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RESTARE UMANI E IL PAPA per svuotare di forza il male

PAPA MILANOOggi arriva il Papa quasi sul ciglio della nostra porta, per una moltitudine, simbolicamente, fin dentro la propria porta.
Come un messaggero, anzi, da messaggero.

A volte il messaggio è ancora difficile da capire, da coniugare, da sentire proprio.
Proprio inteso come diretto proprio a te, alla tua sensibilità, malgrado pronunciato davanti a milioni di persone. Come te.

A volte, me per primo, è un messaggio che arriva da troppo lontano.
Io che nella vita provo a inciampare sempre meno. Nel bene e nel male.
Io che vorrei imparare a scegliere quotidianamente con più convinzione cosa fare e cosa non fare.
Se non per ciò che magari è bene fare per qualcuno o per qualcun altro ma sicuramente per cosa è giusto fare .

E allora credo che sia importante pensare e agire positivo, guardare la bellezza degli esempi, delle esperienze,
che non significa non voler vedere il brutto o il male ma depotenziarlo, renderlo meno efficace, svuotarlo di forza.

E siccome, comunque la si pensi in termini di Credo e religione, l’insegnamento che ci accomuna e ci dovrebbe accumunare è quello di Restare Umani –
come ci ha insegnato, con l’esempio e la vita quotidiana Vittorio Arrigoni – credo che saper cogliere, ascoltare, le parole, gli esempi, le esperienze, le narrazioni
innanzitutto di chi ci sta vicino, nella vita personale, di relazione, sociale, sia una strada che avvicina e sostiene questo percorso.
Che ci aiuta anche a declinare i messaggeri più riconoscibili o riconosciuti

Perchè è un percorso, una strada di persone normali.
Ed è il sole dentro che scalda gli sguardi ed i pensieri delle persone comuni che, mi sia permesso, trovo molto più importanti dei santi.
Perchè io vedo, dal marciapiede dei miei inciampi, quella di nominare gli uomini santi non un’elevazione, ma una sottrazione di un uomo all’uomo stesso.

Io credo che le gesta, ognuno secondo le sue possibilità, di ascolto delle soffrenze altrui, crei un vivere nel mondo.
Una consapevolezza di sè, nel mondo. Che è insegnamento senza il giudizio, un insegnamento senza voler insegnare

E per questo penso davvero che sia un preludio significativo, una cornice perfetta e umana, a queste giornate dove il Papa è in cammino con il suo messaggio verso i cigli e, molte volte, dentro gli stessi della nostra porta, reale o dell’anima che sia, condividere (con questo video) un’esperienza, a prescindere dal Credo e dalla religione con cui ognuno si interroga e cammina, che coglie la bellezza, la forza, la dignità di una moltitudine di uomini, che portano ognuno un pezzetto di messaggio. Che lo si faccia dentro la vita della Comunità di Sant’Egidio, o di Emergency, (come il video narra) o della propria comunità ha lo stesso valore, lo stesso segno.

QUELL’ELEGANZA SOBRIA NON OSTENTATA CHE TI FA VEDERE OLTRE

casa-albero

Ieri ho lasciato la macchina(*) in un piccolo parcheggio appena a lato della strada provinciale di Malgrate, quando la strada finisce di salire e non è ancora diventata discesa.

Non vedi il lago e non lo senti nemmeno. Anche se è a un passo. Insomma, è come se si fosse in ogni posto. Ma quello non era nessun posto.

Sull’altro lato della strada un lunga cancellata di ferro grigio alcune case con vetri alti di uno stile sobrio ed elegante e un cancello, quel cancello di legno che guarda e abbraccia un prato e il vialetto che porta alle case.

Era lì che avevo un appuntamento per un aperitivo bio. Quegli aperitivi che oltre alle bollicine e alla fetta d’arancia han dentro un racconto, un racconto e un confronto, con il padrone di casa.

Ho scoperto una splendida struttura ricettiva, un fiore all’occhiello del territorio che sa di lago e di eleganza; quell’eleganza di classe, non ostentata. Funzionale, sobria e di gusto.

Il padrone di casa mi aspettava, mi ha accolto venendomi incontro, quei passi che non sono fretta, paura che tocchi qualcosa, ma propensione all’incontro, all’accoglienza.

Appena al di là del cancello di legno sulla sinistra c’è un prato tagliato di fresco, curato, ampio e, di lato, in fondo quanto basta per stare riservati ma non dimenticati tre divanetti e un braciere di legno circolare, ampio, anche arredante. In quel momento spento e coperto.

Saluto il padrone di casa che mi spiega l’idea della io architettura della casa, i vetri grandi dei locali a tutta parte, mi accompagna lungo il vialetto e girato un ingresso che non varchiamo si sente il profumo del lago e poi, come una meridiana con il sole e l’ombra lo vediamo, dall’alto. Quell’alto che non lo fa sentire lontano e se allunghi la mano senti il la Breva e il Tivano e sei già a Lecco.

Racconta, spiga l’impegno, la dedizione, l’attenzione e la cura. L’ospite e la sua importanza. E nel camminare sopra di noi le stanze sono carezzate dal sole che tramonta e la piscina ai piedi, intima, poco più di un lembo di acqua, bella e garbata, come tutto finora lì; non come quelle che ti perdi e galleggia il tuo ego.

Il legno grezzo e robusto diventa tavolo e salendo le scale, la cura dell’arredamento nei particolari, nei dettagli, accennato e curato nel gusto lo senti anche a occhi chiusi.

E’ la moglie che ha messo l’idea, lo stile e l’occhio competente.

Ci si ferma a parlare di come a Lecco bisogna pensare ad accogliere i turisti, a far conoscere i sapori nelle stagioni di mezzo, e non solo l’estate, che l’estate ci vengon da soli.  Serve il tempo della cura. L’autunno con i suoi sentieri, le stagioni invernali con Bobbio ad un passo di sguardo. I pacchetti turistici

E l’idea che ha sempre avuto, i centri congressi, le fiere. I turisti d’affari, dei meeting. La stagione che va estesa. La necessità impellente di un coordinamento tra albergatori, operatori ancor più che di amministrazioni pubbliche. Quest’ultime dovrebbero solo fare sinergia con gli eventi di Milano, dell’area metropolitana che è appena poco fuori le nostre finestre. Essere partner di eventi che già abbracciano Milano. Bergamo

E tutto lì dentro e fuori è bellissimo, discreto ma di lusso.

Un’attenzione che è impegno. La clientela è sempre importante ma qui viene quella che è abituata a pretenderlo, a cercare l’attenzione. A volerla.

Esenti l’entusiasmo, le idee, il rigore, la forza e la passione del raccontare di questa sua creatura. Le fatiche e gli sforzi, la caparbietà e quasi la dedizione continua. Sembra avere tutto sotto controllo e ogni volta è un respiro, una cura maggiore.

Esco da lì, dopo oltre un’ora di visita, dove più che l’aperitivo ho gustato la bellezza del lavoro. La bilancia che ha il piatto della soddisfazione e dell’impegno più ampia di quello della fatica, del tempo sottratto ormai tutto alla politica.

Ed io, mentre torno alla macchina e esco da quel profumo di lago ed eleganza, per tornare in quel parcheggio che non è nessun posto, penso forte e convinto che più che La Casa sull’Albero, questo il nome di quel gioiello dietro quel cancello di ferro e legno, ho scoperto soprattutto il suo pittore, il suo direttore d’orchestra, il suo sarto.

Fabio Dadati.

Ho scoperto che è una bella persona. Da quando si è tolto l’abito illudente e illusorio – credo anche per lui – della politica e ha deciso, mi è parso di intuire definitivamente, di cucirsi, da solo, il suo abito su misura. Tutt’altro abito.

Molto, molto bello, davvero.

(*) in realtà mia moglie io non ho la patente, ero solo il passeggero.

UNA REGGIA DI CAZZATE DENTRO LO SPAZIO DI UN EDITORIALE

altan sacrificiCaro Vittorio Colombo
Spettacolare editoriale del suo Direttore  Diego Minonzio di oggi, domenica 6 marzo ” in fila per i diritti deserto dei doveri
Una sequela di luoghi comuni, triti e ritriti, partendo da un pretesto, la critica alla lettera comunicato dei sindacati della Reggia di Caserta per “eccesso di lavoro” (e molto altro) imposto dal nuovo direttore di quel sito Culturale e spettacoloso che è appunto al Reggia di Caserta, per fare, come conviene all’informazione che sposa una stesi e ci confeziona il pacchetto, che non sa separare, o anzi, peggio, non vuol separare, il grano dal loglio e fa di tutta l’erba un fascio.
Una minchiata di un gruppo, chi esso sia, diventa la stella polare, la minchiata di tutti.
Tutti colpevoli. E già si eleva il “te l’avevo detto, io”

E giù allora, facile come il vomito dei repressi, dei torti vecchi dell’oratorio e delle braghette corte come “il pallone è mio e tu non ci giochi” che ti sei tenuto dentro, hai somatizzato e non vedevi l’ora di una lettera ingenua più che sbagliata del sindacato per una slavina di palloni addosso a tutti quanti.

Ed il Comunicato diventa, per il Direttore, addirittura in stile bierre, e giudice di Pinocchio, basta riempire l’editoriale, il tronfio fondo del Direttore, in una epopea di cazzate pazzesche.

E allora giù bastonate ai sindacati, al loro corporativismo, al loro lassismo, alla loro schiena molle, ai loro diritti senza nessun dovere e ancora, più che un direttore ed un editoriale, un esagitato piacere davanti al sangue della mancanza di misura, trova il gusto e il desiderio di metterci dentro in questa gogna che non ha ragione e potrebbe non aver replica, gli impiegati pubblici, i professori, la scuola, l’università, e ovviamente le biblioteche, i musei, le imprese editoriali, tutto quello che serve per parlare alla pancia del lettore che come si sa è più vicina ai coglioni che al cervello, ma le parole vomitate arrivano prima, e ecco il male supremo: quello schifo degli anni settanta, secondo lui, il megadirettore.

Quegli anni zavorra per il Paese che ha visto lo Statuto dei lavoratori prendere forma e Legge ma per lui, permette ai sindacati e a tutta la pletora ricordata prima, di essere ciechi a tenersi stretti i diritti mentre le imprese chiudono – ce lo ricorda come se fosse la pistola fumante della sua teoria – perchè lo sappiamo tutti no, che  chiudono le imprese per colpa dei sindacati, forse addirittura dei lavoratori. Minchia il capitale finanziario, la finanziarizzazione, i bilanci farlocchi, la sottrazione di ricchezza dalle imprese, l’evasione fiscale, la carenza e incapacità di innovazione, i marchionne che è dentro ognuno di questi speculatori, per il Direttore questo per colpa dei Sindacati e dei lavoratori, è evidentemente filantropia.
Beh ci ha messo dentro tutti, ma proprio tutti. Si è dimenticato solo, gurdacaso, una categoria: i giornalisti.
I Direttori di giornale.
Ma è un suo diritto, ecchecazzo, mica un suo dovere.
Lui ci mette dentro chi vuole e lascia fuori chi vuole lui.

E fa nulla che meno diritti per i meno tutelati significa più privilegi per qualcun altro.
Fa nulla che i doveri per chi non ha diritti sono ingiustizie a cui è pure complicato potersi ribellare.
Non c’è nessuna vera libertà senza prima esserci giustizia. No lui è per abbattere i sindacati.E’ per la Tolleranza zero! Finché non gli entra in redazione, nelle buste paghe dei freelance, della magia che fa sparire i diritti dei lavoratori precari della stampa e i doveri degli editori, delle veline del politico, della claque.., di quella stampa che si guarda bene dal pubblicare notizie che possano disturbare chi investe in pubblicità, di quella stampa che oggi ha come cliente del giornale non più, da tempo, il cittadino che compra il quotidiano, ma chi investe in pubblicità che è quella che nei quotidiani oggi di fatto paga il lauto stipendio del direttore e sottopaga quello dei giornalisti freelance. Già la tolleranza.
Va bene la tolleranza zero, ma devo proprio parlare dei giornali?

L’ALBERO DELLA DISCORDIA e la Regione

foto tratta da Fb (a corredo articolo Laprovinciadilecco)
foto tratta da Fb (a corredo articolo Laprovinciadilecco)

Se verrò frainteso è responsabilità mia, provo lo stesso a spiegarmi con la speranza di farlo meglio che posso.

A margine di una falsa polemica tirata per i capelli su Fb da alcuni commenti, sulla diversità degli addobbi degli alberi di natale tra quello di Como e quello di Lecco, alcuni amministratori della pagina FB Sei di Lecco se… avevano raccolto il pretesto – e soprattutto l’idea – di contribuire a “prendere due risultati con una fila di lucine”. Subito sostenuti da decine e decine di Lecchesi che si erano resi disponibili

Rendere più attraente l’Albero di natale addobbato dall’Associazione Cancro Primo Aiuto Onlus, e quindi pure la Piazza Garibaldi dove è posizionato e veicolare il nome e la visibilità dell’Associazione e della causa per cui si è fatto l’Albero.

Il secondo obiettivo è stato completamente raggiunto. I Social network e la stampa locale han dedicato poste e pagine dando evidenza all’iniziativa e all’Associazione, anche a quei lettori, virtuali o cartacei, che forse a Lecco centro manco passano.

Il Primo obiettivo, non per importanza ma per visibilità estetica, quello di rendere l’albero più grazioso senza per questo trasformarlo nel richiamo degli Emiri del Dubai, non è stato raggiunto.

E questo sembra per ragioni che lasciano sbigottiti.

Un tiramolla dell’associazione, che dapprima non voleva perché non era suo obiettivo trasformare l’Albero in uno sfarzo – forse mal intuendo l’idea dei promotori – addirittura invitandoli a dare offerte economiche e non spendere soldi in addobbi, poi accettando l’idea e infine tornando sui suoi primi passi – di non abbellirlo – ma esplicitando che gli addobbi li avrebbe presi .

In mezzo l’opacità dell’Amministrazione Comunale, si si può fare, no non si può fare, l’Assessore al patrimonio che non si muove per non scavalcare un altro Assessore, l’altro Assessore che non si muove, e basta, arrivando a dire che il diniego, nei fatti, era da attribuirsi alla logistica, al problema che non era escluso che oltretutto “non ci fosse abbastanza potenza elettrica per le nuove lucine”.

Va bene la difficoltà di recuperare una gru per arrivare in cima all’albero, ma il rischio della mancanza di volt della corrente è tragicomica.

Fatto questo, detto questo, io ritengo, e qui vorrei riuscirmi a spiegare bene, che il sostegno ai malati di cancro sia un compito Istituzionale, non del buon cuore, enorme, dei cittadini.

L’acceleratore lineare che con le offerte dei cittadini si vuole donare all’Ospedale Manzoni di Lecco è un buon segno e pensiero, ma non può essere demandato al buon cuore del cittadino o all’impegno di una associazione.

Uno di questi strumenti diagnostici , mi pare costi intorno ai 2 milioni di euro, è fondamentale per la rapida scoperta di un possibile tumore, e mi chiedo quindi, avendo visto dove sono i cittadini, invece dove sia, dov’è lo Stato, la politica, la Regione.

Ecco la Regione è dentro l’Associazione Cancro Primo Aiuto onlus.  Basta guardare il loro sito.  Presidente onorario è Roberto Maroni, oggi Presidente della Regione Lombardia, Presidente onorario vicario è Mario Mantovani, l’ex senatore, parlamentare europeo, “ora” vicepresidente della Regione Lombardia e assessore alla salute, arrestato pochi mesi fa con l’accusa di concussione, corruzione e turbativa d’asta per aver truccato gare per trasporto dializzati. Ma che risulta presente ancora, sbalorditivamente, nell’elenco della struttura della Onlus.  La vicepresidenza onoraria è assegnata a Walter Bergamaschi, oggi Direttore generale alla Salute della Regione Lombardia.

Insomma a parte la matrice politica e partitica della cosa ma non è proprio la sanità Lombarda, l’Istituzione Lombardia, a dover reperire risorse e fornire questi macchinari, indispensabili per un livello di eccellenza, agli ospedali e lasciare alle risorse dei cittadini finanziare progetti di minor entità e per paradosso di più difficoltoso successo?

La sanità lombarda, dall’ultimo Bilancio di previsione 2015 approvato, gestisce 17 miliardi di euro, su 21 complessivi del Bilancio regionale, a parte le note vicende giudiziarie e di spreco, due milioni perché non riesce a trovarli? Non sono mica addobbi di un albero, non è mica una gru periscopica sotto natale.

Volere è potere e lì il potere mi pare che abbia cariche non indifferenti.

SOPRA LA PANCA L’ASSESSORA CAMPA

30102015

31102015

 

SCOPRI la differenza/coerenza:

IERI:Venerdì 30 ottobre 2015 Quotidiano La Provincia di Lecco copertina e pag.17
“Il vicesindaco prepara lo sfratto «Diremo ai ragazzi di far posto»

«Chiederemo ai ragazzi stranieri di spostarsi»
il vicesindaco Francesca Bonacina: «Ribadirò con tutta tranquillità, nell’ottica della collaborazione che ci sono delle regole di piccola quotidianità da tener presente. Questi ragazzi non sanno che storicamente le panchine all’angolo tra piazza Garibaldi e via Roma vengono usate dai pensionati e di conseguenza le occupano…”.

OGGI:Sabato 31 ottobre 2015 Quotidiano La provincia di Lecco copertina e, sempre pag.17
Vicesindaco Bonacina: «Sono di tutti. Servono per conoscersi»

«Le panchine sono per chi vuole sedersi, anziani e giovani, lecchesi e non lecchesi. Spero che chi sostiene che panchine debbano essere usate solo dai lecchesi, stia scherzando».
“La città è fatta di spazi da vivere e di luoghi che possiamo scegliere di far diventare occasioni di incontro anziché di scontro.”

‘Sta volta ha, almeno, azzeccato l’ordine

‪#‎ilmegliodeveancoravenire‬
Il meglio ha detto che forse non viene

IL TRENO DEI DESIDERI CHE ALL’INCONTRARIO VA

11783710_833588316756887_621612017_oSi vede la prima carrozza del treno sbucare dalla curva di ghiaia, rotaie e alberi.
Ha la livrea verde e grigia, la scritta bianca Trenord, il muso piatto e non so se è in ritardo.
Sul ritardo di ieri.
Ieri questo serpente di latta e sudore mi han detto che è stato l’unico in tre ore a mettere il muso fuori dalla stazione.
Gli altri due si son fermati al palo o forse all’Expo.

Il treno avanza lento, normalmente lento, oppure velocissimo, la curva è fatta, il rettilineo è compiuto, il marciapiede della stazione è lambito. Mi son distratto, la frenata deve aver compresso le latte ammorbidite dal sole. Il Treno si è compattato. E’ lungo una sola carrozza.
Il serpente di latta è diventato un bruco. Son sparite due carrozze su tre.
Non i pendolari.
Sembrano di più. La carrozzina che mi si staglia davanti appena metto piede sul primo gradino credo che contenga un bimbo nato durante il viaggio. Il bimbo deve avere tre giorni, visto il ritardo; dal volto della mamma, ancora sudata e stravolta potrebbe essere un parto gemellare, ancora in corso. Quel bimbo ha almeno altre 60 mamme,a  veder le facce.
36 posti a sedere per 115 persone.
I finestrini sono totalmente abbassati, la pelle di plastica dei sedili è baciata dal sole.
Sembra pongo. E pure chi ha avuto la sfortuna di sedersi. E’ una gara di altruismo…“prego si sieda”, “signora vuole accomodarsi?”, “Prima lei, ci mancherebbe, prima lei”.
Non entra un filo d’aria. Deve essere la velocità di crociera. O della croce.
Giungiamo alla prima fermata, ci si guarda.
Sembriamo tutti psicanalisti, ci capiamo al volo…
Il terrore sul volto corre più del treno: salirà mica qualcuno ancora, vero?
Le porte del treno, modello barbie, diventano celle e noi guardie penitenziarie e in penitenza.
Non sale nessuno, ma così, però, non scende nessuno.
Sembra una partita di rugby, schierati per placcaggi e mischie.
Ne scendono 18, ne salgono 9. Meta o metà, fa lo stesso, risultato raggiunto.
Non si sa se sarà così per il capolinea di ognuno di noi.
Due passeggeri dormono o forse son svenuti, si valuta se farli scendere con il metodo Scajola. A loro insaputa. Alla fine non abbiamo la forza, fisica.
Nuova fermata, in mezzo ai campi, se ci fosse l’interfono sentiremmo: “gentili clienti alla vostra destra un campo di frumento tipico prodotto per l’eccellenza italiana”, “alla vostra sinistra, alla vostra sinistra… ditecelo voi perché ci siamo persi”.
Con 12 minuti di ritardo giungiamo in stazione, la penultima prima di Lecco.
Abbiamo vicini di posto e di viaggio, malgrado non ci sia mossi, che non sembrano gli stessi della partenza. Certamente non lo siamo più noi.
Il controllore chiede il biglietto dal marciapiede della stazione. Giuro.
Ripartiamo. Il treno si muove, il macchinista c’è.
Ora siamo 105, uno di meno, il controllore.
Giungiamo a Lecco, dopo aver passato il carcere ma ancora dentro la nostra prigione.
Scendiamo.
Due turisti tedeschi, o olandesi, appena scesi anche loro, ripiegando una cartina e sfogliando un vocabolario pare vogliano informazioni.
Desistono. Chiudono cartina e vocabolario e, lentamente, ma comunque più della velocità tenuta dal treno, si limitano a guardarsi e a guardarci.
Sono un libro aperto, si può leggere chiaramente: “ma dove cazzo siamo finiti?”
Expo? Turismo? Medioevo.
“ll vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” diceva Marcel Proust.
Non so se è tutto vero.
Sul fatto che bisogna avere occhi nuovi però siam concordi. Con questi treni non si han più occhi nemmeno per piangere.