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Ben oltre e prima della gaffe di Berlusconi. Quando essere strabici è la cura. L’antidoto

gaffeQuando essere strabici è la cura. L’antidoto

È salita alle cronache del week-end come la “gaffe di Berlusconi” in chiusura di un comizio ad Aosta per le elezioni regionali.

I fatti, che molti abbiamo visto, narrano che davanti al popolo di ForzaItalia, nel ricevere dei tipici doni locali portati da una giovane ragazza sul palco, con officiante il coordinatore regionale, Berlusconi abbia detto, con il suo sperimentato modo a 36 denti di strappare applausi: “posso scegliere io il regalo?” E, indicando la ragazza: “preferisco lei”.

Ecco, per tutti è stata la gaffe di Berlusconi. Titoli e post su Fb. Non una sottolineatura sul commento dell’officiante coordinatore locale di Forza Italia che, tra il gasato e il pavone, mentre afferma di essere il padre dice, a Berlusconi, tutt’altro che imbarazzato: “Sei un buongustaio”.

Lo sguardo e l’intonazione quando risottolineando ripete: “È mia figlia”, è pure peggio.. è come dicesse, è mia figlia no dai, se fosse un’altra.…

Ecco lo strabismo è una cura. L’antidoto. Perché è questo comportamento, queste frasi, questo fare da spalla, questo non vedere la gravità delle parole e soprattutto dei pensieri, tenuto dal padre ad essere l’aspetto più vile. Ancora più vergognoso.

“Sei un buongustaio” è trasformare una persona, una donna, tua figlia, in una preda, in un oggetto, in un boccone succulento da mangiare. Come il cibo esposto a un qualsiasi fiera.

È non avere rispetto delle donne, non avere rispetto di tua figlia, non avere rispetto delle persone. È non aver rispetto di te stesso. Che fai da spalla al pascià. Che ridi alla sua battuta.

Che continui a ridere, da vent’anni, con un uomo che ha rovinato ancor più che l’economia di un Paese, proprio il basilare senso di dignità e rispetto, di cultura, del Paese.  Rendendo cieco un popolo. Che già di suo gode e non aspetta altro. Vedere tutto questo e non soltanto la “gaffe di Berlusconi” è forse essere strabici.

Quando essere strabici è, però, la cura. L’antidoto.

DADATI, LE SCORIE E IL MORALISMO DA LIKE

IMG_20180316_194611IMG_20180316_194534Dovrei seguire il suggerimento di un’amica intelligente e perspicace a cui piace chi sceglie con cura le parole da non dire.

Evidentemente non lo stiamo facendo entrambi. Leggere un post così reazionario e fintamente di buon senso, però è veramente urticante.

Davvero semplificazioni e distorsioni che non solo lasciano il tempo che trovano ma banalizzano la Storia.

Perché è precondizione di correttezza, in un giudizio, in un’analisi, mettere l’aspetto personale umano come opinione e non come sentenza, come fatto. Di fan e Stati teocratici ed etici non ne abbiamo bisogno.

Ed è anche fortemente ridicolo che il disgusto che uno legittimamente uno può provare venga usato per avvalorare scorie di fascismo edulcorando quest’ultimo come fattore secondario nella storia nazionale

E vivaddio con gli ex militanti armati ci parlano, ci scrivono libri i famigliari delle vittime dell’Omicidio Moro, compresa la famiglia, da decenni, e arriva un Dadati qualsiasi nel suo moralismo da like a indignarsi per una trasmissione.

Dove, in aggiunta, sconfessa pure lo Stato che invece vuole difendere, dimentico che sono liberi diversi, ma non tutti, i detenuti dei tempi della Lotta armata non perché sono fuggiti o buon cuore, ma perché la Legge dello Stato lo ha deciso.
E’ così democratico, ha così forte il senso dello Stato, che è per le pene aggiuntive.
Per murarli vivi e tenerli in silenzio.

C’è un problema di fondo che con gente come Dadati rimarremo sempre arretrati in un discorso di civiltà e di convivenza civile.
Perché se non arriva nemmeno a comprendere che è necessario, doveroso, dopo 40 anni, un passare dalla cronaca alla Storia, di un movimento, di un fenomeno collettivo che ha interessato centinaia di migliaia di persone come per altro avvenuto in Germania per gli stessi fenomeni – perché la Germania non va guardata solo per le fiere e la gestione della sicurezza percepita, ecchecazzo – non dico di vederla come il Terzo Risorgimento ma nemmeno fare il moralista.

Non sa nulla di pietas,  Costituzione, Giustizia Riparativa, di ascolto, di Lotta Partigiana che è stata di più, di meglio e soprattutto diverso che Porzus, e di quello che lui vuol far credere Citando lo, e oserei dire che sa ben poco anche di realtà.

Ma devono essere le scorie della sua militanza per decenni e decenni in un partito postafascista e neofascista (si quello che è stato di Almirante, Rauti, Fini, Matteoli, Storace, Buonanno, Alemanno, Nava) quell’ideologia che non è stata secondaria nella strategia della tensione, delle bombe nelle piazze e sui treni, di servizi deviati, che gli fa distorcere la Storia, la Verità.

Ma si sa la violenza di Stato ha sempre trovato più moralisti che rivoluzionari. Ancora oggi.

Non, je ne suis pas Catherine Deneuve

violenza-25-novembre-ARCIIl vero dramma delle DichiarazioniAppello di Catherine Deneuve e delle 100 donne firmatarie non è solo quello – già enormemente grave e inaccettabile – che mischia, e vuol confondere le molestie con il corteggiamento. È che viene da altre donne.

Tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente, “insistente e inopportuna” non è un atto di galanteria e riconoscimento della bellezza e della femminilità di una persona. Non è lusingarla.

Ritenere, affermare che questo comportamento è una molestia e non un corteggiamento non è un voler proteggere la donna –  che non ha bisogno di protezione, che non è il sesso debole – è,  semplicemente e più correttamente, una questione di rispetto, civiltà ed educazione.

Concepire una molestia (solo per usare uno degli esempi della Deneuve: “qualcuno che ti struscia contro nella metropolitana“) come libertà sessuale è allucinante.

E siccome la violenza contro le donne è innanzitutto una questione di linguaggio, di educazione, di rispetto, di civiltà. In una parola di Cultura., non c’è mai nessuna attenuante, nessun pretesto, nessun alibi, nessun troppoamore, in una parola giustificazione, il linguaggio delle 100 donne con in testa la Deneuve, dovrebbe far allibito, uomini e donne,  per la gravità.

Il vero dramma esponenziale è che un’azione come questa, un manifesto politico come lo è  questo, è un voler, di fatto, ributtare nel silenzio, di fatto uno screditare, un tarpare le ali a tutte quelle altre donne, a quel movimento femminile, femminista e non solo, che, in questi mesi, hanno denunciato molestie e violenze, è di fatto un soffocare quella forza che tanto stava e sta facendo  bene alla società per migliorarsi, è un disconoscere quel percorso, faticoso e umano di chi sta elaborando ancora oggi una violenza e di chi stava pensando, con pazienza, speranza, anche difficoltà e sensibilità,  di parlare.

Questo manifesto politico, queste dichiarazioni di Catherine Deneuve e le altre 100 firmatarie, sta uccidendo quella solidarietà, quel non sentirsi più sole, di molte donne che han subito violenza e non hanno potuto o sono riuscite a parlarne in questi anni.

Il vero dramma lacerante è vedere che tutto questo ributtare nell’oblio nella solitudine di tante solitudini, viene da altre donne.

#nonjenesuispascatherinedeneuve

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VACCINI: SCUOLA, ASL E MALABUROCRAZIA

VACCININon vorrei farla più di quanto é ma se anche nelle piccole cose….
É qualcosa più della mala burocrazia. È più vicina alla mancanza di rispetto.
Credo, infatti, non sia normale, e nemmeno accettabile, che due Enti pubblici – Scuola e Asl – non siano in grado o forse non vogliano parlarsi, in merito all’obbligo delle vaccinazioni e alla loro verifica per permettere la frequenza scolastica degli studenti, lasciando gli oneri alle famiglie.

Quest’ultime infatti devono dimostrare alla scuola, fotocopiando il proprio “libretto delle vaccinazioni” o andando direttamente agli uffici Asl a farsi rilasciare un attestato, che i propri figli son stati vaccinati.

Non è complicato, ovviamente recuperare il libretto e fare una fotocopia in un negozio del quartiere, un poco di più se serve andar fin all’ASL…
Ma non è assurdo, che dati già a disposizione dell’Ente pubblico debbano essere ogni volta ripresentati dal cittadino? (perché è così anche quando si va in Questura, all’Agenzia delle Entrate, in un qualsiasi Comune, all’Inps ect).

E poi già le vedi lá insieme alle altre, un’infinità di fotocopie e fotocopie, di faldoni e faldoni, di armadi e armadi pieni inutilmente, quando bastava e basterebbe un banale programmino informatico che incroci il codice fiscale degli iscritti a scuola con quelli degli elenchi dell’Asl che entrambi giá possiedono.

Il tutto sarebbe così anche archiviato senza occupare spazio.

Dovremmo vaccinarci anche contro queste assurdità di malaburocrazia

BOLDRINI: IL PASSO CHE MANCA È IL PRIMO

 

FB_IMG_15031585219534173Manca sempre almeno un passo nella difesa e solidarietà a Laura Boldrini, Presidentessa della Camera dei Deputati.

Il primo, non l’ultimo però, ahinoi. Il più importante, quello che fa la differenza, che discerne tra una società civile da una politica.

Le offese, le violenze e gli insulti che come una slavina riceve da anni, trovano fans tra i più ignoranti e beceri che uno possa anche solo immaginare e trova anche persone indignate – menomale – che si schierano a sua difesa per mille ragioni. Queste mille ragioni, a leggere i media e i social, vanno però solo dal chiedere rispetto per il Ruolo Istituzionale che ricopre: “é la terza carica del nostro Stato, smettetela…”; al ricordare, a chi la insulta, la storia e il suo impegno sociale decennale: “A differenza vostra lei a vent’anni é stata in Venezuela fra i poveri cristi in una piantagione di riso ed è stata per una vita rappresentante dell’Onu per i diritti umani…”; e ancora: “É una donna di sinistra impegnata nella tutela dei più deboli”.

E mille appunto di affermazioni così.

Come dire che Laura Boldrini, o una donna in generale, non deve essere insultata, non già perché é una persona, ma solo perché ha un ruolo o una storia di prestigio.

La meschinità dei commenti maschilisti mirano alla Presidente Boldrini anche perché la vedono come chi ha usurpato un ruolo maschile. Perché non possono accettare che una donna ricopra un potere.

Ma riceve insulti, soprattutto in quanto donna (che ha visibilità) non perché é una donna di potere.

Quello che mi lascia basito, é il non aver letto un commento uno, che non contemplasse una difesa della Boldrini perché lei ha fatto qualcosa di nobile, ha fatto. Una difesa insomma per l’AVERE e non per l’ESSERE.

Come se l’essere una donna, non fosse già totalmente sufficiente.

Aiuto!Aiuto! Spaventiamoci e reagiamo per questo fascismo che sta tornando e per un sessismo che non é mai andato via.

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE HA MOLTE FORME MA SEMPRE LA STESSA FACCIA

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La violenza contro le donne ha molte forme ma sempre la stessa faccia. Schifosa.

Lo scorso anno le vittime di “femminicidio”, parola questa che non sta ad indicare il sesso della morta ma indica il motivo per cui è stata uccisa, sono state 120! (centoventi!). Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio, sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché.

La violenza contro le donne ha molte forme e 7 milioni! (settemilioni!) di volti. Almeno!

7 milioni! perché questo è il numero delle donne che hanno subìto qualche forma di violenza nel corso della loro vita. Dallo stalking allo stupro, dalla violenza domestica all’insulto verbale. La quotidianità femminile è un rosario di violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso un tentativo diretto o indiretto di minarne profondamente l’indipendenza e la libertà di scelta. In questi giorni, dentro un’unica settimana, 4 donne sono state vittime di femminicidio. Già 38! (trentotto!) dall’inizio dell’anno.

La violenza contro le donne ha molte forme.  Quelle più eclatanti e quelle più subdole.

Le prime sono facilmente riconoscibili: picchiare, uccidere, mutilare, stuprare… ect. Le seconde, quelle più subdole, sono la negazione di diritti, il restringimento delle libertà personali, il linguaggio di una società, lasciare alle donne la cura e l’educazione famigliare, un minor riconoscimento economico, il più difficile accesso a mansioni apicali. Tutto parte dal primo passo che è una slavina, una valanga che si porta dietro tutto. Il trasformare da soggetto a oggetto la donne, a uso e consumo dell’uomo. Per qualsiasi tipo di violenza è infatti necessaria la “riduzione” della vittima ad un suo segmento connotato negativamente. Non è più una persona, posso usarla a mio piacimento. Io sono superiore.

La violenza contro le donne  ha molte forme. E un alfabeto.

A partire ben prima delle immagini della donna che diventa oggetto, accessorio, sulle riviste patinate, il web o la tv. L’alfabeto, il linguaggio ci invade già appena indossati i panni nella culla. Nelle fiabe che leggiamo la sera per farle dormire. Libri che han dentro personaggi maschili sempre protagonisti, dannati o principi ma sempre eroi, e quelli femminili, principesse che si svegliano solo con il bacio del principe, di bimbe e comunque ruoli femminili sempre o quasi di aiutante o premio per l’eroe o appunto il Principe azzurro. Per poi crescere sempre dentro quell’alfabeto quotidiano che le vuole sempre con le stesse lettere. Dentro una società di uomini e per gli uomini. Prenditi cura. Cambia patelli e dagli la pappa. Che non ci sarebbe nemmeno nulla di male se a farlo fossero però anche i maschi, e invece no. Guai. Chissà come cresce un maschio se cambia i patelli, se si prende cura, se gioca coi pentolini. Lui è un maschio deve sguainare la spada. Deve essere un poco almeno turbolento, che scandalo se vuole giocare con le bambole, lui deve giocare con soldatini e pistole. E’ un uomo, o meglio un maschio.

Sconfiggi, attacca, vinci è l’alfabeto per i maschi. Cura, fai i mestieri, cucina, sii una buona moglie quello per le femmine. Una strada in salita, una montagna, per riuscire a non farsi bastare la benevolenza maschile. Né pensare che le cose sono concesse o permesse. “Ti ho lavato io i piatti oggi”,Ti ho buttato fuori io la pattumiera”. “Ti aiuto io a fare i mestieri oggi “, “Ti tratto come una principessa”. E’ ancora in testa un problema di linguaggio. Pensiamoci, dire: “la vigile, “la sindaca”, “la ministra”, “l’amministratrice”, “l’assessora”, “l’avvocatessa”, fa ancora venire conati di vomito persino a tanti fini pensatori. Che si credono pure progressisti. Cancellare le donne come soggetti invece, evidentemente, va bene, perché, altrettanto evidentemente non si vede che tutte queste lettere, questo linguaggio, alzano un muro che lascia intatta solo la visione del mondo in cui le donne ci sono, ma solo dal punto di vista degli uomini, solo per come gli uomini le guardano, solo per come gli uomini decidono di usarle.

 La violenza contro le donne  ha molte forme e un modello. La famiglia e il lavoro

La famiglia ha un costo ed è quasi tutto in conto alle donne. Ancor oggi i genitori gongolano quando le proprie figlie si fidanzano e le si indirizza verso la fiaba del matrimonio, spendendo più che investendo, tempo ed energia in sogni in abito bianco. Si nasconde l’evidente: Il costo della famiglia andrebbe equamente distribuito, ma non lo è, per niente ancora.  Che una ragazza non deve sperare in un principe azzurro e nemmeno in un cavaliere. Che può scegliere di rimanere da sola. Di non avere figli. Che è una strada (son strade), che non preclude il realizzarsi. Ed invece oggi la realizzazione di una donna è ancora inconcepibile che possa passare nel pensare a sé stessa, prima che a un marito e a un figlio. Guai. Una donna a 39 anni non è libera, single. E’ zitella. L’uomo a 39 anni è invece uno scapolo d’oro. Poi ci stupiamo se troviamo, anche da noi, donne messe a loro insaputa, su cataloghi web.

La violenza contro le donne  ha molte forme e un equivoco.Normalizzazione non significa normalità.

E’ ora, da tempo, di cambiare parole e pensieri e trasformali in azioni. La parità e soprattutto la libertà è nella possibilità della continuità nel lavoro e in stipendi non in base al genere. La parità e soprattutto la libertà è che l’uomo non freghi la poltrona a una donna solo perché lei si è fermata per allattare suo figlio. La parità è non doverla conquistare con i denti l’autonomia e l’indipendenza, perché la libertà non è possibile se si dipende. La parità e soprattutto la libertà è non perdere il lavoro o non trovarlo o non vedersi sfruttata perché si è troppo giovane o troppo vecchia. (Chissà perché le donne non han mai l’età giusta). Una donna, in una società civile, dovrebbe, se vuole, avere un lavoro. Poterlo mantenere. Decidere di fare un figlio e potersi realizzare. Come succede agli uomini. Si chiamano diritti. Ed invece siamo e continuiamo a essere una società maschilista.Con mille esempi che rivelano con quali occhi, da sempre, la società guarda il mondo: invariabilmente, con quelli dell’uomo. Perché è violenza anche quella di non capire che la donna ha diritto di stare nel posto che vuole lei non dove la società maschilista vuole metterla e la mette dalla notte dei tempi. Un posto che non è per forza in una cucina, con un bambino in braccio, un senso di colpa sulle spalle se volesse o aspirasse a qualcosa di più, a qualcosa di diverso. Un posto che sappia di autonomia più che di confetti. Contro i giorni scontati in ruoli scontati. Perché solo un diamante è per sempre. Normalizzazione non significa normalità. Che la società sia così ora, non vuol dire che sempre sarà così e che soprattutto deve restare sempre così.

Donne e uomini assieme. Contro i molti volti della violenza. Quella sottile o espressa. Verbale e fisica.