ormai quotidiano, normale, sempre uguale, di quella modalità comunicativa che non è mai neutra.

Perché dove le violenze vengono derubricate attraverso stereotipi e luoghi comuni, che le classificano come raptus, gelosia, amore malato.
Che vengono distorte al punto tale da trasformare l’uomo, responsabile della violenza, nella vittima della situazione, e la donna in colei che in qualche modo se l’è cercata, è anche involontariamente un modo per costruire, legittimare, un appiglio per una giustificazione, un’attenuante.

Perché le parole, appunto, non sono neutre.

I mass media, man mano che lo spettacolo prosegue, si evidenzia come ci propongono immagini e racconti che rappresentano le donne dalla stessa visuale dei loro carnefici.

Perché se in un articolo si racconta la violenza subita da una donna sottolineando come era vestita o poco carina con il marito, se si insinua che, in fondo, se l’ècercata, se si parla di delitto passionale, se si umanizza l’uomo che si sfoga sulla moglie, nella cui vita si scava morbosamente per individuare aspetti che in qualche modo giustifichino la violenza perpetrata, è replicare nuovamente violenza ma anche nasconderla .
Perché, anche se involontariamente, costruisce, legittima, un appiglio per una giustificazione, un’attenuante. Un “se l’è cercata”.

Perché le parole, appunto, non sono neutre.

L’attrice si chiede, e ci chiede: “Una donna che si vede socialmente rappresentata così è incentivata alla denuncia? Perché mai dovrebbe fidarsi se sa che noi non stiamo dalla sua parte?”

Il risultato è di derubricare la violenza contro le donne a un fatto di costume e rinunciando a capire un fenomeno sociale dalla natura estremamente complessa. Il femminicidio è un fatto politico e culturale che riguarda i rapporti diseguali di potere fra uomini e donne. La violenza, e la violenza contro le donne in particolare, interpella il modo in cui ogni giorno siamo uomini e donne.
Interpella i nostri stereotipi, la nostra capacità di gestire il conflitto.
Cose che non si cambiano dall’oggi al domani, ma che almeno si possono iniziare a raccontare in modo diverso.

E “Doppio taglio” di ieri sera, ha provato a farlo, lo ha fatto.
Perché ci ha chiesto di “Cambiare punto divista”.

Perché sta lì, nel filo rosso dei rapporti diseguali di potere fra uomini e donne, il punto.  E i diversi modi di esercitare questo potere e questa violenza.  E’ nella quotidianità del nemmeno accorgersi di questa violenza, fisica e psicologica,che si annida la banalità del male. È dentro le parole d’uso comune,  veicolate dai mass media,  dalla ripetitività delle parole violente che perdono, solo apparentemente, la gravità, come lo è, invece, la violenza sminuita, banalizzata, non riconosciuta, il punto.
È una questione di linguaggio. E una questione culturale.
Perché le parole, appunto, non sono neutre.

E quel filo rosso, la vera causa di ogni femminicidio, non è che la libertà. Ci sono uomini che non perdonano la libertà di una donna di essere quella che vuole essere, la libertà di essere responsabile della sua vita.

E lo spettacolo chiude con un efficace volantino.
Un uomo colorato di azzurro consullo sfondo un castello fatato, un principe azzurro, che rivolto, in primopiano, verso ognuno di noi, sta alzando un pugno per picchiare.
Picchiare la donna e ognuno di noi.
E la domanda stampata grande che ci chiede: “ E’ il tuo principe azzurro?”
Una domanda rivolta alle donne ma, con evidenza, rivolta anche ad ognuno di noi.
“Vogliamo essere quel principe azzurro?” “Vogliamo giustificare quel principe azzurro?   

3 PASSI 1 CARTELLO: la curiosità del lettore, non la fretta del passante

confucioSabato scorso è stata premiata, con il Premio Manzoni alla Carriera, Dacia Maraini.

Davvero una bella persona, che, in un Teatro colmo, ha tracciato una bella pagina di coraggio, fiducia, dignità. Una lezione-racconto che è stata insegnamento ed esempio, senza superbia.

Il suo filo rosso: Il Valore dell’etica che non può che essere collettiva, e il rispetto delle persone e dell’avversario, modo e metodo anche per trovare soluzioni.

Una lezione che, pertanto, non può essere che duri lo spazio di una serata, proprio perché altamente civica. Sia come cittadini che Amministrazione dobbiamo, a parer mio, star ancor più convintamente dentro questo solco narrato e, sempre di più, non fermarsi, ognuno, sulla propria riva.

Sulla porta del Comune, che dà sulla piazza, sull’Agorà, dovremmo veder appeso un cartello. C’è bisogno di ognuno di voi.

Un poco più grande di come si sta già scrivendo positivamente già con i mercoledì del cittadino”, così che lo possa leggere chi ha veramente voglia di avvicinarsi con la curiosità di un lettore e non la fretta di un passante. E sul muro ideale davanti al Comune uno che si veda da quelle finestre “Ci siamo. Abbiamo cura della nostra Città” che è un passo oltre al “Regolamento di collaborazione coi cittadini” di cui si è dotata l’Amministrazione.

Di più perché è palesarlo quotidianamente. E’ camminare per venirsi incontro, perché ci si vuol venire incontro, per trovare soluzioni, ognuno per il proprio ruolo.

IN TRE MOSSE/PASSI: Passare dal gridare e lamentarsi che tutto è brutto, che va tutto male, che si è fermi; al pensare, per il bisogno di ricomporre relazioni e rifiutare muri che altrimenti si alzano limitando lo sguardo sul resto; per arrivare infine, al “fare, appunto in percorsi di corresponsabilità e condivisione.

Per stare dentro quel solco che si chiama: Aver cura del Bene Comune, prendersi cura dei “luoghi” e delle relazioniPrendersi cura è un atto rivoluzionario dell’attenzione, della tenerezza per dirla con Marcos. La cura di tutti e di ognuno

C’è bisogno di gesti simbolici e concreti. Scrive Simone Weil: “Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male che è in noi stessi”. La Comunità come luogo di cura reciproca, cura dei “luoghi” e laboratorio concreto di Valori, con parole e prassi, capaci di costruire una società di donne e uomini fondata sulla corresponsabilità.

Cos’è più efficace tra gridare/lamentarsi e pensare/fare?Perché non serve più aspettare la paziente costruzione delle condizioni adatte, né un’infinita transizione che non è mai arrivata e non ci condurrebbe in alcun luogo. Bisogna camminare domandando, in costante movimento.  Lo si fa qui perché credo abbiamo bisogno di guardare le cose (e le persone) da vicino. Oggi credo sia giusto provare a fare un passo oltre. Ognuno per la sua parte, per il tempo che ci vuole, che serve, piccole cose. Briciole? Forse. Le briciole sono pane lo stesso, sostanza.

L’Amministrazione deve aiutarci a declinarla e noi aiutare Lei.

LA NOTTE DEI MIRACOLI; 1951 lecco per il polesine allagato

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Accadde Oggi

LA NOTTE DEI MIRACOLI

Era la notte del 16 novembre 1951, tra venerdì e sabato.

La telefonata che chiedeva soccorsi era arrivata all’allora Sindaco di Lecco, Ugo Bartesaghi, alle due della notte. Dall’altro capo del telefono il capitano Zero della Compagnia Carabinieri su appello del Prefetto di Rovigo, Umberto Mondio.

Il Polesine, la sua popolazione, la sua comunità, avevano bisogno di tutta la solidarietà possibile, di ogni altra comunità capace e volenterosa, le piogge intense che da settimane imperversavano in tutta quella regione avevano purtroppo rotto gli argini del Po.

Il dramma era imminente, aveva già invaso i campi, le strade, era già addosso alle case.

Il cuore e l’operosità di Lecco si misero subito in moto.

Nel giro di non più di sette ore in via Leonardo da Vinci, allora senza traffico perché il Ponte Nuovo era ancora al di là dall’essere costruito, fu allineata una colonna di sei autocarri, di cui due provvisti di rimorchio, preceduti dalla Fiat 1100 del Comune di Lecco che, alle 9.15 del mattino, con in testa il Sindaco, si metteva in moto alla volta di Rovigo.

Sugli autocarri erano stati caricati 15 “batej”, le nostre larghe barche a fondo piatto, scortate da 17 pescatori di Pescarenico che le avrebbero condotte. Oltre alle barche, la colonna aveva caricato quattro pontoni galleggianti in ferro, in dotazione alla Canottieri Lecco come zatteroni, un grosso canotto messo a disposizione da Pietro Vassena, l’inventore del famoso batiscafo C3, e altro materiale di salvataggio.

Sono circa le 18 del 17 novembre – scrive nel suo diario il Sindaco Bartesaghi – quando giungiamo a Cavarzere. Nel municipio regna una grande confusione e il bisogno di soccorrere gli abitati e le case isolate che già sono divenuti preda della fiumana dilagante si mescola e contrasta con la necessità insorgente di provvedere allo sgombero di Cavarzere stessa, che si dispera ormai possa salvarsi dall’alluvione”.

Lecco salvò centinaia e centinaia di vite umane in quella terra che era diventata un lago, 70 km per 20, ma di dolore e sofferenza.

Basti un dato del dramma sociale ed economico che toccò quelle famiglie e quei territori – nella prima grande tragedia collettiva del dopoguerra – da lì per decenni a seguire: Dal 1951 al 1961 lasciarono in modo definitivo il Polesine 80.183 abitanti, con un calo medio della popolazione del 22%. Al 2001 abbandonarono il Polesine oltre 110.000 persone. In molti Comuni il calo superò, dal ’51 all’81, il 50% della popolazione residente. Come una guerra.

La Colonna Lecchese di Soccorso che si mise in moto quella notte e partì con il primo cittadino Ugo Bartesaghi fu composta, per il Comune, dall’ingegnere capo Massaro Pasquale, dai geom. Berti Lucesio e Aldeghi Franco, Mauri Carlo vigile autista e Giaroli Germano, vigile, con loro i tecnici volontari, Vassena Mario e De Capitani Renato e i Pescatori di Pescarenico: Ghislanzoni Dante, Ermanno, Ferdinando, Pietro e Stefano; i Monti Ambrogio, Giovanni, i Polvara Francesco, Gaetano, Natale, Pasquale, Pierino e i Riva Angelo, Giuseppe, Natale e Renato.

I mezzi furono forniti dalla Ditta Fiocchi, con gli autisti Galbusera Riccardo e Zanetti Emilio,  dalla Sae con gli autisti Scola Carlo e Turati Angelo, dalla ditta Tpl Giacomo Aldè, con gli autisti Alini Olinto e Lena Luigi; dalla Ditta Badoni, con Casati Giuseppe e Lazzari Domenico; dalla ditta Comi Francesco, con Aleotti Giulio e Bravi Giulio, e dalla Moto Guzzi con gli autisti Rodolati Luigi e Nava Ferdinando.

Son passati esattamente 65 anni da quella notte, dove Lecco, tutta, “unita in un sol uomo”, ossia dai ceti più modesti a quelli più ricchi, dai sindacati agli industriali ai commercianti, dalle cooperative e dalle organizzazioni politiche fino alle maggiori industri, in uno sforzo che, forse, non è più stato eguagliato, legò indissolubilmente il suo nome a quelle genti dentro il volto della solidarietà. Dote e lineamenti che han sempre caratterizzato la nostra Città.

Lo abbiamo visto ancora in seguito due decenni più tardi con il terremoto del Friuli e anche in questi mesi recenti con il dramma di Amatrice, che tragicamente sta segnando il nostro Paese, e poi ancora con l’Esodo umano e biblico dei migranti, profughi anch’essi dalle loro terre, il più delle volte, qui, per responsabilità di altri uomini e non anche della Natura.

Rifacendoci ancora alle parole che il Sindaco Bartesaghi scrisse nel suo Diario che tenne in quei giorni, direttamente da Cavarzere, dove l’acqua era salita più che altrove, fino a 4 metri, si può riannodare tutto il valore della solidarietà, della corresponsabilità civile, e dell’umanità che già allora correva nelle vene, come l’acqua del lago nei nostri occhi.

“Ci resterai in cuore per sempre, terra di Polesine martoriata, che abbiamo amato e amiamo come la nostra terra natìa, perché ti abbiamo conosciuto nell’immenso dolore. Vorremmo rimanere ancora, per essere con i tuoi figli ad attendere il giorno in cui lo splendore del sole brillerà sui tuoi solchi ritornati fecondi, ribenedetti dal sudore dell’uomo nella invocata pietà di Dio, sulle tue case riaperte alla vita, sui tuoi bambini tornati giocondi fra gli alberi in fiore. Solo quel giorno, davanti alla prora delle barche che i pescatori nostri tornano a spingere sul loro fiume e sul loro lago, l’acqua ritornerà limpida e chiara. E rifletterà ancora l’azzurro”. 

La solidarietà delle prime ore continuò, da subito, con la disponibilità di moltissime famiglie, a Lecco e a Cassina, ad ospitare, bambini, famiglie di quelle terre.

A Cassina furono ospitati, “una baraonda di bambini”, per riprendere le parole di Monsignor Teresio Ferraroni nella Colonia che la parrocchia di Lecco aveva in affitto dalla Pontificia Opera di Assistenza, sezione di Lecco. “Le suore hanno detto subito si, sono state bravissime. Nessuna difficoltà, quando vien un’alluvione si apre la porta a chi bussa, senza chiedere nulla”.

Furono ospitate ben 138 persone, oltre ai famigliari che arrivavano a trovare gli ospiti e vi si aggiungevano. Da fine novembre alla primavera inoltrata del 1952.

Cosi fece anche la cooperativa “La Moderna” di Cortenova per altri 50 posti, l’Asilo di Maggio per una ventina, l’Asilo Stoppani di Lecco si offrì di accogliere 30 bambini.

Il “Comitato pro alluvionati”, che coordinò tutte le azioni del territorio si dimostrò efficacissimo e ben rodato, una delle ragioni era che, il Comitato era già in funzione dall’inizio di agosto per far fronte all’Alluvione che colpì prepotentemente il Comasco, alluvione che l’8 agosto aveva ucciso 30 persone e procurato danni ingentissimi. Il Comitato poi si attivò ancora per l’alluvione del 8 novembre 1951, dove il Torrente Cosia, in quel di Tavernerio, sopra Erba, provocò una frana che uccise altre 16 persone.

Il cronista del settimanale “Il Resegone” del 16 novembre successivo concludeva il suo commento alla tragedia con una nuova preoccupazione “…il Po, in piena come mai visto, minaccia di allagare l’entroterra del basso delta..”.

Come si è visto, così avvenne.

Lecco si dimostrò generosa non solo con l’invio di uomini e mezzi e con l’ospitalità diffusa, ma anche con la raccolta di indumenti, denari e viveri.

Il Centro raccolta fu aperto nella sede municipale, coordinato da Maria Panzeri ved. Pozzoli e dal geom. Vincenzo Patris, funzionario comunale responsabile formalmente e nei fatti.

I furgoni del Comitato e quelli dell’Unione Commercianti fecero il giro dei rioni, già alla sera del lunedì la sede non era più in grado di contenere tutto. Fu così necessario, almeno per gli indumenti adibire a centro il salone sottostante la Chiesa della Vittoria, coordinato da Maria Airoldi in Galli. Già a mercoledì erano state confezionate 564 casse contenenti 22.000 capi di vestiario, tutti in ottimo stato, in larga parte anche nuovi.

Da una vasta documentazione rinvenuta nel “dossier” conservato in Archivio Comunale, utilizzato da Carlo Panzeri, (figlio di uno dei fondatori del Partito Popolare a Lecco nel 1919, impegnato nel direttivo della Dc fino all’abbandono dopo l’espulsione dello stesso Bartesaghi, e nel Corpo Musicale G. Verdi, nel CAI di Belledo, nell’Uoei, è stato anche, per cinque anni, Presidente del CdZ2),  per il numero monografico di “Archivi di Lecco” del dicembre 1996, “1951 Lecco per il Polesine allagato -la colonna lecchese di soccorso”, lavoro preziosissimo e toccante, che è possibile consultare presso la Biblioteca Civica di Lecco, si può sentire, respirare, quell’afflato civico e di Comunità che Lecco è, quando vuole e non solo quando può.

Da questo dossier si evincono, pezze giustificative, ricevute, appunti, che ci permettono di farci un’idea della generosità e dell’operosità della cittadinanza lecchese. Del senso positivo di una comunità coesa e solidale di cui troppo spesso si parla solo a braccia conserte. Una comunità che allora non aveva certamente ancora perso o affievolito almeno il senso e il valore della responsabilità collettiva, di quella responsabilità che ci chiama a essere cittadini attivi che concorrono alla costruzione e al benessere di una collettività.

Dall’elenco emerge che già al mercoledì 21 le offerte in denaro superavano gli 8 milioni di lire, tra queste le 811.000 raccolte la domenica dagli studenti, un milione consegnate al Prevosto di Lecco mons. Borsieri da un cittadino che ha voluto mantenere l’anonimato, le 84.000 raccolte la domenica al Campo sportivo, decine e decine di bambini con i loro salvadanai, i musicanti della banda Manzoni rinunciando al tradizionale pranzo per la festa di Santa Cecilia offrirono 50.000 lire, così il corpo musicale di Castello 25.000, uguale avvenne il mercoledì al Cinema Impero dove il gestore, il sig. Volpato, destinò l’intero incasso, 90.000 lire, uguale fece il cinema Marconi. La cooperativa “la Popolare”, con viveri di prima necessità per 100.000 lire L’Istituto Airoldi e Muzzi 70.000; la S.E.L.  20.000, il Circolo Avvenire 50.000; l’Ente Consumi 50.000; l’Aazienda di Soggiorno e Turismo anch’essa 50.000; la Casa degli Angeli del Belvedere 30.000; i Ferrovieri 575.000; il Cda della Banca Popolare di Lecco offrì un contributo di un milione; e i dirigenti e impiegati il controvalore di una giornata di lavoro pari a 500.000. Così da raggiungere, nel complessivo la somma di 11.995.407 lire come comunicato dal Sindaco Bartesaghi nel Consiglio Comunale del 22 dicembre.

Questi riportati sono solo alcuni esempi tra i tanti, non per fare a gara, ma per dimostrare l’unità e la coesione di una Comunità, intera.

“Se il bisogno urge, il popolo si ritrova”, ci ricorda, nella sua testimonianza, mons. Ferraroni, raccolta, nel 1996 a 45 anni dai fatti, Sempre nel numero monografico degli “Archivi di Lecco”.

Oggi per tutto questo dobbiamo ricordare a 65 anni di distanza, quella tragedia e quella bontà d’animo ed insegnamento civico così esteso e diffuso della nostra città. Come riconoscenza delle nostre genti e come insegnamento. Ne abbiamo bisogno.

Mons. Ferraroni nel ricordare il sindaco Ugo Bartesaghi, sempre nel bellissimo numero di “Archivi di Lecco” scatta anche una fotografa, il suo profilo, un ritratto d’amore e di stima, di modello che senza santità tutti, politici e cittadini dovrebbero tendere a non dimenticare:

Lo ricorda infatti cosi: ”Un uomo prestato totalmente agli altri, al servizio degli altri: non era più l’intellettuale degli anni ’40, il più intelligente e colto della FUCI (Federazione Universitaria cattolica italiana) era stato ormai consigliere comunale, di minoranza, poi sindaco, era sindaco, ma solo in questa esperienza ha dormito per la prima volta sulla paglia accanto agli operai, aia barcaioli, ai pescatori.

Non aveva mai conosciuto la fatica fisica, soltanto quella intellettuale. Ma in quel momento qualcosa è esploso dentro di lui, un sussulto di solidarietà nel concreto lo ha risucchiato ed egli si è sentito uno di loro, è andato con loro, li ha organizzati e diretti, ma come un primo fra gli altri. Con maggiore responsabilità ma accanto a loro. E forse se lo avessimo interrogato in quei giorni, lo avremmo trovato disarmato a spiegarci una scelta così totale”  

Infine una proposta all’Amministrazione, (se già non c’è ma non mi pare) perché non pensare, in quel di Piazza Era, a Pescarenico, dove barche e barcaioli sono partiti in quella notte gloriosa per spirito, umanità e comunità, di posare una piccola targa a ricordo e insegnamento?

Perchè no, proprio dentro l’inziativa Amminsitrativa di educazione civica, culturale e sociale: “Avere Cura del Bene Comune”?

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Cavarzere 1951, donne, famiglie sfollate
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Numero monografico “Archivi di Lecco” ott-dic 1996; ed. Casa editrice G. Stefanoni, (presente per il prestito Biblioteca Civica)
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Numero unico di “Cuore di Lecco” del 20 novembre 1951 – offerta minima L.20
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Angelo Riva, uno dei pescatori di Pescarenico a Cavarzere 1951 (Foto Galbusera)
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Cavarzere 1951, davanti al Municipio, si riconsocoo il geom Berti, col berretto, Dante Ghislanzoni, in primo piano, il Sindaco Bartesaghi, col cappello e Ermanno Ghislanzoni in nero
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piccole profughe sfollate dal Polesine 1951, e ospitate in arrivo a Lecco e Cassina

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a forza di essere vento