Archivi categoria: Diritti

ELUANA: PER NON PIANTARE UN ALTRO CHIODO SULLA CROCE DI PAPÀ ENGLARO

IMG_0694

Come hanno riportato i giornali è andato in scena sabato il rituale annuale che i “padroni” della morale chiamano “la giornata degli stati vegetativi (pro-life).” 
Il 9 febbraio, perché è la stessa data in cui morì Eluana Englaro.

Dolente da guardare ma pure assai istruttivo.
Gli integralisti da volantinaggio che fanno i gradassi sulla vita e sulla morte (degli altri), ci danno preciso il ritratto di quel che sono, e di come vorrebbero questo Paese: arretratezza, malafede e dogma.

Falsa coscienza, ma vera cattiveria.

Non ce n’è uno, di questi soldatini della fede, che piantando un altro chiodo sulla croce di papà Englaro non gli dica “poverino”, “gli siamo vicini”. E giù un altro chiodo. Ma poi si svelano. Dicono, come ha detto il loro coordinatore della manifestazione lecchese, Giorgio Celsi, che Eluana è stata ammazzata.
Che Eluana voleva vivere. Che se fosse rimasta dalle suore sarebbe ancora viva e magari avrebbe potuto addirittura svegliarsi.

Una violenza e falsa testimonianza da rimanerci ogni volta male.
Perché è proprio sull’odio per chi reclama diritti che gli integralisti religiosi di pronto intervento sguainano la spada.

Eluana è stato un puledro di libertà ed il Padre ha combattuto, alla luce del sole, non contro qualcuno ma solo per Eluana. Ha chiesto solo la libertà, il diritto, di scelta per lei, non l’obbligo per tutti e su tutti a mettere fine alla sua non vita.

QUELLE LORO E QUINDI ANCHE NOSTRE STORIE

fascismo baniIeri sera, insieme ad altri, per la Giornata della Memoria, dopo la posa delle Pietre d’inciampo alla mattina ad Acquate a ricordo di Pietro e Lino Ciceri, ho assistito ad un convincente reading musicale in sala don Ticoczzi, a cura di Federico Bario.
Ognuno di noi, con il suo volto e le sue esperienze, nuovo a questi temi o consapevole da tempo, ne è uscito arricchito.

Ne sono convinto.

Dalla serata ci si è portati a casa la memoria per ricordare e elementi in più per capire. Incontri così sono necessari, oggi, perché il fine è capire non solo ricordare.

Capire che dietro quei nomi che ieri sono stati citati, quelle loro e quindi nostre storie, non ci sono palcoscenici e sipari che finito si chiudono, ma ci sono volti e vite che, sovrapponibili, dobbiamo portare dentro per vederle ancora adesso, nel quotidiano del nostro tempo.
L’Assedio di Sarajevo, il Ghetto di Varsavia, il Rwanda, Portopalo ect ect,
Perché la Giornata della Memoria non sono solo giornate.

PS: venerdì 8 febbraio per “Il Percorso della Memoria”  all’Istituto Musicale Zelioli dalle 17.30

sempre Federico Bario in “Leggere in Ebraico” e Concerto “Dio delle Ceneri – la voce dei sommersi

“Crotto del Brick”: spazi vuoti e occupazione

nasce-villa-brick-anarchica-1Leggo dall‘articolo di cronaca di oggi, dell’avvenuto sgombero del Crotto del Brick”, da un paio di mesi occupato, in maniera non concordata, da un gruppo di militanti anarchici.

Ora qui non voglio soffermarmi sulla condivisione o meno di entrambi gli interventi. Quello dell’occupazione dei ragazzi né dello sgombero delle Forze dell’Ordine.

Credo sia invece utile andare al cuore del tempo e quindi a un passaggio dell’articolo.

Questo: “Abbiamo occupato – avevano spiegato in un volantino – per riempire questi spazi vuoti con socialità, condivisione e nuove sperimentazioni di rapporti umani liberi e orizzontali, senza gerarchie e autorità. Lasciare all’abbandono uno spazio (…) , lo riteniamo un insulto a quanti non hanno un tetto sulla testa o che faticano a sopravvivere con affitti da record (…)  Non chiederemo il permesso a nessuno per far rivivere un posto morto da decenni”

Mi sembra questa un’attenzione che i ragazzi anarchici ci offrono e che ci interroga.

Spero che singolarmente e poi assieme, cittadini,  Istituzioni, intellettuali, mondo associativo, colgano questa occasione e aprano una riflessione pubblica perché a me pare evidente che, anche se ci crediamo assolti siamo lo stesso coinvolti.

IMMIGRAZIONE:L’importante è trovare a chi dare la colpa.

altan aiutoCara Leccoonline

Sul tema immigrazione sono d’accordo con il lettore R.C. L’importante è trovare a chi dare la colpa. La colpa è sempre degli altri. Ci si evita il dilemma di essere uomini ancor prima che cristiani.

La sua lettera infatti contiene, seppur con garbo ed educazione, le peggiori scuse che un uomo, un cittadino, possa mettere tra sé e gli altri. Gli esempi che fa sembrano infatti tutti apparentemente di buon senso ma nessuno in realtà ragionevole.

Non perché criticare la politica e assolvere il proprio partito (la Lega in questo caso), che di quella politica è protagonista da trent’anni, è abbastanza paradossale ma perché è sempre un atteggiamento comodo trovare giustificazioni, auto-assoluzioni, trovare quel “ma però gli altri…”.

Nel leggere la lettera del signor R.C. che nei contenuti è uguale a mille altre che, con minor garbo, si trovano su social e si sentono ovunque in bocca a leghisti e non solo, ho pensato che se c’è un tratto comune – nel nostro Paese e nella nostra epoca – che riguarda sempre più individui, è l’incapacità/impossibilità di assumersi le proprie responsabilità pur dentro il riconoscimento dei propri limiti a prescindere da quello che fanno o non fanno gli altri.

Schiacciati da ogni tipo di responsabilità, tranne quella verso sè stessi, è comodo non vedere che non ci è chiesto di risolvere il problema dell’Immigrazione ma semplicemente quello di essere uomini tra gli uomini.

Che è poi un modo, come ci insegna Vittorio Arrigoni, per restare umani.

LA MISURA DEL CIOCCOLATO (della Lega)

festa-del-cioccolato-650x919

In ogni dramma che si rispetti qualche goccia di ridicolo, come l’arresto per chi ruba il pane e l’elezione a senatore per chi ruba 49 milioni di euro, deve pure esserci.

La consigliera comunale Cinzia Bettega della Lega, che oggi con presunta solennità affianca un dramma personale come un senza dimora davanti al Teatro della Società con il decoro per la Festa del Cioccolato, si è incaricata, per l’occasione, di fornire questo prezioso ingrediente.

Qualcuno potrebbe pensare – equivocando – che l’animosa leghista, intendesse tutelare l’uomo, che lei chiama, con intento dispregiativo, “barbone”, in realtà stava come sempre esaltando sé stessa.
Trarre profitto dalle difficoltà, ove possibile pure dalle disgrazie altrui.

Ci sono persone (quasi sempre uomini e donne adulte e pubbliche: il che, se ci pensiamo bene, rende ancora più penosa la situazione) per i quali l’ego e l’interesse personale e di partito sono la sola cosa che conta. Magari fino al punto di gongolare di fronte alla trasformazione della cronaca politica in cronaca nera perché questi politici son gente che si diverte solo se alla fine arriva la polizia o almeno i vigili urbani.

Ma quella del decoro urbano, francamente, non è una buona giustificazione. Una tavoletta di cioccolato non può essere un ingrediente accettabile neppure nelle innominabili alchimie del consenso elettorale.

Il cioccolato è prezioso perché mette in moto le endorfine e il piacere, ma il senso della misura è molto più importante perché differenzia le persone dagli sciacalli politici

NEL CARCERE DI PESCARENICO C’E’ UN SUPPLEMENTO DI PENA. SERVE AIUTO?

 

detenuti-carcere-lecco--510x543E’ notizia delle scorse settimane, dopo la pubblicazione dello studio del partito radicale sulle carceri lombarde, che il nostro di Pescarenico è, dopo Vigevano e Opera, il terzo per sovraffollamento.

A fronte di una capienza regolare di 53 posti vede presenti 76 persone detenute, con un’ulteriore aggravante, quella che la struttura dispone di 29 agenti penitenziari contro i 34 previsti, non bastasse, le patologie di tossicodipendenza interessano il 62% delle persone detenute.

Tutte queste gravità evidenziate mi pare non abbiano provocato  un dibattito che meriterebbero. Se in ogni dove chiusi si sta male, questi dati certificano una mancata dignità nei confronti delle persone detenute, in un ambiente carcerario, con evidenza, i soggetti più deboli.

Un sovraffollamento è mancanza di dignità perché ne riduce la disponibilità di spazi e vita, una carenza di guardie penitenziarie è mancanza di dignità perché ne riduce i diritti.

Un numero così elevato di tossicodipendenti, a fronte di un’assenza di adeguata supporto sanitario e assistenziale è mancanza di dignità perché il carcere non è una Comunità di recupero.

Tutto questo evidenzia implicitamente che le persone detenute non possono essere al centro di un percorso di attenzione e reinserimento nella società in maniera continuativa ed efficace.

Tradotto: è un supplemento di pena. E non è ne giusto, ne etico, ne umano.

Se non si ha personale, il grave non è prioritariamente che non si fanno delle cose. Il grave primo è che si riducano i diritti della persona detenuta.

Il rapporto di potere che vede il detenuto in una posizione già subalterna si acuisce in queste situazioni così estreme.

E’ necessario e urgente che in primis le Istituzioni, penitenziarie e civiche locali, diano risposte su come pensano, in tempi misurabili e verificabili, risolverle o, inizialmente, alleviarle.

Un continuativo sportello giuridico gratuito all’interno del Carcere, gestito da avvocati del territorio, in forma gratuita, è un modo molto concreto di provare a ampliare i diritti, e supportare il Difensore Civico.

Uno sportello infermieristico e medico, gestito da personale sanitario del territorio, in forma gratuita, è un ampliamento dei diritti.

Pensare e realizzare percorsi che portano all’esterno, dentro la città e fuori le mura, credo sia auspicabile, fondamentale e prioritario, anche a beneficio dei cittadini.

La certezza della pena non del carcere è un tema che deve essere affrontato, anche per queste lacune. Siccome in ogni dove chiusi si sta male l’obiettivo civile, prioritario, culturale e di dignità è quello di togliere i detenuti dal carcere non di fargli fare qualche lavoretto gratuito dentro.

Non è una questione di buoni sentimenti, utile a rafforzare il comun sentire della pietas ma quello della Giustizia.

Sono richieste che come cittadini e società civile dobbiamo fare e dire forte. Da subito. E, ove necessario, in base alle competenze, mettersi a disposizione.

Io ci sono.