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che miseria: ODIARE I POVERI E NON LA POVERTA’

cena_campaniletto_5“Chi ha pagato?”.

Possono tre o quattro millenni di cultura umana essere riassunti in una domanda scema?

E’ quello che si evince leggendo centinaia di commenti sui social ad un post dell’ex consigliere Zamperini dopo la cena di amicizia fatta tra consiglieri comunali e una ventina di richiedenti asilo al circolo Acli il Campaniletto di Pescarenico.

Una slavina di insulti che rendono disperati: non c’è davvero speranza per Lecco. Un dato è certo e spaventoso: come si fa a odiare i poveri e non la povertà? E’ qualcosa di veramente vergognoso.

Un gesto politico e di vicinanza, di esempio oserei dire, da parte dell’amministrazione comunale (maggioranza e opposizione), ridotto da troppi commenti, a insulti razzisti e: “chi ha pagato?”

Ci sono ex politicastri da due soldi che cavalcano l’odio e l’ignoranza di troppa gente, così  quello che indigna è una foto sulla stampa.

E’ che persone hanno ospitato altre persone per una cena

E nemmeno un sussulto, nei commenti, per un poco di coscienza critica, moralità, che spingono a vedere che intorno a quella tavolata – e a quelle fatte in queste settimane da decine di famiglie lecchesi – ci stanno storie umane degne di essere ricordate e vissute, conosciute e condivise – sempre che preferiamo odiare la povertà non i poveri.

Centinaia di commenti “chi paga?”, “prima gli italiani” ,“ci chiuderanno loro le frontiere qui” “quando farete una cena per i nostri poveri?”.

Perché l’obiettivo è far credere che l’immigrazione è come una coda. Ogni persona è il nemico di quella che la precede. Si chiamano “guerre tra poveri”. Alimentiamo la paura. Amplifichiamo questo sentimento.  Uno strumento volgare che si basa sulle cicatrici di chi ha sperimentato la fame, la povertà. Di chi la sta sperimentando. Sfruttando chi non era cattivo. Ma chi era arrabbiato e terrorizzato.

E’ la sindrome dello zircone spacciato per diamante. E’ solo un falso. E’ partita, anni addietro, questa conversione, erano gli anni di un nuovo miracolo italiano, degli yuppies, dei paninari tutti firmati, della borsa che andava a mille, la macchina e il meccanismo di finzione: stufi di essere proletari, i proletari hanno deciso di non esserlo più. Era giunto il tempo di essere stufistufi di essere guardati dall’alto al basso.

Ed erano stufi perché erano soli. Da tempo. Senza Partito, senza Sindacato. Senza Comunità intorno, dentro. Sopportavano il fatto di essere operai quando esisteva un “noi”.

Il fatto di vivere in una strada fatta di operai, il fatto che tutti i bambini della strada vestissero riciclato, creava uno scafandro protettivo che in qualche modo fortificava, arricchiva i sacrifici, li mostrava, li rendeva “normali”. C’è un “noi” tosto, collante fortissimo nel puzzare tutti allo stesso modo. C’è un “noi” che è collante, legame, condivisione. L’elettricista della fabbrica che ti fa un salto a casa tua per dare un occhio al forno che salta e tu che gli fai una teglia di lasagne, a buon rendere. E’ tutto interno, tutto “tra di noi”. Noi.

Ora, che cosa succede quando crolla il mondo? Quando arrivano i primi echi, le prime voci, figurati. “Si, figurati, se crolla il cielo. Non può. E’ impossibile. Ma sai che casino succede?” Non puzzi più, di quella cavolo di puzza che tu non senti, ma chi passa davanti alla fabbrica sente, e tu non lo sai ma ce l’hai addosso. E’ nell’acqua che usi per la lavatrice, nell’aria che respiri quando apri le finestre, quando passeggi, è nel vento dove stendi ad asciugare i vestiti. Il “noi” crolla.

Tutti si raggruppano attorno al sindacato, al partito e anche al prete. Tutti e tre sono profondamente legati a “noi”. E nessuno ha risposte, serie, concrete, convincenti. Con lo scioglimento, la disgregazione, lo sgretolamento del “noi”, il proletario si è trovato ad avere di fronte, ad avere a che fare, con un mero “io”.

Posso fidarmi solo di me stesso. IO mi tiro fuori dai guai. Io mi metto in proprio, io mi tutelo da solo. Orfani, derubati di un “noi”, i proletari hanno fatto, e gli si è lasciata fare l’unica cosa che potevano fare. Al crollo del “noi” come classe sociale, cambiano il proprio stile di vita.

Il solo problema da affrontare e superare, non ancora risolto  – ma casomai acuito da questa crisi economica, finanziaria, sociale -, è che questo stile di vita non è semplice da sostenere.

E da qui, i politicastri (razzisti e berlusconinani) da due soldi ti mettono in coda e tu sei bello che allenato alla guerra che vogliono loro. La Guerra tra poveri. E non odi più la povertà ma i poveri.

E così ti va di traverso pure una semplice, comunitaria, nobile e solidale cena tra persone. E pensi solo “a chi paga?” e ti perdi la vita e la risposta più importante. “L’umanità è in crisi: e da questa crisi non c’è altra via d’uscita che la solidarietà tra gli uomini”.

2 agosto 1980 h.10,25. Perchè i nomi sono volti, carne, storia

famiglia-mauri-strage-bologna0208801Come tutti gli anni pubblico qui e mando ai giornali, la stessa lettera, come ricordo, come memoria per capire, perchè non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. E’ vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce, la Storia di una famiglia del nostro territorio, proprio perchè, sempre, in questi tempi di terrorismi, che sono lunghi e strazianti, i nomi sono volti, carne e storia.

La storia ha tre protagonisti.

Si chiamano Carlo, Anna Maria e Luca.

Carlo e Anna Maria sono una giovane coppia di sposi, Luca è il loro bambino. Sono una famiglia normale, come ce ne sono tante in Brianza, che ad agosto, come ogni anno, va al mare. Carlo, Anna Maria e Luca salutano i genitori di lei, piccoli imprenditori locali, e partono con la loro macchina verso il luogo delle vacanze. Il caldo, le code, i caselli… Storie quotidiane che si ripetono ogni estate.

All’improvviso in autostrada la macchina si rompe. Non si può più proseguire. Carlo e Anna Maria decidono di tornare a casa, ma Luca insiste e alla fine scelgono di andarci in treno al mare.

La mattina del 2 agosto 1980 alle ore 10 25′ sono nella stazione di Bologna. Oggi i loro nomi sono scritti nella lapide di marmo che si trova nella sala d’aspetto di 2^ classe.

La storia non finisce qui, la storia aggiunge a quelle vittime altri nomi.

Il papà di Carlo, Guglielmo, muore, subito dopo quell’ora pietrificata, di crepacuore. La mamma Giuseppina (cioè la nonna di Luca) entra in monastero. Eppure questa storia non è solo una storia triste, una delle tante storie d’impunità della terra, è anche una piccola-grande storia di resistenza. Ogni anno sul quotidiano locale La Provincia tutti i lecchesi e i comaschi possono leggere un breve necrologio che ricorda i loro nomi. Ogni anno, fino al 2007 quando è morta è stata la mamma di Carlo a pagare, a sue spese, dal monastero, quel piccolo riquadro di memoria che ricorda a tutti i lettori de La Provincia Carlo, Anna Maria e Luca. Ora lo stanno facendo altri famigliari.

Custodire la memoria è quindi un impegno che dobbiamo sentire ognuno e insieme. Una memoria però per capire, perchè non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. E’ vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce. Ed è in questo modo  che non dobbiamo dimenticare in ogni luogo dove ci troviamo e ci troveremo il 2agosto. Le vacanze estive, o ancora sul posto di lavoro, dalle pagine del nostro quotidiano, dal nostro profilo social, ovunque siamo, ovunque saremo, qualunque urgenza avremo. Un impegno di memoria e civiltà.

Anche per Carlo, Anna Maria e Luca. Che molti di noi non conoscevano ma che erano cittadini, uomini, famiglia, futuro. Come lo siamo noi.

“Non avrete il nostro odio, continueremo a fare un mondo più giusto”

camion-nizzaQuesta mattina leggo di Nizza e mi vengono due groppi al cuore.
Il dolore che non si semina ma, anzi, brucia le radici, i semi in un terreno che vogliono sempre più arido e inospitale.
E il dolore che sono certo troverò nei commenti, nelle parole, di chi fomenterà l’odio e troverà forza nel riprendere anche il più ordinario gesto di dialogo, la stretta di mano, l’aiuto ai richiedenti asilo, la condivisione della preghiera, il gioco dei bimbi, per riattaccare chi crea ponti, dopo questa notte .E allora scrivo per ricordarmi e ricordare quella frase che uno sguardo bello scrisse sull’asfalto di Bruxelles e ancor prima un altro sguardo altrettanto bello di un papà parigino scrisse ai terroristi dopo le stragi dei mesi scorsi:“Non avrete il nostro odio, continueremo a fare un mondo più giusto”.
E questi fatti, ovunque avvengano, la pietà per le vittime, tutte le vittime, dovrebbero renderci più umani e non più feroci e violenti.

E la quotidianità, la semplicità dei gesti che combattono le discriminazioni e sono da esempio e riflessione, e soprattutto argine culturale verso chi alimenta il rancore e fomenta l’odio, e soprattutto son argine culturale per chi alimenta la paura, che vanno ricordati oggi e sempre.

Seminare paura fa comodo sia a chi colpisce gente innocente a Nizza o Bruxelles, Bagdad o Aleppo, perché i nostri morti sono importanti, ma non più importanti di altri morti. Morti innocenti. E di morti ce ne sono stati troppi, ma fa altrettanto comodo anche a chi non vede l’ora di alzare muri e barriere, a chi prova ad insinuarci la diffidenza, a chi vuole creare una società blindata.

E quindi scrivo per chiedere a me e soprattutto a chi, localmente e non solo, oggi è più rappresentativo ed esposto civicamente di altri, di essere ancor più nitidamente seminatore di una una società migliore, più giusta.
Di continuare a immaginarla e costruirla – anche con i gesti simbolici oltre a quelli quotidiani.

Una società, una comunità più giusta, migliore, non solo per noi, ma per tutti.
Perché l’odio, di parole, e di bombe, è solo un tentativo, ignorante e vigliacco, di fermare un cammino che invece giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, parola dopo parola, viene percorso e permette di segnare e costruire strade che nuovi sguardi, personali e collettivi insieme, potranno proseguire.
Continuiamo il cammino, perché ovviamente siamo devastati dal dolore ma tutti i terroristi, di bombe e di parole, devono sentirsi incessantemente ribadire: “Non avrete il nostro odio, continueremo a fare un mondo più giusto”.

VIK ARRIGONI. Tira un vento che sa di mare a Bulciago

fondazione Vik BulciagoTira un vento che sa di mare. Di acqua di mare e orizzonti liberi.
Oggi a Bulciago, domenica 24 aprile 2016.
C’è dentro lo sguardo di Vittorio Arrigoni, Vik, ma non è solo, non è solo lì seduto sul porto di Gaza a guardare un confine senza confine, una bandiera senza simboli, un segno nell’Utopia.

Tira un vento che sa di mare oggi a Bulciago, fuori sul cortile di una scuola elementare intitolata a Don Milani, un altro partigiano, piena di occhi, braccia e cuori, di sguardi che Vik Arrigoni ha messo assieme, messo insieme non solo, non proprio solo da 5 anni, quando di questi giorni – era il 15 aprile – occhi miopi e mani da fili tirati, lo hanno strappato al mare, alla sua terra di Gaza e, ancor più miopi di chi non vuole capire, di chi non sa nulla di vento e semi, aveva pensato che così spezzandogli la vita, di portarcelo via del tutto, per sempre.

Tira un vento che sa di mare oggi a Bulciago perché quei semi avevano già germogliato nel solco delle coscienze, sopra le onde di una stazioneradio sempre meno lontana, sempre più chiara, sempre più Radio londra, che è stata la sua Guerrilla radio, dentro le cronache di articoli di giornale, le uniche cronache da quel lager a cielo a aperto che è ancora Gaza City, a quel Calvario che è ancora la Palestina, tra militari israeliani, Kapo e sempre troppi, troppi  poveri cristi.

E allora questo vento che sa di mare, oggi a semi più leggeri, più gracili, ma sono tanti ed hanno le facce di ragazzi e ragazze, uomini e donne, italiani e fratelli di altri posti dove si sente lo stesso vento, lo stesso mare,  gente che si conoscono senza conoscersi.
Non si conoscono ma si Riconoscono. Ci riconosciamo
Vik Arrigoni, che guardava il mare ha portato il vento anche qui.
E sta dentro le parole di sua mamma Egidia Beretta che è in Viaggio con Vittorio, dentro scuole, sale, piazze di ogni città per raccontare l’Utopia che Vik praticava ogni giorno, dentro i fumetti di Stefano Piccolo e le parole e la poesia in video di Fiorella Mannoia, dentro i farmaci e quei pacchi di viveri che l’Associazione Music for Peace, da anni, porta dall’altra parte del mare, in quella terra che è Gaza e la Palestina che ha visto Vik Arrigoni farsi maestro, compagno, amico e fratello, farsi palestinese tra i palestinesi.

E allora oggi è anche qui che si scrive con l’acqua del mare, che modella le pietre,  con il vento che sparge ma non disperde i semi che, ancora una volta, si prova a declinare a sentire il profumo, ad aspettare la Pasqua del Restiamo Umani.

Il volto di ognuno, i passi che sono da seminatori di grano. Un puzzle di ognuno che fa un quadro con il passo dell’altro.
Che si muove come l’onda del mare e il vento che si sente qui a Bulciago.
Un Restiamo umani, antibiotico, medicina, prevenzione, anticorpo alla sopraffazione dei deboli e diversi, alla vigliaccheria e miopia di allearsi con il più forte del momento,
nell’ignoranza che genera razzismo, piombo fuso e miopia.

“Perché la natura grida forte che cosa bisogna fare, la società pure,ma gli uomini ancora tutti  non capiscono e si fanno il male con le loro mani”
come ci ricordava Alcide Cervi “i miei sette figli”.

E allora quei passi che oggi hanno addosso il vento e nelle impronte i semi, dopo il volo di palloncini verdi, neri, rossi e bianchi si danno appuntamento qui a Bulciago l’anno prossimo, perché hanno una semina e un viaggio da continuare, per poi tornare come oggi per ricordarlo, onorarlo e respirare ancora l’ossigeno delle sue parole, delle sue azioni, dei suoi sogni.
Una festa, una speranza, il futuro che si costruisce passo a passo… in cammino per restare umani.

Il seme che germoglia, http://www.fondazionevikutopia.org/,  l’acqua che disseta, il cibo che nutre, il ponte che unisce, le spalle larghe che proteggono, le idee che cammino ovunque.
Per Restare Umani, o per tornare ad esserlo.

Ciao Vik

vik palloncini vik

LA MANO CHE SI TENDE. C’è sempre meno tempo

aleppoFiducia contro paura, comunità contro solitudine, accoglienza contro odio, cultura controfanatismo (Michela Murgia)

Ci sono drammi, stragi che sono così grandi che facciamo fatica a vederle, a colorarne il bordo del loro perimetro, a darle il volto e gli occhi di uno come noi, talmente sono grandi, enormi.
Ma se riuscissimo per un attimo a chiudere gli occhi, e provare a immaginare di essere soli in una piazza, una piazza come la nostra, sebbene fors’anche gremita, forse riusciremmo a vedere la mano che si tende verso la nostra di questo volto, di questi volti, uno, dieci, cento, e cento ancora che i terroristi hanno spezzato, con la brutalità della vigliaccheria, con la vigliaccheria che le brutalità hanno.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quel bimbo (che poteva essere nostro figlio) che ha gli occhi chiari,verdi come l’acqua della Senna, come l’acqua di lago, anche se il lago non l’ha visto mai, e i suoi capelli ricci, scuri e quel sorriso che è festa.
Festa perché questa sera, che lui ancora non sa è la sua ultima sera, suo papà finalmente ha promesso di portarlo, lo sta portando, a vedere il cuore della città.
Una città forse come tante, luci, pietre, voci e il profumo di limone che forse è gelato al limone, ma  per lui e come tutti i bimbi, è la sua città. Unica.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo quella mano, quel volto, quell’acqua.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quel ragazzo (che potrebbe essere nostro fratello) che finalmente ha trovato i soldi per chiedere alla sua ragazza di sposarlo e lo vuol fare invitandola a cena fuori.
E quel ragazzo ha gli occhi scuri come la notte ma un sorriso che è colore e forma della mezzaluna, è futuro in due, non due a caso, lui e lei, lei e lui. Loro. Noi.
Ed è un sorriso da dichiarazione che lui ancora non sa è il suo ultimo sorriso,non perché lei gli dirà di no, lei non gli dirà di no, ma solo perché mentre stanno tornando da quella cena in quel ristorante con profumi d’oriente una bomba lì ha divisi per sempre.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quellamano, quel volto, quella promessa.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quella donna (che potrebbe essere nostra madre) che è andata a vedere per la prima volta suo figlio giocare nella capitale.
E lei che fa la sarta su quelle macchine ancora a pedale si è cucita pe rl’occasione una camicetta bianca di lino e fili d’oro bella quasi dello stesso orgoglio con cui guarderà il figlio, ma che non sa ancora che non si toglierà più, che si sta macchiando di sangue, del proprio sangue, dentro un’esplosione.Forse tre.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quella mano, quel volto, quella camicetta

Vedremmo la mano che si tendeverso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quell’anziano signore (che potrebbe essree nostro padre) che ha un banchetto di profumi fuori da un vecchio grande teatro.
Il suo volto ha i solchi del tempo e le sue mani i segni della fatica di tutta una vita. Tutti i giorni apre il suo banco e forse non chiede null’altro, solo di poter dare un futuro migliore del suo, a chi lo aspetta a casa, quel futuro ancora non sa che domani non vedrà. Perché un mitra lo ha colpito tra i suoi saponi di olio e alloro, che non lo lavano via il sangue.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quella mano, quella fatica, quel sogno di futuro.

Quella mano che si tende verso la nostra, ora ha un volto, uno, dieci, cento, e cento ancora che i terroristi hanno spezzato, con la brutalità della vigliaccheria,con la vigliaccheria che le brutalità hanno.
E ora aprendo quegli occhi, quel volto, quei volti, uno, dieci, cento e cento e cento ancora scopriamo che si chiamano Shafi, Mohamed, Farida, Omar. E sono di Bassora, Kobane, Aleppo, Jalalabad, Gaza, Damasco.

E quel terrorismo che ha spezzato quella mano che si tendeva ha il volto dei nostri governi, delle nostre politiche, delle nostre armi.
Prima ancora di scendere in Piazza per i drammi vigliacchi dietro ai nostri palazzi, dentro i nostri Teatri, nel cuore delle nostre Città, dovremmo avere il coraggio di dire che stiamo sbagliando uguale anche noi, stiamo seminando lo stesso orrore.
Perché altrimenti, sono convinto che ci rinfacceranno, e fan pure bene, che di morti senza volto e titoloni sui giornali, ne abbiamo più sulla coscienza noi.
Parigi non è Damasco, Parigi non è Kunduz, Parigi non è Aleppo.
Parigi non è Mediterraneo. Lì dentro, lì sotto, cadaveri invisibili, discreti, puliti; senza sangue in strada e sui giornali, addirittura sepolti direttamente in mezzo al mare.

Centinaia di migliaia di morti in Afghanistan, Siria, Iraq, i bambini sventrati dai bombardamenti Nato, le centinaia di migliaia di persone ammazzate dalle armi fabbricate in Occidente, valgono meno?
Il terrore, nel resto del mondo è tutti i giorni.
L’undicisettembre per i bambini di Aleppo, per i ragazzi di Kunduz, per le donne di Kobane, per i vecchi di Aleppo, è tutti i giorni.
Quando avremo il coraggio di dire questo?
Altrimenti, per l’ennesima volta nelle nostre piazze ci sarà pieno di chi fa differenza se muori a Parigi o a Guantanamo.
Fa dolore questo mondo, e forse, ci farebbe un poco meno male se anziché voler essere qualcun altro quando egli muore, ci ricordassimo chi siamo ora che siamo ancora vivi.
Certo noi non ammazziamo la gente, almeno non nel centro delle nostre città. Delle loro, invece…
Lontano dagli occhi, Lontano dal cuore.

Questo non per giustificare, ma per provare a capire. E c’è sempre meno tempo

Perché solo una porta aperta in più ci farà salvi: fiducia contro paura, comunità contro solitudine,accoglienza contro odio, cultura contro fanatismo.(Michela Murgia)

ARMA IL PROSSIMO TUO

imageMa si sposano tesi che rafforzano le proprie convinzioni o viceversa?

Nessun dubbio che un giornale cattolico – come lo é Resegoneonline- abbia principalmente a cuore la sorte di cristiani ovunque siano nel mondo, é legittimo, però vivaddio almeno un poco di precisione e informazione.
L’editoriale “sotto la lente”  sulle ragioni per armare i curdi contro gli estremisti islamici, contiene opinioni vendute per fatti e importanti fatti, utili alla comprensione della situazione, invece negati.
Negati non perché non conosciuti ma perché, con ogni probabilità, facevano a pugni con la tesi che si é voluto sposare e divulgare.
Un po’ come un precedente editoriale dove si sparava ai quattro venti il ritorno dell’infibulazione delle bimbe ad opera degli islamici iracheni e nemmeno mezza riga – malgrado segnalatogli con tanto di fonte – sulla bufala della stessa.

Questa mia l’ho inviata anche come lettera al Direttore de Il Resegoneonline, farà la stessa fine, però ci si prova. Servirà almeno per misurare, a me stesso, l’onestà intellettuale.

L’editoriale apre con le fortissime parole del Pontefice: “é lecito fermare l’aggressore ingiusto, sottolineo il verbo fermare, non bombardare o fare la guerra. Una sola nazione non può giudicare come si ferma l’aggressione, ma l’Onu»

Ebbene però, per giustificare la loro tesi, invece, sono a favore dell’armare una delle due parti, e sono a favore dell’attacco fatto da una nazione sola, gli Usa.

Delle due l’una, o si sta con il Papa o con il gendarme. O con Gesù o con Barabba, con entrambi non si può.

É da almeno due anni che si sono intensificate le persecuzioni verso le minoranze religiose in Iraq. Ma nessuno ascoltava il grido d’allarme.  Oggi che in Iraq yazidi e cristiani muoiono assediati dall’esercito dello Stato Islamico il mondo si è accorto di loro. Eppure ne parlava Emergency e Un Ponte per… che erano sul posto.

La guerra in Iraq rischia di provocare lo sterminio delle ultime comunità cristiane, yazide, shabak, turcomanne rimaste nel paese. Da metà giugno sono centinaia di migliaia le persone in fuga. Ma la guerra non si arresta.
Forse serve una forza Onu di interposizione piuttosto che dare armi così a capocchia.

Ed é inutile negare o far finta di non sapere che l’Iraq, come la Siria ed il Libano, rappresentava uno dei pochi mosaici di civiltà rimasti nel Vicino Oriente.
Prima dell’attacco americano del 2003 c’erano più di un milione di cristiani.
Oggi ne sono rimasti 400.000. Migliaia anche le altre minoranze che hanno subito stragi e persecuzioni negli ultimi anni. Sono figli di culture millenarie come gli Yazidi, o come i siriaci cristiani che parlano l’aramaico. Vivevano già da tempo sotto assedio e protetti dai kurdi. Ma le bombe americane che oggi vogliono (forse) cacciare gli estremisti islamici allora li ha fatti arrivare.
Oggi l’Isis li sta di nuovo perseguitando, non vi é dubbio, ma sarebbe buona informazione innanzitutto ricordare chi li ha alimentati e cosa ha detto giusto qualche settimana fa Hillary Clinton quando ha riconosciuto che “gli son sfuggiti di mano”.

Gli era già successo con Saddam Hussein in contrapposizione agli ayatollah iraniani, con i muyaddin afghani diventati poi Talebani per comodità dopo l’11settembre… Tutti amici poi diventati nemici. Tutti prima armati e poi….

E a proposito di armi noi italiani siamo tra i principali fornitori. Dobbiamo deciderci o gliele vendiamo e poi non ci scandalizziamo se le usano, o non gliele vendiamo. Non é un paradosso continuare a pensare che nell’emergenza l’unica soluzione sia armare quelli che ci sembrano i meno peggio al momento in quella regione? 

Infine senza farla lunga l’altra tesi dell’editoriale: l’occidente é buono e difensore dei deboli. Se é vero dovrebbero decidersi…perché questo occidente é lo stesso che, insieme a tutti gli altri, Usa esclusi, ha votato, da anni e più volte, risoluzioni Onu che riconoscono la Palestina e condannano le violenze di Israele, che riconoscono confini che Israele non accetta e non riconosce. Che si fa bombardiamo Israele o almeno ci fa, il Resegoneonline, un editoriale “sotto la lente”?