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LA TESTATA DI SPADA AL GIORNALISTA E’ FASCISMO.. MA…

fascismo baniLa testata di Spada è fascismo. Ma…

Il fascismo è violento, intollerante, aggressivo e punisce il dissenso. Quando senti odore di squadrismo, li c’è fascismo. Quando aizzi e scateni i tuoi accoliti contro pochi inermi, lì c’è fascismo. Perciò sì, quando uno tira una testata ad un giornalista, lì c’è fascismo. Ma…

E’ fascismo anche quando un movimento che oggi non vuole i voti degli Spada dice ai giornalisti: ‘Vi mangerei per il gusto di vomitarvi’, ‘un minimo di vergogna la percepite per il mestiere che fate, sì o no?’, quando li apostrofa  definendoli  “pennivendoli”, “inchiostratori”, “walking dead”,  o quando mette su una gogna mediatica, aizzando l’opinione pubblica contro la categoria nominando sul proprio blog “il giornalista del giorno” al quale i militanti possono divertirsi a lanciare i loro insulti.

Perché la sola differenza tra un coatto nativo che tira fisicamente una testata ad un giornalista che fa domande ritenute scomode e uno che li insulta e aizza l’opinione pubblica, non è che il primo è fascismo e il secondo no. É che solo il primo non si preoccupa, non ci pensa, non gli interessa, nasconderlo.

Mi vien da pensare che gli Spada si differenziano dai secondi solo per il fatto che quest’ultimi non la sanno tirare la testata

Se davvero ci opponiamo a questo modello di mondo, se davvero vogliamo lottare perché si affermi un’altra idea ed altri Valori, allora è fondamentale non seguirne le pratiche. E dire che è fascismo anche quello che non muove le mani ma traccia e cammina sul solco di quei fini.  Se vogliamo dirci antifascisti non dobbiamo comportarci come fascisti.

Sabato, 18 novembre Sala Ticozzi, ore 9.30, Lecco (il fascismo non è un’opinione. E’ un crimine).  Un Convegno, Info qui 

LA RAGAZZA PER STRADA APPARENTEMENTE NUDA

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E’ diventata virale sui media la giovane donna che, alcuni giorni fa, girava apparentemente nuda per le strade di Bologna.

Non era nuda.

(Si) era vestita, chissà se a sua insaputa, di tutti quei vestiti maschili che seppur dentro scelte anche libere pescano da quel guardaroba, gabbia, sguardo, cultura, che trasforma le donne in un oggetto sessuale, a partire dalla commercializzazione, oggettificazione, del corpo.

Devi essere almeno un poco sexy, devi usare il tuo corpo in modo almeno un poco provocante, o non sei niente. Devi cercare, e ottenere, l’approvazione di un maschio, o non sei niente. Gli standard continuano ad essere posti dall’esterno. E non c’entra un fico secco se è stata una scelta o una trovata pubblicitaria.

Anche se fosse stata, come ha detto la stessa ragazza, una sua scelta, siam convinti che fosse “libera”? Ne discuterei un bel po’. Non è così evidente che addosso, a monte, a questo tipo di scelte, restano le norme dettate dagli uomini e rinforzate dalla cultura sociale, ossia che la donna si deve conformare a ciò che appunto gli uomini preferiscono? A me questa scelta della ragazza di girare apparentemente nuda pare idiozia e pornografia, al pari dei passanti che filmano. Io non ne posso più di vedere il corpo delle donne usato in questo modo dalle donne stesse.

“Il corpo è mio e lo gestisco io”, qui non ha nessun senso. Non si tratta, ma per nulla proprio, di una scelta femminista. E non lo è, palesemente, perché non si tratta di una scelta che fa avanzare le cause delle donne e neppure di una scelta che simpatizza o solidarizza con altre. Anzi.

Al massimo pare più il provare a trarre il massimo guadagno da una società maschilista e sessista. Ma femminismo e crescita di una società no. Oggi lo sguardo crea gli standard e trasforma ogni donna in un oggetto sessuale: basta vedere tv, social, riviste. Tutti sguardi che spingono donne a guardare se stesse con gli occhi degli uomini. E tu vai in giro apparentemente nuda per strada?

Non sono un moralista ma caspita è palese che la donna lotta quotidianamente per essere riconosciuta come un essere umano tutto intero (dotato di diritti e dignità, degno di rispetto, capace e col diritto di prendere decisioni) e questo ovunque perbacco: che sia sul lavoro, in politica, sui mass media e, non ultimo, a casa e non si riterrà una scelta libera e d’emancipazione quella di una donna che gira apparentemente nuda per le strade di una qualsiasi Città, vero?

Se, come è normale o dovrebbe esserlo, nessuno può dire a nessuno cosa deve indossare, quanto deve pesare, cosa fare del proprio corpo, è buona cosa fare scelte che stiano fuori da quella cultura, odierna, che rende la donna oggetto. Altrimenti non sono scelte. Restano dentro quel guardaroba, gabbia, sguardo, cultura maschilista. La ragazza che ha girato apparentemente nuda per le strade di Bologna ha fatto una scelta individuale ancora dentro questo sistema sociale. Che regola premi e castighi. Non è libertà, è strategia. E’ massimizzare il proprio profitto senza che il sistema stesso venga messo in discussione. Perché è si una scelta ma non produce nemmeno un soffio di avanzamento per le donne, per la società. Anzi. Fare del proprio corpo una vetrina, una merce, uno strumento per il successo, ha un nome: violenza. A sé e alle altre. E altri.

Io non ne posso più di vedere il corpo delle donne usato in questo modo dalle donne stesse.

E Voi?

RESTARE UMANI E IL PAPA per svuotare di forza il male

PAPA MILANOOggi arriva il Papa quasi sul ciglio della nostra porta, per una moltitudine, simbolicamente, fin dentro la propria porta.
Come un messaggero, anzi, da messaggero.

A volte il messaggio è ancora difficile da capire, da coniugare, da sentire proprio.
Proprio inteso come diretto proprio a te, alla tua sensibilità, malgrado pronunciato davanti a milioni di persone. Come te.

A volte, me per primo, è un messaggio che arriva da troppo lontano.
Io che nella vita provo a inciampare sempre meno. Nel bene e nel male.
Io che vorrei imparare a scegliere quotidianamente con più convinzione cosa fare e cosa non fare.
Se non per ciò che magari è bene fare per qualcuno o per qualcun altro ma sicuramente per cosa è giusto fare .

E allora credo che sia importante pensare e agire positivo, guardare la bellezza degli esempi, delle esperienze,
che non significa non voler vedere il brutto o il male ma depotenziarlo, renderlo meno efficace, svuotarlo di forza.

E siccome, comunque la si pensi in termini di Credo e religione, l’insegnamento che ci accomuna e ci dovrebbe accumunare è quello di Restare Umani –
come ci ha insegnato, con l’esempio e la vita quotidiana Vittorio Arrigoni – credo che saper cogliere, ascoltare, le parole, gli esempi, le esperienze, le narrazioni
innanzitutto di chi ci sta vicino, nella vita personale, di relazione, sociale, sia una strada che avvicina e sostiene questo percorso.
Che ci aiuta anche a declinare i messaggeri più riconoscibili o riconosciuti

Perchè è un percorso, una strada di persone normali.
Ed è il sole dentro che scalda gli sguardi ed i pensieri delle persone comuni che, mi sia permesso, trovo molto più importanti dei santi.
Perchè io vedo, dal marciapiede dei miei inciampi, quella di nominare gli uomini santi non un’elevazione, ma una sottrazione di un uomo all’uomo stesso.

Io credo che le gesta, ognuno secondo le sue possibilità, di ascolto delle soffrenze altrui, crei un vivere nel mondo.
Una consapevolezza di sè, nel mondo. Che è insegnamento senza il giudizio, un insegnamento senza voler insegnare

E per questo penso davvero che sia un preludio significativo, una cornice perfetta e umana, a queste giornate dove il Papa è in cammino con il suo messaggio verso i cigli e, molte volte, dentro gli stessi della nostra porta, reale o dell’anima che sia, condividere (con questo video) un’esperienza, a prescindere dal Credo e dalla religione con cui ognuno si interroga e cammina, che coglie la bellezza, la forza, la dignità di una moltitudine di uomini, che portano ognuno un pezzetto di messaggio. Che lo si faccia dentro la vita della Comunità di Sant’Egidio, o di Emergency, (come il video narra) o della propria comunità ha lo stesso valore, lo stesso segno.

QUELL’ELEGANZA SOBRIA NON OSTENTATA CHE TI FA VEDERE OLTRE

casa-albero

Ieri ho lasciato la macchina(*) in un piccolo parcheggio appena a lato della strada provinciale di Malgrate, quando la strada finisce di salire e non è ancora diventata discesa.

Non vedi il lago e non lo senti nemmeno. Anche se è a un passo. Insomma, è come se si fosse in ogni posto. Ma quello non era nessun posto.

Sull’altro lato della strada un lunga cancellata di ferro grigio alcune case con vetri alti di uno stile sobrio ed elegante e un cancello, quel cancello di legno che guarda e abbraccia un prato e il vialetto che porta alle case.

Era lì che avevo un appuntamento per un aperitivo bio. Quegli aperitivi che oltre alle bollicine e alla fetta d’arancia han dentro un racconto, un racconto e un confronto, con il padrone di casa.

Ho scoperto una splendida struttura ricettiva, un fiore all’occhiello del territorio che sa di lago e di eleganza; quell’eleganza di classe, non ostentata. Funzionale, sobria e di gusto.

Il padrone di casa mi aspettava, mi ha accolto venendomi incontro, quei passi che non sono fretta, paura che tocchi qualcosa, ma propensione all’incontro, all’accoglienza.

Appena al di là del cancello di legno sulla sinistra c’è un prato tagliato di fresco, curato, ampio e, di lato, in fondo quanto basta per stare riservati ma non dimenticati tre divanetti e un braciere di legno circolare, ampio, anche arredante. In quel momento spento e coperto.

Saluto il padrone di casa che mi spiega l’idea della io architettura della casa, i vetri grandi dei locali a tutta parte, mi accompagna lungo il vialetto e girato un ingresso che non varchiamo si sente il profumo del lago e poi, come una meridiana con il sole e l’ombra lo vediamo, dall’alto. Quell’alto che non lo fa sentire lontano e se allunghi la mano senti il la Breva e il Tivano e sei già a Lecco.

Racconta, spiga l’impegno, la dedizione, l’attenzione e la cura. L’ospite e la sua importanza. E nel camminare sopra di noi le stanze sono carezzate dal sole che tramonta e la piscina ai piedi, intima, poco più di un lembo di acqua, bella e garbata, come tutto finora lì; non come quelle che ti perdi e galleggia il tuo ego.

Il legno grezzo e robusto diventa tavolo e salendo le scale, la cura dell’arredamento nei particolari, nei dettagli, accennato e curato nel gusto lo senti anche a occhi chiusi.

E’ la moglie che ha messo l’idea, lo stile e l’occhio competente.

Ci si ferma a parlare di come a Lecco bisogna pensare ad accogliere i turisti, a far conoscere i sapori nelle stagioni di mezzo, e non solo l’estate, che l’estate ci vengon da soli.  Serve il tempo della cura. L’autunno con i suoi sentieri, le stagioni invernali con Bobbio ad un passo di sguardo. I pacchetti turistici

E l’idea che ha sempre avuto, i centri congressi, le fiere. I turisti d’affari, dei meeting. La stagione che va estesa. La necessità impellente di un coordinamento tra albergatori, operatori ancor più che di amministrazioni pubbliche. Quest’ultime dovrebbero solo fare sinergia con gli eventi di Milano, dell’area metropolitana che è appena poco fuori le nostre finestre. Essere partner di eventi che già abbracciano Milano. Bergamo

E tutto lì dentro e fuori è bellissimo, discreto ma di lusso.

Un’attenzione che è impegno. La clientela è sempre importante ma qui viene quella che è abituata a pretenderlo, a cercare l’attenzione. A volerla.

Esenti l’entusiasmo, le idee, il rigore, la forza e la passione del raccontare di questa sua creatura. Le fatiche e gli sforzi, la caparbietà e quasi la dedizione continua. Sembra avere tutto sotto controllo e ogni volta è un respiro, una cura maggiore.

Esco da lì, dopo oltre un’ora di visita, dove più che l’aperitivo ho gustato la bellezza del lavoro. La bilancia che ha il piatto della soddisfazione e dell’impegno più ampia di quello della fatica, del tempo sottratto ormai tutto alla politica.

Ed io, mentre torno alla macchina e esco da quel profumo di lago ed eleganza, per tornare in quel parcheggio che non è nessun posto, penso forte e convinto che più che La Casa sull’Albero, questo il nome di quel gioiello dietro quel cancello di ferro e legno, ho scoperto soprattutto il suo pittore, il suo direttore d’orchestra, il suo sarto.

Fabio Dadati.

Ho scoperto che è una bella persona. Da quando si è tolto l’abito illudente e illusorio – credo anche per lui – della politica e ha deciso, mi è parso di intuire definitivamente, di cucirsi, da solo, il suo abito su misura. Tutt’altro abito.

Molto, molto bello, davvero.

(*) in realtà mia moglie io non ho la patente, ero solo il passeggero.

UNA REGGIA DI CAZZATE DENTRO LO SPAZIO DI UN EDITORIALE

altan sacrificiCaro Vittorio Colombo
Spettacolare editoriale del suo Direttore  Diego Minonzio di oggi, domenica 6 marzo ” in fila per i diritti deserto dei doveri
Una sequela di luoghi comuni, triti e ritriti, partendo da un pretesto, la critica alla lettera comunicato dei sindacati della Reggia di Caserta per “eccesso di lavoro” (e molto altro) imposto dal nuovo direttore di quel sito Culturale e spettacoloso che è appunto al Reggia di Caserta, per fare, come conviene all’informazione che sposa una stesi e ci confeziona il pacchetto, che non sa separare, o anzi, peggio, non vuol separare, il grano dal loglio e fa di tutta l’erba un fascio.
Una minchiata di un gruppo, chi esso sia, diventa la stella polare, la minchiata di tutti.
Tutti colpevoli. E già si eleva il “te l’avevo detto, io”

E giù allora, facile come il vomito dei repressi, dei torti vecchi dell’oratorio e delle braghette corte come “il pallone è mio e tu non ci giochi” che ti sei tenuto dentro, hai somatizzato e non vedevi l’ora di una lettera ingenua più che sbagliata del sindacato per una slavina di palloni addosso a tutti quanti.

Ed il Comunicato diventa, per il Direttore, addirittura in stile bierre, e giudice di Pinocchio, basta riempire l’editoriale, il tronfio fondo del Direttore, in una epopea di cazzate pazzesche.

E allora giù bastonate ai sindacati, al loro corporativismo, al loro lassismo, alla loro schiena molle, ai loro diritti senza nessun dovere e ancora, più che un direttore ed un editoriale, un esagitato piacere davanti al sangue della mancanza di misura, trova il gusto e il desiderio di metterci dentro in questa gogna che non ha ragione e potrebbe non aver replica, gli impiegati pubblici, i professori, la scuola, l’università, e ovviamente le biblioteche, i musei, le imprese editoriali, tutto quello che serve per parlare alla pancia del lettore che come si sa è più vicina ai coglioni che al cervello, ma le parole vomitate arrivano prima, e ecco il male supremo: quello schifo degli anni settanta, secondo lui, il megadirettore.

Quegli anni zavorra per il Paese che ha visto lo Statuto dei lavoratori prendere forma e Legge ma per lui, permette ai sindacati e a tutta la pletora ricordata prima, di essere ciechi a tenersi stretti i diritti mentre le imprese chiudono – ce lo ricorda come se fosse la pistola fumante della sua teoria – perchè lo sappiamo tutti no, che  chiudono le imprese per colpa dei sindacati, forse addirittura dei lavoratori. Minchia il capitale finanziario, la finanziarizzazione, i bilanci farlocchi, la sottrazione di ricchezza dalle imprese, l’evasione fiscale, la carenza e incapacità di innovazione, i marchionne che è dentro ognuno di questi speculatori, per il Direttore questo per colpa dei Sindacati e dei lavoratori, è evidentemente filantropia.
Beh ci ha messo dentro tutti, ma proprio tutti. Si è dimenticato solo, gurdacaso, una categoria: i giornalisti.
I Direttori di giornale.
Ma è un suo diritto, ecchecazzo, mica un suo dovere.
Lui ci mette dentro chi vuole e lascia fuori chi vuole lui.

E fa nulla che meno diritti per i meno tutelati significa più privilegi per qualcun altro.
Fa nulla che i doveri per chi non ha diritti sono ingiustizie a cui è pure complicato potersi ribellare.
Non c’è nessuna vera libertà senza prima esserci giustizia. No lui è per abbattere i sindacati.E’ per la Tolleranza zero! Finché non gli entra in redazione, nelle buste paghe dei freelance, della magia che fa sparire i diritti dei lavoratori precari della stampa e i doveri degli editori, delle veline del politico, della claque.., di quella stampa che si guarda bene dal pubblicare notizie che possano disturbare chi investe in pubblicità, di quella stampa che oggi ha come cliente del giornale non più, da tempo, il cittadino che compra il quotidiano, ma chi investe in pubblicità che è quella che nei quotidiani oggi di fatto paga il lauto stipendio del direttore e sottopaga quello dei giornalisti freelance. Già la tolleranza.
Va bene la tolleranza zero, ma devo proprio parlare dei giornali?

L’ALBERO DELLA DISCORDIA e la Regione

foto tratta da Fb (a corredo articolo Laprovinciadilecco)
foto tratta da Fb (a corredo articolo Laprovinciadilecco)

Se verrò frainteso è responsabilità mia, provo lo stesso a spiegarmi con la speranza di farlo meglio che posso.

A margine di una falsa polemica tirata per i capelli su Fb da alcuni commenti, sulla diversità degli addobbi degli alberi di natale tra quello di Como e quello di Lecco, alcuni amministratori della pagina FB Sei di Lecco se… avevano raccolto il pretesto – e soprattutto l’idea – di contribuire a “prendere due risultati con una fila di lucine”. Subito sostenuti da decine e decine di Lecchesi che si erano resi disponibili

Rendere più attraente l’Albero di natale addobbato dall’Associazione Cancro Primo Aiuto Onlus, e quindi pure la Piazza Garibaldi dove è posizionato e veicolare il nome e la visibilità dell’Associazione e della causa per cui si è fatto l’Albero.

Il secondo obiettivo è stato completamente raggiunto. I Social network e la stampa locale han dedicato poste e pagine dando evidenza all’iniziativa e all’Associazione, anche a quei lettori, virtuali o cartacei, che forse a Lecco centro manco passano.

Il Primo obiettivo, non per importanza ma per visibilità estetica, quello di rendere l’albero più grazioso senza per questo trasformarlo nel richiamo degli Emiri del Dubai, non è stato raggiunto.

E questo sembra per ragioni che lasciano sbigottiti.

Un tiramolla dell’associazione, che dapprima non voleva perché non era suo obiettivo trasformare l’Albero in uno sfarzo – forse mal intuendo l’idea dei promotori – addirittura invitandoli a dare offerte economiche e non spendere soldi in addobbi, poi accettando l’idea e infine tornando sui suoi primi passi – di non abbellirlo – ma esplicitando che gli addobbi li avrebbe presi .

In mezzo l’opacità dell’Amministrazione Comunale, si si può fare, no non si può fare, l’Assessore al patrimonio che non si muove per non scavalcare un altro Assessore, l’altro Assessore che non si muove, e basta, arrivando a dire che il diniego, nei fatti, era da attribuirsi alla logistica, al problema che non era escluso che oltretutto “non ci fosse abbastanza potenza elettrica per le nuove lucine”.

Va bene la difficoltà di recuperare una gru per arrivare in cima all’albero, ma il rischio della mancanza di volt della corrente è tragicomica.

Fatto questo, detto questo, io ritengo, e qui vorrei riuscirmi a spiegare bene, che il sostegno ai malati di cancro sia un compito Istituzionale, non del buon cuore, enorme, dei cittadini.

L’acceleratore lineare che con le offerte dei cittadini si vuole donare all’Ospedale Manzoni di Lecco è un buon segno e pensiero, ma non può essere demandato al buon cuore del cittadino o all’impegno di una associazione.

Uno di questi strumenti diagnostici , mi pare costi intorno ai 2 milioni di euro, è fondamentale per la rapida scoperta di un possibile tumore, e mi chiedo quindi, avendo visto dove sono i cittadini, invece dove sia, dov’è lo Stato, la politica, la Regione.

Ecco la Regione è dentro l’Associazione Cancro Primo Aiuto onlus.  Basta guardare il loro sito.  Presidente onorario è Roberto Maroni, oggi Presidente della Regione Lombardia, Presidente onorario vicario è Mario Mantovani, l’ex senatore, parlamentare europeo, “ora” vicepresidente della Regione Lombardia e assessore alla salute, arrestato pochi mesi fa con l’accusa di concussione, corruzione e turbativa d’asta per aver truccato gare per trasporto dializzati. Ma che risulta presente ancora, sbalorditivamente, nell’elenco della struttura della Onlus.  La vicepresidenza onoraria è assegnata a Walter Bergamaschi, oggi Direttore generale alla Salute della Regione Lombardia.

Insomma a parte la matrice politica e partitica della cosa ma non è proprio la sanità Lombarda, l’Istituzione Lombardia, a dover reperire risorse e fornire questi macchinari, indispensabili per un livello di eccellenza, agli ospedali e lasciare alle risorse dei cittadini finanziare progetti di minor entità e per paradosso di più difficoltoso successo?

La sanità lombarda, dall’ultimo Bilancio di previsione 2015 approvato, gestisce 17 miliardi di euro, su 21 complessivi del Bilancio regionale, a parte le note vicende giudiziarie e di spreco, due milioni perché non riesce a trovarli? Non sono mica addobbi di un albero, non è mica una gru periscopica sotto natale.

Volere è potere e lì il potere mi pare che abbia cariche non indifferenti.