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DOPO di Licia Pinelli. LETTI PER VOI (recensioni a perdere) 19

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DOPO (di Licia Pinelli ed. Enciclopedia delle donne, 2015)

Ieri l’altro ho chiesto alla mia libraia di fiducia, Serena Casini della Libreria Volante, se riusciva a recuperami cartaceo il libro “Dopo” di Licia Pinelli, la moglie del ferroviere e partigiano anarchico Giuseppe Pinelli, morto da innocente il 15 dicembre 1969 a Milano, dopo un volo da una finestra della Questura.

Io sono un ragazzo del 1970, vissuto, per anni, in un piccolo paesino sopra “quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…” che, per età e mancati incroci, non ha conosciuto – e tantomeno vissuto – per molto tempo ne la protesta ne la resistenza, la lotta di un popolo che in quegli anni intorno al mio nascere e sgambettare ha provato a disegnare un presente e un futuro diverso da quello che era e che poi è diventato.

Mio padre, milanese, mi ha però raccontato i nodi e i fili che partivano e arrivavano a quegli stessi nodi. Delle lotte di chi voleva una società dove valeva la pena trovare un posto e di chi ha pagato prezzi non suoi, per mano di chi si sa, anche se non si hanno le prove.

E quella di Pino Pinelli, malgrado io l’abbia solo sfiorata nei racconti estemporanei di mio padre, nei primi libri, in qualche rivista che avevo la fortuna o solo l’occasione di leggere, ho sempre saputo, come un nodo che è memoria e non ostacolo, che è stata una vita da partigiano e una morte da innocente.

E in questi mesi come un fiore, una piccola pianta di “nontiscordardime” ho, come la primavera coi cigliegi, visto fiorire, da un giorno con l’altro, in formato ebook il libro di sua moglie.
Un libro che unisce i fili al di là dei nodi, come quei sassi che dentro i torrenti, i fiumi delle montagne dei miei anni da adolescente, ti pare respingano l’acqua tanto sono imponenti, maestosi, belli, in realtà non la fermano ma gli danno strada, forza, nuova via, energia.

E il libro “Dopo” offre a noi, a me, il vocabolario, l’alfabeto adatto, prezioso, per un’impagabile incontro emotivo.
La bellezza di una normalità cercata, la chiave di una serratura che non può che essere di quella chiave, di quella serratura.
Si comprende ancora che Pino Pinelli era una grande bella persona e al suo fianco c’è – c’è – una donna altrettanto bella. Licia Pinelli che non ha ancora avuto giustizia ma non hanno potuto rubarle la dignità.

E come non cercare quindi, cartaceo, una copia di questo libro necessario, da donare a Maddalena R., una ragazza altrettanto spettinata, che anche a Lei han cercato di rubare la dignità, allungando un processo per 26 anni per l’uccisione del papà, per una verità e giustizia che già si sapeva ma lo Stato non voleva cercare le prove?

(in versione ebook sui maggiori siti è disponibile, cartaceo è più complicato, comunque lo leggiate, leggetelo)

Posted by Dopo di Licia Pinelli on Martedì 23 giugno 2015

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Letti per voi 20: MELANCOLIA DELLA RESISTENZA

imageIn questo invogliante week end settembrino lombardo ho terminato di leggere Melancolia della Resistenza           (L. Krasznahorkai, Zandonai, 1989).

Romanzo straordinario e misterioso quanto straordinario e misterioso è il talento di chi riesce a farmi trovare sulla scrivania il libro ‘giusto’ nel momento ‘giusto’.
La trama narra di un paesino ungherese sconvolto dall’arrivo di un’inquietante compagnia circense seguita da centinaia di fans, brutti ceffi calamitati non tanto dall’attrazione ‘ufficiale’ (un’enorme balena morta) quanto dal Principe, un ‘aborto della natura’(si dice abbia tre occhi), un essere che necessita di traduttore e che spiega alle masse la Verità: che la costruzione è imperfetta, e deludente, mentre la rovina è perfetta. Che ogni cosa ha un significato. Ogni cosa separata. E non insieme come immagina chi ha paura, perché chi ha paura non sa niente. I seguaci del Principe, sobillati dalla sua Verità, mettono a ferro e fuoco la città. Si accaniscono sugli inermi, perfino sui degenti dell’ospedale.

La prosa è godibilissima, benché molto ‘fitta’ (non si va quasi mai a capo, uno stile alla Bernhard, per intenderci) e in questi casi non si sa mai quanta parte di merito spetti alla traduzione. Ogni personaggio si fa conoscere attraverso lunghi monologhi interiori che ne tratteggiano carattere e mentalità e il lettore è chiamato volta a volta a immedesimarsi. C’è la signora Pflaum, una vedova di corte vedute, con una fottuta paura del mondo, che trova pace e piacere solo all’interno del suo appartamento stipato di porcellane, piante, fiori, confetture… farà una brutta fine. C’è suo figlio, Veluska, praticamente lo scemo del villaggio, ripudiato dalla madre che se ne vergogna e non riesce a coglierne la purezza d’animo; farà una brutta fine anche lui. C’è il signor Eszter, che invece riconosce in Veluska ‘un angelo’ in mezzo alla miseria morale e intellettuale del mondo là fuori e che troppo tardi progetta di proteggerlo; dovrà limitarsi ad andarlo a trovare in manicomio. C’è la signora Eszter, separata dal marito di cui sopra, fredda, calcolatrice, che non si fa scrupolo alcuno per soddisfare la sua brama di potere; avrà tutti ai suoi piedi in paese dopo la devastazione, guiderà la ricostruzione ma l’innamoramento per il colonnello che ha riportato l’ordine con il suo carrarmato non sembra corrisposto, per cui anche per lei manca un lieto fine.

Poi ci sono personaggi minori come il capitano di polizia sempre ubriaco, i coniugi Harrer, sempliciotti e manipolabili, tuttavia per trovare il mio preferito occorre tornare al signor Eszter: l’ex direttore del conservatorio che decide di ritirasi dal mondo per sfuggire l’ottusità dell’umanità. Egli si ritiene, a ragione, più intelligente e meno meschino, opportunista e conformista di coloro che lo circondano e pertanto si autoreclude in casa, ma a differenza della signora Pflaum, nutre la consapevolezza che tutto è inutile e tutto destinato alla dissoluzione. Ha scoperto che il grande amore della sua vita, la musica, è solo illusione, oppio che placa, qualcosa di artificiale che dipende dalle accordature degli strumenti e non esiste alcun regno sublime dominato dalla magia perfetta di risonanze e consonanze.
Immagino che lo stesso possa dirsi della letteratura, della pittura, dell’arte in generale. L’artista, come un bravo politicante, è un illusionista che illude innanzitutto se stesso. Basta saperlo. Solo la scienza è concreta, la biologia, la chimica; gli ‘operai della distruzione’ che corrodono il cadavere della signora Pflaum come faranno con ogni organismo ora vivente (pianeta Terra compreso). Ecco ciò che è reale, il resto è fuffa; polvere siamo ecc ecc…
Sono infiniti i segnali che ci avvertono che tutto converge verso la catastrofe, e che non ci possiamo fare proprio niente. Tutto converge ed accelera verso la dissoluzione mentre il rimbecillimento generale collabora a questa corsa, è un segnale esso stesso che la fine è vicina, quando senti certi discorsi… certi adulti ‘ragionare’ da adolescenti, capire quali sono i loro reali interessi, vedere ciò che postano sui ‘social’… Tutto sembra congiurare, tanto che verrebbe voglia di dire: basta, basta ho capito. Basta segnali!

Avverto sempre più pressante la tentazione di imitare Eszter, chiudermi in casa a coltivare il mio genio lasciando fuori l’imbecillità. Chiudermi in casa a imbrattare di pensierini i miei quadernetti con grafia incomprensibile (a volte) anche a me stesso. Quadernetti che se questo fosse un mondo giusto in futuro sarebbero esposti in teche di cristallo come quelli di quel tizio là nella sua casa di Recanati, ma essendo questo un mondo ingiusto prevedo che tale sorte toccherà ai taccuini di Mourinho.
Che meraviglia, chiudersi in casa e starsene in pace, lontani da ogni problema, al riparo da ogni pericolo…
Stavo scrivendo queste considerazioni l’11 settembre scorso quando un piccione kamikaze si è schiantato contro il mio terrazzo. Il botto mi ha fatto sobbalzare e mi sono ferito il palmo della mano con la punta della biro mentre in tv un video di Ligabue ambientato in una fabbrica dismessa mostrava un muro con la scritta “coincidenza un cazzo” (pensate che queste siano ‘invenzioni’ della mia ‘creatività’, eh? Poveri illusi: è tutto vero).

Letti per voi 19: REAGÌ MAURO ROSTAGNO SORRIDENDO

imageIn questo ennesimo week end piovoso di questa ‘pazza estate’ (copyright ogni tg) ho letto:

Reagì Mauro Rostagno sorridendo (A.Sofri,Sellerio,2014)

Bellissimo resoconto di cronaca giudiziaria relativo al processo di mafia che ha visto imputati e condannati all’ergastolo esecutore e mandante del delitto Rostagno. Il primo attraverso la prova decisiva del dna, rinvenuto sull’arma. Il secondo perché capo mandamento del territorio teatro del delitto e secondo la ferrea gerarchia di Cosa Nostra non poteva che aver dato l’ordine o l’assenso. Il testo è arricchito dai ricordi dell’autore (che si definisce uno dei migliori amici di Mauro, ma non il migliore amico, che veniamo a sapere fu Renato Curcio) legati alla comune militanza politica e anche dalle descrizioni del luogo del delitto, e del processo: Trapani. “Una delle città più infelici del pianeta” secondo la definizione di Chicca Roveri, e tuttavia Mauro scelse di essere “trapanese”.
Il testo risulta istruttivo per molti versi; impariamo come la mafia gestisce le armi, quelle ‘pulite’ e quelle ‘sporche’, come si organizza un attentato (con appostamenti lunghi anche due tre giorni), la scelta dei killer, delle auto. Impariamo che, una volta catturati, i mafiosi possono intraprendere la strada della ‘collaborazione’ con i relativi vantaggi, oppure scontare il 41 bis e poi col tempo, se non si hanno altre condanne, accedere al regime di Alta Sorveglianza che sembrerebbe un salto di qualità addirittura più decisivo che passare dal carcere ordinario alla libertà.
Interessanti anche le considerazioni dell’autore circa l’istituto dell’ergastolo, che andrebbe applicato solo nei confronti di chi ancora può nuocere.
E poi, l’umorismo involontario dei testi, ‘uomini d’onore’ che s’annacavano… incedevano in un certo modo… tutto tipico dell’humus che ha nutrito il ‘genio parodistico di Camilleri’, deposizioni che inducono al sorriso, come ne sorriderebbe Mauro, se non che questa è gente che ammazza, che non ricorda nemmeno quante decine di omicidi ha commesso. Sono piccoli uomini, bestie, ignoranti, ma che ammazzano; la consueta banalità del male.
Faccio fatica ad impietosirmi leggendo del colloquio in carcere con la moglie allorché il killer rievoca attraverso fotografie antiche di quando era picciriddo, di un’infanzia in cui la partita era ancora da giocare, quando la sua vita avrebbe potuto prendere un’altra piega; mi ricorda il personaggio dostoevskiano del vecchio Karamazov: “era sentimentale, cattivo e sentimentale”.
Per contro risalta nelle parole dei p.m. lo splendore della figura umana e intellettuale di Rostagno che viene così risarcito moralmente, insieme ai suoi cari, rispetto ai depistaggi e alle voci che inizialmente, nell’immediatezza del delitto (25 anni fa!) insinuavano questioni di corna, di ‘regolamenti di conti’ fra ‘amici’, e via di questo passo. Voci che avevano indirizzato le indagini dei carabinieri altrove…

Leggendo delle tante vite di Mauro vengono alla mente altre persone splendide.
Belle persone coraggiose, che ci mettevano la faccia, che rischiavano in proprio. Dieci anni prima di Rostagno anche Peppino Impastato pagava con il prezzo della vita il proprio ammirevole coraggio. Persone davvero ammirevoli. L’insopportabile cronaca dell’attualità mi spinge a inserire in quest’elenco anche Vik Arrigoni. Tutte persone splendide. Splendide e sconfitte.
Citerei per il coraggio delle proprie posizioni, fino a pagarne di persona un duro prezzo, anche l’autore di questo testo, Adriano Sofri. Non condivisi a suo tempo la scelta di consegnarsi all’Autorità per scontare una pena che sapeva di non meritare. Trovai più logica e condivisibile la decisione di Pietrostefani, così come appoggiai quella di Cesare Battisti (allora però dovrei metterci pure Cardella…)
Dunque, persone splendide e sconfitte. “Per fortuna sconfitte” aggiungerebbe Mauro, sorridendo.
Per fortuna?! Poteva davvero andare peggio di così?
Certi libri hanno il potere di porti interrogativi. Mi chiedo se questa società abbia davvero bisogno di persone splendide. E’ acclarato che l’onestà, la correttezza, la pulizia non pagano. E non sto parlando a livello individuale, in termini di soldi, carriera, prestigio, autorità (tutte cose che considero disvalori) ma a livello collettivo, sociale. Pensiamo a quanta gente è rimasta indietro negli ultimi trent’anni anche grazie all’opposizione (?) di una sinistra ‘democratica’, colta, intelligente, forbita, politically correct…
Il punto centrale è proprio questo: all’atto pratico, nella dura, concreta realtà, quanta gente è rimasta indietro!
Nel libro si cita la morte di Jimi Hendrix nel 1970, Mauro scrisse su Lotta Continua che “con lui i padroni hanno vinto”. Moralismo’ lo bolla Sofri. 44 anni dopo i padroni hanno stravinto, con tutti. Hendrix aveva forse profetizzato in Hey Joe la banalità del male che avrebbe vinto fra l’indifferenza, la superficialità della società.
Sorge il dubbio che questa società non abbia bisogno di persone belle, pulite, che ci mettano la faccia, che offrano il petto al nemico, ma piuttosto di persone che agiscano nell’ombra, subdole, scorrette, ingannevoli (volti coperti liberi pensieri). Organizzate determinate e spietate tanto quanto è organizzato determinato e spietato il potere. Magari abbiamo bisogno di pirati, di autentici figli di puttana ma dalla parte degli ultimi, degli oppressi. Abbiamo bisogno di militanti capaci di “coniugare insieme la terribile bellezza del corteo del 12 marzo ’77 a Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani” (cit.)

Siamo lontani da quei tempi, certo. Tuttavia la Storia non è finita. Necessiterebbe spezzare il circolo vizioso entropico, individuare un punto di rottura. Forse il combinato disposto dell’incancrenirsi della crisi economica con l’imminente svolta autoritaria istituzionale potrebbe svegliare coscienze sopite e aprire nuovi scenari. Tanto peggio tanto meglio, certo. Tanto peggio per chi? Per chi ha pochissimo o nulla da perdere? No, tanto peggio per chi ha tanto.

POCOCURANTE VM

 

 

IL PANE E LA MORTE – e – IN MARCIA COI RIBELLI: LETTI PER VOI (recesioni a perdere) 18

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Ardita prova questo week end: combinare due recensioni di due libri apparentemente distanti, di sicuro dal punto di vista geografico, meno, come vedremo, riguardo ai temi affrontati. Uno ambientato a Brindisi, l’altro nel cuore dell’India.

 Si tratta di Il pane e la morte (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2014)

e In marcia con i ribelli (A. Roy, Guanda, 2012).

 
Il primo analizza attraverso il consueto cantiere socioanalitico, un insieme di narrazioni di persone direttamente coinvolte, le problematiche relative alla vita e al lavoro presso il Petrolchimico e le Centrali termoelettriche che hanno avvelenato il territorio brindisino fin dagli anni ’60.

Il secondo racconta la realtà di un’economia emergente, di quelle che trainano il Pil mondiale con i loro incrementi a due cifre, dal punto di vista di chi si ribella all’espropriazione delle proprie terre, delle montagne e delle foreste.

A Brindisi va in scena da 50 anni lo sciagurato scambio salute-lavoro che produce gli stessi risultati della tragedia tarantina dell’Ilva: impennata, rispetto alla media nazionale, dei tumori fra i lavoratori e la popolazione. E come a Taranto anche a Brindisi possiamo rilevare quei dispositivi che consentono l’impunità dei responsabili, quali la complicità delle istituzioni, l’omertà di gran parte della popolazione, convinta che “l’industria ci dà il pane!” e non approfondisce a che prezzo, la delega alla “comunità scientifica” che in realtà non esiste.
Esistono al contrario le storie drammatiche di vite spezzate, di chi prima di ammalarsi veniva indotto a credere di vivere nella “normalità”, perché la “normalità” è la condizione necessaria per accettare determinate realtà; il soldato deve credere che è normale operare in territorio di guerra, il detenuto che è normale stare in cella, l’operaio che è normale lavorare in reparto di produzione del CVM.

Il trauma della diagnosi, della scoperta del “brutto male”, infrange la finzione della “normalità” e spinge il malcapitato a prendere coscienza dell’anormalità della situazione, dunque a ribellarsi, a ricorrere alla magistratura, purtroppo con esiti spesso insoddisfacenti. Tanto che molti si lasciano ricattare anche in questa situazione: l’azienda gli dice ” ti do una liquidazione e assumo tuo figlio, in cambio del silenzio”, un ulteriore stimolo all’omertà. Un clima omertoso che si perpetua fra i colleghi ancora sani, che vedono e sanno cosa avviene in fabbrica, ma tacciono per paura, perché temono di venire considerati “pericolosi per l’azienda”.
Ciò che fa più male è leggere di questa perdita di ‘coscienza di classe’, sembra smarrita la solidarietà fra lavoratori, ciascuno mira a perseguire propri microprivilegi, reali o immaginari… Tanto che anche chi si ammala tende inizialmente a nascondere il suo stato, quasi si vergognasse. Se questi sono i risultati si tratta dunque del trionfo della strategia del Capitale, che annovera fra i suoi complici quella stessa carne da macello sfruttata per macinare profitti.

Le cose non vanno altrettanto lisce per il governo indiano, che ha individuato “la più grande minaccia per la sicurezza interna” nel Partito Comunista Indiano (maoista) che si è strutturato militarmente e radicato nei villaggi della zona più interna dell’India. Si tratta dei guerriglieri maoisti naxaliti che oppongono resistenza alla politica neocolonialista attuata dal governo indiano contro la propria stessa gente attraverso la confisca di terreni, la deportazione di popolazioni, la costruzione di grandi dighe che devastano migliaia di ettari di foresta.

Tutto ciò per favorire l’industria mineraria delle multinazionali interessate all’estrazione di bauxite, indispensabile per la produzione di alluminio, componente principale a sua volta dell’industria bellica. In sostanza la “più grande democrazia del mondo” calpesta la propria Costituzione con la “Operazione caccia verde” che prevede l’utilizzo dell’esercito per consentire alle forze del mercato di estrarre risorse in modo rapido ed efficiente e paradossalmente sono proprio i guerriglieri ad applicare e difendere la Costituzione democratica indiana che proibisce l’esproprio di terre tribali. Lo fanno con la lotta armata e non con la ‘satyagraha’ perché quando la “più grande democrazia del mondo”, la nuova India in cui i cento individui più ricchi detengono un quarto del Pil, manda 800 poliziotti a circondare e isolare un villaggio nella foresta nel cuore della notte, a bruciare case e sparare sugli abitanti, uno sciopero della fame serve a poco (anche perché uno sciopero della fame quando non hai da mangiare…).

A questo punto sorge una domanda circa le motivazioni che spingono una popolazione alla ribellione. Perché là ci si ribella e qua no?

Vado oltre: perché qua non ci si ribellerà mai più?
Risponde uno schietto sovrintendente della polizia indiana: “Vede signora, francamente parlando questo problema non lo possiamo risolvere noi poliziotti o l’esercito. Il problema, con questa gente delle tribù, è che non conoscono l’avidità. Finché non diventeranno avidi come noi non abbiamo speranze. L’ho detto al mio capo: ritirate gli uomini e piazzate un televisore in ogni casa. Si risolverà tutto automaticamente.”

Così si spiega perché qua in Occidente è tutto risolto, a ‘loro’ vantaggio.

Nel passato gli oppressi si sono sempre ribellati agli oppressori e con le loro lotte, violente o non violente, democratiche o rivoluzionarie, hanno gradualmente conquistato diritti prima negati, spazi di libertà e autonomia.

Tuttavia oggi questo processo, che a buon diritto possiamo denominare ‘progresso’, sembra arenato. E’ stato sostituito da un processo entropico che intreccia irreversibilmente avidità, consumismo, rimbecillimento; processo indotto da una prolungata esposizione ai raggi dei televisori nelle nostre case.

Ci siamo messi questo estraneo in casa e la casa non ci appartiene più, è diventata altro. La casa è la nuova ideologia. Evocata con messaggi subliminali (“Casa… prendi il maalox…” oppure “dobbiamo stabilire la residenza in questo 40%” epigoni dello slogan che preannunciava i cupi anni ’80 “corri a casa in tutta fretta…”). Intorno alla casa verrà ridotta la battaglia politica a venire, fra chi vuole tassarla o meno (come aveva già capito quello dello slogan del biscione). Intorno a questo feticcio piccolo borghese verrà circoscritta quella che una volta era la Politica, quella che dovrebbe occuparsi di nuovi modelli di sviluppo, attraverso dibattiti di più ampio respiro culturale.

Ma La casa è anche il titolo di un film horror (non avete idea di cosa sia il vero orrore se non siete mai stati nella casa di un ricco).

Contro l’entropia non si può nulla. Come ve la spiego l’entropia? Stamattina avrei voluto un caffelatte bello scuro, ma mi sono versato troppo latte e me lo sono dovuto tenere così (a meno di non gettarlo e ricominciare daccapo). Ecco perché le cose in Occidente non cambieranno mai più, nè per via ‘democratica’ nè per via ‘rivoluzionaria’.

Parafrasando Barnard, siamo i primi nella Storia ad essere così (p)avidi. Sempre a casa; mai in marcia. #statesereni…

I BUONI: LETTI PER VOI (recensioni a perdere) 17

ibuonichiarelettereIn questo piovoso week end pasquale ho letto I buoni (L. Rastello, chiarelettere, 2014).


Potentissimo romanzo preceduto dall’avvertenza che il contenuto è frutto della fantasia dell’autore e pertanto è corretto considerare queste vicende come immaginarie.

Tuttavia c’è un tuttavia grande come una casa. Tuttavia la mente del lettore non può non andare a Libera, l’associazione di Don Ciotti, soprattutto quando legge la lettera di “scuse” del prete antimafia (don Silvano nel romanzo) a un giovane siciliano chiamato al nord per lavorare (in nero) per l’associazione.

Scuse per averlo menato (“sberle”, “pedate”) quando il lavoratore in nero aveva osato chiedere di esser messo in regola.

Qui c’entra poco la fantasia dell’autore: sia la lettera che la denuncia riportate nel libro sono ispirate da una ‘reale’ lettera di don Ciotti e dalla ‘reale’ denuncia presentata ai carabinieri dal malcapitato, che se la ‘caverà’ con una prognosi di dieci giorni. Non so se anche altre turpitudini descritte nel romanzo siano reali o immaginarie, ma appaiono senz’altro verosimili. Tuttavia ancora, il tema qui affrontato è ben più grande delle miserie di una singola associazione, va ben oltre la cronaca, l’attualità. Qui si tratta di questione filosofica, del male travestito da bene, di lupi travestiti da agnelli.

Il testo è scritto così bene da risultare a tratti ostico, soprattutto nella parte iniziale ambientata in Romania, dove il lessico è volutamente cedevole e zoppicante, rimasticato dai diseredati che abitano le fogne e sniffano colla. Il linguaggio è l’autentico protagonista del romanzo: dove si fa violenza al linguaggio è già iniziata la violenza sugli umani (cit. Calvino).


La trama narra la storia di Azalea (Aza per gli amici, ma poi anche il suo nome viene violato e diviene “Lea”), rumena che arriva in Italia, in una grande città del nord naturalmente ben riconoscibile, e che grazie ad Andrea, operatore umanitario conosciuto anni prima in Romania, intraprende una bella carriera all’interno dell’associazione In punta di piedi, presieduta dal carismatico e famosissimo don Silvano, prete antimafia che viaggia sotto scorta.

Più Aza sale i gradini verso i vertici dell’organizzazione, e con lei il lettore che la segue con apprensione, più ci avviciniamo all’orrore, all’indicibile. Quell’orrore che ci attanaglia quando solleviamo un masso e vi scorgiamo sotto un verminaio. Grida vendetta lo scenario che si disvela: morti bianche in casa e fondi neri all’estero. Accuse di “sindacalismo” per chi rivendica i propri diritti, per chi non vorrebbe lavorare gratis oltre le 40 (50) ore del contratto. Grottesche gerarchie disegnate col grassetto, col cartongesso. Corruzione di minorenni (insomma, pedofilia).

Come se non bastasse, tutto questo bel contesto è avvolto da un’ipocrisia lessicale da voltastomaco. I non allineati non vengono licenziati, ma “accompagnati”. Il “cammino di condivisione” si infrange sul “ci sono cose che voi non sapete” per giustificare l’ingiustificabile, e allora: condivisione di che? E poi “la frusta dell’oltre” per spiegare l’incomprensibile, il “pettegolezzo” per liquidare il senso critico, la “consapevolizzazione” per cooptare gli inconsapevoli… fino all’involontario umorismo macabro quando per commemorare i caduti della Thyssen si afferma che “lavoriamo per essere liberi”, forse retaggio di massime distrattamente udite durante le periodiche gite nei dintorni di Cracovia…
Parliamoci chiaro, ovunque si organizza un centro di potere possiamo rilevare un duplice livello di codice: quello palese e quello occulto. Questo avviene nelle aziende, stati, chiese, partiti, sindacati. Tuttavia qui lo stridore è più forte perché da chi si batte contro la mafia, contro l’omertà, per una maggiore consapevolezza dei cittadini riguardo i propri diritti che non vanno scambiati per favori, ci si aspetterebbe un minimo di coerenza fra il parlato e il praticato. Invece qui pare che “nel sociale” tutto è possibile, scatole cinesi, contributi non pagati, bilanci falsificati perché il fine giustifica i mezzi, hai l’alibi, l’aura antimafia, e chi non è con te è contro di te. Hai elevato la “legalità” a totem e ne custodisci, tu solo, l’essenza. Tutto secondo la logica dell’emergenza, che una volta era la droga e oggi è la mafia. In nome della lotta alla droga si giustificava la ‘filosofia’ di San Patrignano che, stando a quanto trapelava da quella comunità, induceva gli osservatori esterni laici rispetto alla logica emergenziale a ritenere più dignitoso bucarsi piuttosto che strisciare ai piedi del santone.

Nel finale c’è un istruttivo discorso di Andrea che ricorda il monologo del personaggio di Andreotti ne Il Divo di Sorrentino riguardante la necessità, l’inevitabilità della convivenza col male, fingendo di combatterlo:“abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia”. Fingere di combattere, qualcuno lo farà al posto nostro, colui che è la forma del mondo com’è.

Il male necessario: la solita scusa del potere.

In realtà di inevitabile c’è il dies irae, che arriva per tutti, anche per chi proprio se lo merita. Inevitabile e giusto, per mano dell’angelo vendicatore venuto dall’est, con una trovata geniale che non svelo per non guastare il finale del libro.

Si fa ancora troppa fatica ad assimilare il concetto di Faber, pure citato da Don Silvano per presentare la rock star Blake in arrivo in città: bisogna essere proprio coglioni per non capire che non ci sono poteri buoni.

VM Pococurante

LETTI PER VOI (recensioni a perdere) 16

In questadolfo week end preprimaverile ho riletto (per la seconda volta) Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler (M. Parente, Mondadori, 2014).

Spiace dirlo, ma questo romanzo mi è piaciuto molto, moltissimo; e ora cercherò di spiegare perché.

 

La trama descrive la parabola di Max Fontana, bambino malcresciuto a massicce dosi di tv e telefilm che alla soglia dei quarant’anni, rendendosi conto del proprio fallimento professionale e umano, si reca a Parigi per suicidarsi. Tuttavia lì accade l’imponderabile (che verrà tratteggiato meglio in seguito per non impressionare subito il lettore) e rinasce a nuova vita: diviene improvvisamente il più grande artista del mondo. Da lì in poi, da novello re Mida, tutto ciò che tocca diventa oro, preziose opere d’arte, discutibili e discusse da pubblico e critica, ma ricercatissime. La vita gli sorride, grazie alla fama e al denaro finalmente può celebrare pienamente la sua eccentricità e sbruffoneria, frequentare il jet set, avere le donne più belle e famose, una vita al massimo finché non interviene di nuovo l’imponderabile, il ‘caso’ che malignamente prima dà e poi toglie. Il testo è scritto in prima persona, l’io narrante parla nell’iPhone raccontando la parte finale delle propria vita per lasciare ai posteri la testimonianza di come sono andate veramente le cose e quali erano i ‘profondi’ pensieri di questo pazzoide artista. Descrive le proprie opere, finalizzate a far indignare i moralisti che allignano principalmente fra cattolici e comunisti, tipo Heil Mary!, un madonnone pieno di svastichine in poliestere appoggiato al Colosseo da cui penzola impiccato al cordone ombelicale il bambinello Gesù. Oppure ‘Il guardaroba dei morti’ una sala piena di vestiti da vecchi, poiché i vestiti dei vecchi, tolti dai corpi dei vecchi, diventano vestiti da morti. Oppure ‘L’audio dell’urlo di Munch’, una cassa da 200 W con la registrazione audio dell’urlo che spaventa i visitatori. E poi ‘Zebrei’, due zebre imbalsamate in una camera a gas.

 

E qui si introduce il tema scottante del nazismo, dell’Olocausto, insomma inutile girarci intorno, di Hitler. L’unico artista al mondo del quale Max Fontana riconosce la superiorità.
Parente riesce a creare un personaggio odioso, tanto più odioso quanto più gli attribuisce riflessioni che talvolta troviamo condivisibili; Max Fontana è la faccia oscura della nostra luna nera. Una summa del Fontana pensiero può essere rappresentato da queste ‘perle’: “le donne sono tutte troi
e”, “una vita da ufficio è da idioti” (e qui in effetti…), “per parlare con la gente devo drogarmi perché la gente è insopportabile”, “la Cappella Sistina fa cagare”, “Cesare Battisti è un vigliacco perchè in Brasile il governo lo protegge” , “Las Vegas è la massima realizzazione della civiltà umana”, e via di questo passo. L’ammirazione per Hitler non è determinata da motivi politici, Fontana nega di essere nazista, ma dal fatto che, a prescindere dal metodo, è un essere umano, non un mito, un essere umano che prima era uno sfigato qualsiasi e poi ha saputo conquistarsi fama eterna.Dici Hitler e tutti drizzano le orecchie”. Essere famoso, ecco ciò che più conta nella vita. E ciò non vale solo per il nostro protagonista, nossignori, vale per tutti. Eh già, ognuno nel suo campo, nel suo settore, aspira ad essere famoso; per esempio chi lavora in banca (fa proprio quest’esempio) desidera più di ogni altra cosa essere il più famoso della banca (!).
La trama si dipana poi fra omicidi preterintenzionali che l’autore rivendica come volontari, firmandoli e trasformandoli in opere d’arte per fare’ bella figura’.

Dunque, come può una mente umana concepire simili idee? Quali sono gli elementi, le fonti che hanno contribuito a formare una tale squisita mentalità?

Il Nostro cita spesso i suoi riferimenti culturali: telefilm americani, quelli di ultima generazione che, ahimé, conosco solo per sentito dire, mai visti, tipo Dottor House, Dexter, oppure film di cassetta, che invece conosco bene, tipo Rambo, Thelma e Louise, Kill Bill, Karate Kid e infine, Casa Vianello.

In definitiva, Max Fontana non ha proprio nulla di speciale, parliamo del prototipo di spettatore medio uscito da una cura intensiva, trentennale di società dello spettacolo. In effetti cita spesso anche Duchamp, il ready-made, ma non riesce a concepire il superamento dell’arte debordiano. Viene assimilata la lezione impartita dal sistema a tal punto da ritenerla legge fondamentale di natura: ciò che conta non è l’essere, e nemmeno l’avere (infatti dilapida il denaro) ma l’apparire.

Non riesce a concepire che possa esistere una vita propria all’infuori del Truman Show che altri, non lui, ha allestito; e fesso è chi vuole uscirne. Rinuncia a cercare la verità, anche nelle piante (sono più belle quelle finte) e la Venezia ricostruita a Las Vegas è di gran lunga preferibile a quella reale. Così gli è stato insegnato nel corso della sua intera vita dallo schermo e diligentemente, ideologicamente vi aderisce, tacciando di ipocrisia, di moralismo chi contesta questa visione della vita. Un esempio di tale superficialità lo troviamo nella considerazione che, in fondo, Hitler ha ‘solo’ anticipato la fine di milioni di individui, che a quest’ora comunque sarebbero morti, come se importasse solo il quando e non il come, come se fosse indifferente morire nel proprio letto o in una camera a gas. Così interpreta il ready-made duchampiano, l’indifferenza degli oggetti rispetto alla sofferenza umana si trasferisce agli umani, così definitivamente reificati: “noi siamo oggetti”.


Coerentemente, riesce a manifestare affetto e amore solo per Martina, che in un primo momento il lettore intende una bambina adottata sordomuta (e qui Parente mi avrebbe davvero deluso), ma poi con sollievo scopriamo essere uno scimpanzé. Certo, a uno cui piace vincere facile, educato dalla filosofia da spot pubblicitario, conviene scegliersi come oggetto d’amore un
animale. Anche qui Max Fontana si rivela un comunissimo umano che, non riuscendo ad instaurare autentici rapporti umani, anzi, negandone l’esistenza, riversa tutta la propria capacità d’amore su un ‘oggetto’, benché animato, che ricambierà l’affetto senza giudicare, senza chiedersi se chi ha di fronte sia per caso uno stronzo, senza chiedergli di migliorarsi.

Ne vediamo a milioni, attorno a noi, di gente così, di ‘amanti degli animali’. Animali elevati a divi del web, paparazzati e postati su Fb, gattini, cagnolini; e ciò dovrebbe indurci a ritenere i loro padroni delle persone sensibili..

Non basta cogliere il punto fondamentale dell’origine del mondo: ognuno di noi si è trovato ‘al posto giusto nel momento giusto’, quando eravamo spermatozoo, proprio come Max Fontana davanti al quadro di Courbet. Così è nato chiunque.

E chiunque, se solo ne prendesse coscienza, dispone dell’aura benjaminiana, qualsiasi cosa faccia, pensi, crei, è un’opera d’arte, unica e irripetibile. L’errore di Max Fontana consiste nel credere, ed è la fede del nostro tempo, la religione del mondo occidentale, di dover chiedere permesso a qualcuno per ritenersi il più grande artista del mondo, il permesso al pubblico, agli spettatori, al mercato per passare al di là dello schermo, quando chiunque, se capisse che non è neppure necessario essere artisti per permettersi il lusso di essere se stessi, potrebbe sperimentare l’onnipotenza di fare a meno di schermo, spettatori e spettacolo. Tutti uguali, tutti grandi artisti, un comunismo dell’arte che comporterebbe finalmente il superamento dell’arte stessa; quella ‘triste vita comunista’ che comprensibilmente un Max Fontana aborre.