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LA FIONDA E L’ELASTICO

fiondaUn amico sul treno diceva che ogni sacrificio che facciamo è un risparmio, nel senso che sottraiamo qualcosa all’adesso in nome del nostro futuro, e si chiedeva quanto questo fosse giusto.

In realtà, sono convinto, che non si tratta di sottrarre ma di: moltiplicare.

Funziona come tendere l’elastico di una fionda.

Nel tempo della tensione si percepisce solo la fatica muscolare, sognando il rilassamento del rilascio. Ma è proprio lì, nell’accumulo potenziale dell’energia, durante la concentrazione del lavoro, che siamo davvero padroni del nostro tempo e del nostro destino e possiamo ancora direzionare il lancio. Dopo, potremo solo stare a guardare e pregare che la mira fosse giusta. Per questo il presente è l’unico modo di operare nel mondo, la sola maniera di viaggiare nel tempo possibile, perché è il timone che imposta la rotta per ogni domani. Non voltarsi indietro a rimirare i passi e a rimpiangerli nostalgici, ma provare ad avere, come diceva Bradbury, “nostalgia del futuro”.
Perché nel futuro che sogniamo per noi, ci siamo già stati.

Il lavoro che facciamo oggi, qui, proprio adesso, tutto l’amore che investiamo, sono solo una maniera per ritrovare la strada.

IL SALUMIERE DEL dr. PUCCIO è strabico

puccio articolo 2742017Ho letto l’intervento del dott. Puccio di giovedì scorso sul quotidiano La Provincia di Lecco : la semplice aritmetica del debito pubblico” e la disaffezione politica del suo “alter-ego” salumiere. Trovo molto riduttiva l’analisi.
Il dott. Puccio è convinto, con il gioco del farsi una domanda e darsi una risposta, che ci siano solo 3 strade per risolvere il problema del debito pubblico che ci soffoca.
Aumentare le tasse, tagliare stipendi pensioni e sanità, e/o continuare ad operare a deficit.
Tutte e tre le soluzioni indignano, giustamente, il suo alter ego.

Mi permetto suggerirne una quarta che il dott. Puccio, ahinoi, nemmeno minimamente accenna. La lotta all’evasione e il cambio delle poste di spesa.
Ogni anno, a seconda delle fonti, l’ammontare delle imposte dovute ma non pagate allo Stato (ossia a tutti noi) è mediamente di oltre 150 miliardi di euro, per spingersi nell’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale a cura del Ministero dell’Economia a 255.
Perché non sono intercettabili nemmeno una parte di questi nostri soldi? Non è qui che bisogna indirizzare le attenzioni?
Credo sia già grave il non pensarla come soluzione. Grave perché non può essere che figlia di una mentalità dove lo Stato è il cattivo e noi cittadini i buoni.

La lotta all’evasione si fa in tanti modi. Culturali ed etici che evidentemente mancano, e operativi.
Investendo in semplificazione burocratica e in maggiori controlli.
Tutte le operazioni bancarie, per fare un esempio, sono tracciate da un codice anagrafico che si basa su quello fiscale, quanto ci vuole a incrociarli con il fisco?
Proporre un uso obbligatorio e gratuito delle carte di credito/bancomat sopra una determinata cifra è complicato? L’uso delle carte elettroniche permetterebbe anche, visto l’abbattimento automatico dell’evasione al dettaglio, di restituire nel 730  parte dell’Iva pagata dal cliente.
Inasprire le norme sulla chiusura degli esercizi che non rilasciano ricevute? E il credito d’imposta come oggi avviene per ristrutturazioni edilizie e risparmio energetico, è complicato?

Ma poi, aumentare le tasse, a transazioni finanziarie, assoggettare all’Irpef le rendite finanziarie oggi al 26%, sui profitti dei beni di lusso, eliminando la cedolare secca sugli affitti a canone libero; o con una tassa di proprietà per gli immobili vuoti, una maggior tassazione su voli, auto aziendali e di lusso, sul gioco d’azzardo ect, è veramente un danno per il salumiere del dott. Puccio?  

E ancora, perché il dott. Puccio si limita a parlare di ridurre le spese, dello Stato, attraverso stipendi, pensioni e sanità e non invece con le spese militari, grandi opere, disincentivi per i pensionati che lavorano, blocco dei medici che esercitano professione pubblica e privata, l’abrogazione dell’inutile Bonus Cultura, con la sostituzione dell’ora di religione nelle scuole pubbliche? Sono, queste, veramente un danno per il salumiere del dott. Puccio?

Ovviamente questi risparmi nella loro totalità o anche parzialmente, comportano una riduzione del debito pubblico e, se reinvestiti a sostegno delle famiglie, dell’innovazione tecnologica, per una sanità pubblica più efficiente q riduzione dei tempi di attesa, nell’incentivo alla mobilità sostenibile, ai negozi di vicinato, al reddito da lavoro, all’accesso alla cultura e alla formazione, all’allargamento delle tutele per anziani e disabilità, per il sostegno alle pensioni minime, a supporto delle potenzialità giovanili, a parità di risparmi insomma, sono veramente un danno per il salumiere del dott. Puccio?

Un conto è andare a debito per sostenere le famiglie e le imprese un conto per sostenere la rendita finanziaria, non siete d’accordo? Ovviamente son tutte cose – insieme a molte altre – che si possono fare, oggi, anche se non le ha dette il dott. Puccio.
C’è gente talmente povera che non ha nient’altro che il denaro, il guaio è che  governa, fa il commercialista o il salumiere

I SAGGI del turismo CHE DIMENTICANO I NUMERI

altan problema complesso Mi piace. Amo la prosa barocca di Scolari. Lo leggo sempre con piacere anche solo per… il gusto di leggerlo. L’arte dell’artificio. l gusto di quei trompe l’oil dove uno crede che ci sia un fondo, ma trova un muro. Coupe de theatre. Il fascino del barocco è, sopratutto, il fascino d’una declinazione artistica falsa. O meglio, CHE falsa. Giuochi di volute, di arzigogoli, di fantasie di nuvole e cieli, che, ahinoi, si specchiano/spaccano sugli intonaci delle cupole, per quanto esse siano ardite.

I conti con la realtà. Che non è fatta di pennellate nè, ahinoi, di parole, ma di fatti. Fatti, veri, e non fatte. E di fatti.

E le cifre, i numeri apprezzano molto meno l’intervento di Scolari sullo Sviluppo Turismo a Lecco

Prendono le distanze.

E quindi, a malincuore, tocca farlo anche a me. Anche perché Scolari questo suo intervento lo ha postato  nel Gruppo FB “Lecco La Città che Vorrei” già diverse volte e come un pendolo ipnotizzatore prima o poi dovevo rimanerne colpito anch’io.

Ma è un problema di numeri e non di sogni. A sognare sono bravi tutti, a voler venderti la Fontana di Trevi ci ha provato solo Totò.

E ritenere gli operatori sia amministrativi che politici delle mezze seghe, miopi e giusto brave al compitino, è sempre una cosa che fa prolassare le gonadi anche se chi lo fa ha claque e più che mestiere linguaggio forbito.

Come già detto in altri commenti sulla stessa proposta – ai tempi aveva addirittura un esempio concreto Il Festival di Bregenz in Austria – che infatti poi ha cercato di rimescolare il tutto, o si parla con numeri e realismo oppure la Lecco dei desideri è un mero esercizio autopromozionale ma non utile alla collettività.

Diffondere saperi senza costruire porteri tantomeno di autoguru e autosaggi 

Allora un elemento di forza per fare assolutamente il Festival a Lecco sul Lago – che le assessore alla Cultura e al Turismo dovevano solo ringraziarlo e invece chissà perché erano ancora assenti – sventolato come uno splendido stendardo del Palio d Siena del Maestro Stefanoni  – usato da Scolari, era che “ogni 1 euro investito ne generava 8 di ritorno”. E l’investimento prima paventato e poi ridimensionato era di 8/10 milioni di euro.

Con queste cifre da lui annunciate come se fosse Soho il profeta o Soros il profitto, l’invitai a presentare in Banca il progetto e le garanzie, che chiunque, anche la Banca più scalcinata, avrebbe finanziato sull’unghia il Progetto. Avrebbe potuto poi elargire parte di questi soldi guadagnati (70 milioni, vi ricordo) alla Sua Città. Che ancora non lo riconosce per quanto vale. Un Brunello Cucinelli del Lario.

Avremmo così avuto, Teatri di Prosa da 1500 posti, Lungolago come gli Dubai e Bendogi, trasporti gratuiti per tutti, Traghetti come le macchine alle rotonda del Caleotto all’ora di punta, e così tutti gli anni a venire…

Invece fece, va ricordato, passi indietro, dicendo, finalmente dopo 10 post e il doppio delle infografiche, che non c’era nulla di garantito. Altri – del settore – fecero notare che il Festival austriaco, molto bello, ha anni di vita e consolidamento, oggi sarebbe improponibile iniziare ex novo anche li.

Oggi nel “nuovo” post ripete ipnotico lo stesso tutto uguale, togliendo solo riferimenti e cifre vere. Così da renderlo più affascinante e teoricamente più solido. Teoricamente 

Io credo che non vada bene verso gli altri lettori, ovviamente è un parere personale. Ma non va bene a me. E tanto basta per ricordargli cifre, numeri e dati. 

E allora entriamo ancora più nel merito del “nuovo” scritto di Scolari, che utilizza un linguaggio forbito e accattivante, ma che non sta in piedi, purtroppo.

Innanzitutto va fatto notare che parla della Città di Lecco, nemmeno del territorio provinciale o del Lago di Como tout court. Solo di Lecco.

E allora è buono che supporti il suo sogno con numeri, cifre, dati, fatti e fonti. Altrimenti restiamo nei dintorni della Fontana di Trevi.

Quali sono i numeri di oggi:

Dice: un più dieci o quindici per cento di visitatori, che è sempre meglio di niente, può forse ottenerlo in cinque o sei anni se alle cose che va facendo ne aggiungerà alcune della stessa caratura media”

I dati veri invece dicono – fonte Camera Commercio, Banca d’Italia, Ufficio studi Confindustria e Amministrazione Provinciale – che c’è in corso una crescita complessiva che interessa la città di Lecco con il 7,38% di arrivi in più e il 6,63% di presenze in più rispetto al 2014: [arrivi stranieri (+10,11%) connazionali (+8,87%).] (dato su 9 mesi)

e ancora la crescita continua ancora. Quella minore si è registrata nel capoluogo dove gli arrivi sono aumentati del 6,5% arrivando a quota 39mila ovvero il 17% del totale provinciale (Gli arrivi provinciali nel 2015 hanno superato quota 225.000 contro i 196.000 dell’anno precedente».) Questi sono i dati forniti da Daniele Riva, presidente della Camera di Commercio nell’ambito della 14esima giornata dell’economia, che Scolari deve aver saltato perché era a teatro. Non c’è nessun bisogno di aspettare lustri ne abbagli, quindi.

I posti di lavoro nel turismo, seppur in crescita, rappresentano ancora – dati Istat e Banca d’Italia – una quota marginale (5%) sfiorando gli 85 mila addetti.

Eppure forbito e affabulatore Scolari parla di recuperare 100.000 presenze in più a Lecco città. Solo a Lecco città. Manco fossero profughi.

E sto PIL del declino industriale, perché non ci dà delle cifre e delle fonti? E poi intende PIL industria e basta o anche manufatturiero, artigianato, servizi o cosa?

E poi Scolari, lo sa che il PIL è una cosa il fatturato delle aziende è un altro? Su, vivaddio, almeno qui non facciamo confusione.

E lo sa che il fatturato non è un indicatore unico se preso da solo così tanto per fare il figo nei post? Lo insegnano già in prima ragioneria nel disastrato Parini

E i margini, e i guadagni? La Sacchi Giuseppe di Barzanò (la più grande azienda che abbiamo in provincia) lo sa che per esempio ha avuto un fatturato di 441.692.303 euro contro 390.089.735 euro dell’anno precedente, ossia un +13,23% ma l’utile ha avuto un calo del 2,39% da 15.384.853 euro a 15.017.719 euro.

E questo vale per altre decine e decine di aziende?

Glielo compro io l’accesso ai database attendibili, poche centinaia di euro servono, ma può spendere anche solo 1,7 euro, da solo, e comprarsi il Report delle prime 400 aziende lecchesi. Lo trova in edicola.  

E ancora il PIL

 Il pil procapite è calato del 16% (fonte istituto Tagliacarne e CCIA) tornando ai livelli del 2004; (che non vuol dire che ogni anno perde il 16%) ma negli ultimi 15 anni, come ci ricorda Gianni Manicatti, ricercatore del Clas ne convegni CCIAA,  “l’economia lecchese ha conosciuto due fasi una buona espansione fino al 2008, poi una fase di contrazione. Il saldo di questi 15 anni, nonostante tutto, è positivo.” dei 110 indicatori economici presi in esame, 55 restano in crescita, 44 invece sono negativi”.

Ma i soldi poi per lo show che scegli lui sempre il pubblico deve metterceli? Per un ’Eventone con dentro shows sui Beautiful People?”

E’ per non parlare della quasi copertura totale dei posti letto ricettivi in città già con il turismo di adesso.

Sti cazzo di 100.000 presenze – e tutti nel periodo estivo, – in più dove li mettiamo? A casa o nel teatro di Scolari?

Sempre a disposizione per parlare di cifre, idee ma basta Fontane di Trevi. Fermiamoci a un bicchiere alla volta di buon Lambrusco grapparossa. Quello delle terre dei Cervi.

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UNA REGGIA DI CAZZATE DENTRO LO SPAZIO DI UN EDITORIALE

altan sacrificiCaro Vittorio Colombo
Spettacolare editoriale del suo Direttore  Diego Minonzio di oggi, domenica 6 marzo ” in fila per i diritti deserto dei doveri
Una sequela di luoghi comuni, triti e ritriti, partendo da un pretesto, la critica alla lettera comunicato dei sindacati della Reggia di Caserta per “eccesso di lavoro” (e molto altro) imposto dal nuovo direttore di quel sito Culturale e spettacoloso che è appunto al Reggia di Caserta, per fare, come conviene all’informazione che sposa una stesi e ci confeziona il pacchetto, che non sa separare, o anzi, peggio, non vuol separare, il grano dal loglio e fa di tutta l’erba un fascio.
Una minchiata di un gruppo, chi esso sia, diventa la stella polare, la minchiata di tutti.
Tutti colpevoli. E già si eleva il “te l’avevo detto, io”

E giù allora, facile come il vomito dei repressi, dei torti vecchi dell’oratorio e delle braghette corte come “il pallone è mio e tu non ci giochi” che ti sei tenuto dentro, hai somatizzato e non vedevi l’ora di una lettera ingenua più che sbagliata del sindacato per una slavina di palloni addosso a tutti quanti.

Ed il Comunicato diventa, per il Direttore, addirittura in stile bierre, e giudice di Pinocchio, basta riempire l’editoriale, il tronfio fondo del Direttore, in una epopea di cazzate pazzesche.

E allora giù bastonate ai sindacati, al loro corporativismo, al loro lassismo, alla loro schiena molle, ai loro diritti senza nessun dovere e ancora, più che un direttore ed un editoriale, un esagitato piacere davanti al sangue della mancanza di misura, trova il gusto e il desiderio di metterci dentro in questa gogna che non ha ragione e potrebbe non aver replica, gli impiegati pubblici, i professori, la scuola, l’università, e ovviamente le biblioteche, i musei, le imprese editoriali, tutto quello che serve per parlare alla pancia del lettore che come si sa è più vicina ai coglioni che al cervello, ma le parole vomitate arrivano prima, e ecco il male supremo: quello schifo degli anni settanta, secondo lui, il megadirettore.

Quegli anni zavorra per il Paese che ha visto lo Statuto dei lavoratori prendere forma e Legge ma per lui, permette ai sindacati e a tutta la pletora ricordata prima, di essere ciechi a tenersi stretti i diritti mentre le imprese chiudono – ce lo ricorda come se fosse la pistola fumante della sua teoria – perchè lo sappiamo tutti no, che  chiudono le imprese per colpa dei sindacati, forse addirittura dei lavoratori. Minchia il capitale finanziario, la finanziarizzazione, i bilanci farlocchi, la sottrazione di ricchezza dalle imprese, l’evasione fiscale, la carenza e incapacità di innovazione, i marchionne che è dentro ognuno di questi speculatori, per il Direttore questo per colpa dei Sindacati e dei lavoratori, è evidentemente filantropia.
Beh ci ha messo dentro tutti, ma proprio tutti. Si è dimenticato solo, gurdacaso, una categoria: i giornalisti.
I Direttori di giornale.
Ma è un suo diritto, ecchecazzo, mica un suo dovere.
Lui ci mette dentro chi vuole e lascia fuori chi vuole lui.

E fa nulla che meno diritti per i meno tutelati significa più privilegi per qualcun altro.
Fa nulla che i doveri per chi non ha diritti sono ingiustizie a cui è pure complicato potersi ribellare.
Non c’è nessuna vera libertà senza prima esserci giustizia. No lui è per abbattere i sindacati.E’ per la Tolleranza zero! Finché non gli entra in redazione, nelle buste paghe dei freelance, della magia che fa sparire i diritti dei lavoratori precari della stampa e i doveri degli editori, delle veline del politico, della claque.., di quella stampa che si guarda bene dal pubblicare notizie che possano disturbare chi investe in pubblicità, di quella stampa che oggi ha come cliente del giornale non più, da tempo, il cittadino che compra il quotidiano, ma chi investe in pubblicità che è quella che nei quotidiani oggi di fatto paga il lauto stipendio del direttore e sottopaga quello dei giornalisti freelance. Già la tolleranza.
Va bene la tolleranza zero, ma devo proprio parlare dei giornali?

POSTE: IL CAMBIAMENTO NON HA ANCORA RICEVUTO AVVISO

avviso“Poste: il cambiamento siamo noi”. “Cambieremo insieme a voi per rendere l’Italia un posto più semplice, più veloce, più bello.”
E’ da settimane che la tv ci culla con questo slogan, ad ogni ora del giorno e, fors’anche, della notte.

Direi finalmente. Intendo il cambiamento, non lo spot.

In data 5 ottobre il Cambiamento muove il primo passo.
Mi fa trovare nella cassetta rossa della posta due “Avviso di Cortesia”, uno a nome mio, l’altro, di mia moglie, perché la consegna/notifica dell’“Atto” non è potuta avvenire “stante la Sua assenza”, assenza di tutti e due.
Il Cambiamento vuole che vada a ritirare i due “Atti” a Lecco alta, in via Lamarmora, a 2km da casa sebbene ho un ufficio postale a meno di 150 metri.
E chiamala cortesia.

Gli orari stampati sull’Avviso di cortesia non mi permettono di andare a ritirare l’”Atto” durante la settimana ma solo al sabato, ma siccome c’è uno Avviso anche per mia moglie delego Lei, firmandole una delega e dandole copia della mia carta d’identità.
Mia moglie si reca all’”Ufficio Lecco Recapito Lamarmora”, dove giacciono in realtà, ad essere precisi, i “non recapitati” e si sente rispondere che essendo un “Avviso di cortesia” può ritirare solo l’Atto a Lei intestato, quello a mio nome, invece, deve passare il destinatario indicato.
Io.

Il Cambiamento è cortese ma al momento non disponibile.Recarvisi sabato, dalle 8:30 alle 12:30.

Sabato 10 ottobre poco prima della chiusura mi reco quindi munito dell’“Avviso di Cortesia” al cospetto del Cambiamento che si palesa in una signora dietro un bancone grigio, uno schermo di computer grigio e sotto luci al neon, il tutto in stile Unione Sovietica, prima del cambiamento. Quello dell’Urss, ma anche delle Poste, direi.

Il cambiamento è cortese ma momentaneamente fuori servizio.

Me lo fa notare la signora dietro al bancone grigio, lo schermo di computer grigio e sotto luci al neon, indicandomi un foglio A4 appeso di lato al bancone con due pezzi di scotch “causa guasto tecnico sabato 10 ottobre non è possibile ritirare gli Atti, ci scusiamo con la clientela”.

Il Cambiamento delle Poste sembra copiato da Trenitalia. Un disastro.

Mi permetto di fare notare al cambiamento, proprio quello della tv: “Cambieremo insieme a voi per rendere l’Italia un posto più semplice, più veloce, più bello.” che l’Atto è tracciato e fisico, ho il codice dell’Atto, ho Avviso di Cortesia, ho il nome, la Carta d’Identità e pure, sebbene casualmente, la busta dell’Avviso di mia moglie che l’ha ritirato giorni prima e poi dai gli Atti sono quei 20-30 in quella cassetta gialla proprio lì dietro il suo cambiamento. Fisicamente.
Mi spiega, il Cambiamento, che il guasto tecnico non Le permette di registrare che mi ha consegnato l’Atto.
Prova a farle capire che potrebbe prendere nota e tenersi l’Avviso firmato come promemoria, questo sì potrebbe essere una soluzione che lo mette in moto questo cambiamento. Ma il cambiamento non ci sente, non è nemmeno ingolfato, di lavoro intendo, è, più inamovibile che ingolfato.

Il Cambiamento lo sta attendendo anche lei, non gli va incontro.

Però si illumina e mi dice di non preoccuparmi perché “decorsi 10 giorni dalla giacenza dal primo tentativo sarà dato corso ad un secondo tentativo di consegna”.
Mi permetto di consigliare al Cambiamento però di cambiare almeno gli orari del tentativo di consegna perché se passano sempre agli stessi è probabile che non cambi nulla.
La consegna/notifica dell’Atto non potrà avvenire, stante la mia assenza.

Il Cambiamento si illumina e come un neon che sfarfalla prima di spegnersi per sempre, prova a fare un passo di lato e illuminare quel punto che pur avendolo sotto il naso come uno scolaro disattento non aveva visto, tenuto in considerazione.

“Scusi signore, ma sua moglie non è a casa la mattina quando passano gli incaricati così la ritira lei?”
Il Cambiamento si è avvitato e forse si è spento nell’attimo esatto in cui strabuzzo gli occhi per fargli notare che era passata di qui mia moglie per ritirare il suo di Atto e pure con il mio ’“Avviso di cortesia”, la mia delega scritta e il mio documento ma non le era stato comunque consegnato, adducendo che doveva passare solo il destinatario. “quello è solo un avviso di cortesia”.

Il Cambiamento a tale osservazione cambia di nuovo.
Ora è da capire se due cambiamenti riportano tutto a pre primo cambiamento, ma è ben l’oltre l’ora di pranzo ormai e non mi va di mettere il cambiamento sotto sforzo.

Il Cambiamento mi illustra il cambiamento. Nuovo.

Se non c’è Lei a casa le lasciamo un secondo avviso di cortesia che le comunica che c’è qui da noi una Lettera che le comunica che l’Atto è stato portato in Comune, che è vicino casa sua”.
Errando, ingenuamente lo so, chiedo se con questo “secondo Avviso di Cortesia” posso recarmi direttamente in Comune o devo passare lo stesso da loro.
“E’ meglio che passi da noi, Lei, non la moglie, per ritirare la busta che Le dice che l’Atto è in Comune, e quali sono gli orari”.
Non le pare, al Cambiamento, che è un giro dell’Oca? Un cane che si morde la coda? Un Cambiamento che non pare un cambiamento, ma un gambero?
“E’ solo una cortesia, signore”.
E chiamala cortesia.

Mercoledì ricevo invece, in busta non affrancata, direttamente la comunicazione del Messo Ordinario che mi annuncia che l’Atto a mio nome è ora disponibile presso gli Uffici del Comune, non si sa bene quale non essndo riportato, e che gli orari sono, leggendoli, peggio di quelli del Cambiamento di via Lamarmora.
Solo infrasettimanali. No sabato.
Che se uno lavora la vedo dura, ma forse nella busta, al posto di un bollettino postale da 82 euro da pagare – come quello ricevuto da mia moglie – c’è dentro una lettera di assunzione per disoccupati che, loro malgrado, hanno tempo libero e la mattina sono liberi di seguire l’Avviso.

La lettera che mi invita a passare in Comune a ritirare l’Atto però contiene una sorpresa, in fondo a tutto il testo e agli orari capestro ha una linea tratteggiata in orizzontale, sotto c’è scritto “Da compilare per l’eventuale Delega al ritiro”.
La leggo mentre sono in poltrona, è ormai sera tardi, è ora di andare a letto, l’unica luce è quella blu sfocata del televisore del vicino che tiene anche il volume alto, sento una musichetta e una voce calda, avvolgente:
“Poste: il cambiamento siamo noi”. “Cambieremo insieme a voi per rendere l’Italia un posto più semplice, più veloce, più bello.”
E non so perché ma penso che abbiano delegato a qualcun altro questo Cambiamento.
Che, però, non ha ancora ricevuto avviso.

LEUCI: quanta aria fritta sta in un teatro?

imageNon ci sono imprenditori.
Non ci sono abbastanza soldi per iniziare.
Non ci sono nemmeno idee concrete per far impresa e non volontariato.
C’è solo l’area (in realtà manco quella) come in Provincia ce ne sono da tirartele dietro.
Non è quindi forse il caso di dire che non tutto é oro quello che luccica, figuriamoci quello che ti fan credere che sberluccica a più non posso?
Prendiamo l’incontro in pompa magna di martedì al Palladium organizzato da 3 ex lavoratori della Leuci.
Possiamo dire che è stato tutto meno credibile addirittura del Progetto del figlio dei Pooh per Consonno?
Un incontro dove mio marito mi ha invitato ad andarci con lui per assistere ad una lezione di chimica: Quanta aria fritta sta in un teatro?
La serata sberluccicava di stampa, sindacalisti, partiti che non esistono più e altri che fa lo stesso. Quelli cioè alla Ecce Bombo.
Tolti veramente 6 o 7 cittadini incuriositi o forse dispersi sul Gerenzone, la città era assente. 100 persone di addetti ai lavori, parenti, associazioni, militanti e una bella fetta di millantatori quasi tutti tra quelli che han preso la parola, ma la città, per l’ennesima volta, era assente. Come da anni a questa parte.
Annunciata come la Bibba della nuova economia e dei nuovi piani quinquennali mancava però, ancor più della città, più gravemente, la realtà.
Un Piano industriale, un Progetto concreto economico e finanziario, un reale orizzonte di concretezza e verità.
Per oltre due ore si sono alternati “si potrebbe” “la città merita” “sistema Lecco” “Paradigmaticità della nostra vicenda” “laboratorio di idee”, “vedrei bene”
Ma di fatti, di mattoni concreti, di passi avanti nemmeno il profumo.
Si va bene ripetevo a mio marito, i lavoratori poverini, lasciagli almeno i sogni dato che non gli rimane altro…
Ma lui provava a spiegarmi: È aria fritta, cara.
Lo è perché non han capito che c’è un problema.
Il non vedere che c’è un problema.
Preoccuparsi del testo e non vedere il contesto.
 La serata al Palladium doveva essere l’aquila che spicca il volo, al termine di tre ore che manco dal parrucchiere o in spiaggia riesco a stare così a lungo, si è dimostrata la pietra che chiude la tomba.
 Più che aumentare i fans, aggregare persone, quest’esperienza tenderà a perderle.
Oggi non si può far finta di non vedere che le istanze di Leuci son precipitate.
E non basta un consigliere regionale del Pd, che forse sbeffeggiando salutava chiamando tutti compagni, compagne.
I progetti veri, concreti, si sciolgono, uno dopo l’altro, come neve al sole.
Da anni si sta parlando di Lampioni autopulenti ma ho fatto a tempo a fare tre bimbe e non c’è nemmeno l’embrione di un progetto sull’area.
Se è un progetto innovativo, in 6anni non lo è più se rimane sulla carta e si aspettano risposte che non arrivano.
Ora pare ci sia il taglio laser che tutto risolve, tutto risparmia. Tutte o quasi solo le aziende a cui servirebbe. Rivoluzionario. Però siam qui.
Dovrebbe esserci la coda ad accaparrarsi il brevetto.
Dovrebbe esserci l’urgenza a metterlo in produzione su scala per non perdere tempo e, invece …
Nessuno che vuole i soldi della Regione, nemmeno a fondo perduto. Strano, vero?
E Siamo ancora qui. Soli. Dentro capannoni dismessi della Leuci di 80 anni fa che paion l’unica area dismessa di tutta la Padania ed invece così non è.
Ma se non partono lì dentro i progetti, questi non possano partire altrove?
Io credo però, parlandone di ritorno in macchina con mio marito, che si è capito benissimo che la ricetta, quella vera, non c’è mai stata.
E in quel posto, lasciato svuotare dai macchinari, si è persa ogni possibilità di lotta. 
Di salvezza.
Ora al rilancio dobbiamo crederci sulla parola?
Mio marito, che non ha mai tutti i torti, mi diceva quasi sotto casa:
a questi non resta che occupare tutta l’area, e farla rivivere come un quartiere.
Chi non ce la fa più con l’affitto, con le spese, chi non ha luoghi dove ritrovarsi, gli studenti che verranno al Politecnico, chi non sa dove andare a dormire, a vivere, a giocare a pallone. Chi vuole coltivare un orto, insegnare e condividere le proprie competenze e i propri saperi, deve andare lì, ma in tanti, e occupare il posto.
Viverci per farlo rivivere. Ad iniziare dalle famiglie degli operai.
Superando l’idea di un posto mecantile, di una fabbrica che dà lavoro.
Ma germogliando un villaggio, un luogo di solidarietà e socialità, di resistenza e sperimentazione civica, il resto, poi, verrà da sé, argine forte, partigiano, alla celere dei padroni