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BOLDRINI: IL PASSO CHE MANCA È IL PRIMO

 

FB_IMG_15031585219534173Manca sempre almeno un passo nella difesa e solidarietà a Laura Boldrini, Presidentessa della Camera dei Deputati.

Il primo, non l’ultimo però, ahinoi. Il più importante, quello che fa la differenza, che discerne tra una società civile da una politica.

Le offese, le violenze e gli insulti che come una slavina riceve da anni, trovano fans tra i più ignoranti e beceri che uno possa anche solo immaginare e trova anche persone indignate – menomale – che si schierano a sua difesa per mille ragioni. Queste mille ragioni, a leggere i media e i social, vanno però solo dal chiedere rispetto per il Ruolo Istituzionale che ricopre: “é la terza carica del nostro Stato, smettetela…”; al ricordare, a chi la insulta, la storia e il suo impegno sociale decennale: “A differenza vostra lei a vent’anni é stata in Venezuela fra i poveri cristi in una piantagione di riso ed è stata per una vita rappresentante dell’Onu per i diritti umani…”; e ancora: “É una donna di sinistra impegnata nella tutela dei più deboli”.

E mille appunto di affermazioni così.

Come dire che Laura Boldrini, o una donna in generale, non deve essere insultata, non già perché é una persona, ma solo perché ha un ruolo o una storia di prestigio.

La meschinità dei commenti maschilisti mirano alla Presidente Boldrini anche perché la vedono come chi ha usurpato un ruolo maschile. Perché non possono accettare che una donna ricopra un potere.

Ma riceve insulti, soprattutto in quanto donna (che ha visibilità) non perché é una donna di potere.

Quello che mi lascia basito, é il non aver letto un commento uno, che non contemplasse una difesa della Boldrini perché lei ha fatto qualcosa di nobile, ha fatto. Una difesa insomma per l’AVERE e non per l’ESSERE.

Come se l’essere una donna, non fosse già totalmente sufficiente.

Aiuto!Aiuto! Spaventiamoci e reagiamo per questo fascismo che sta tornando e per un sessismo che non é mai andato via.

LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE HA MOLTE FORME MA SEMPRE LA STESSA FACCIA

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La violenza contro le donne ha molte forme ma sempre la stessa faccia. Schifosa.

Lo scorso anno le vittime di “femminicidio”, parola questa che non sta ad indicare il sesso della morta ma indica il motivo per cui è stata uccisa, sono state 120! (centoventi!). Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio, sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché.

La violenza contro le donne ha molte forme e 7 milioni! (settemilioni!) di volti. Almeno!

7 milioni! perché questo è il numero delle donne che hanno subìto qualche forma di violenza nel corso della loro vita. Dallo stalking allo stupro, dalla violenza domestica all’insulto verbale. La quotidianità femminile è un rosario di violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso un tentativo diretto o indiretto di minarne profondamente l’indipendenza e la libertà di scelta. In questi giorni, dentro un’unica settimana, 4 donne sono state vittime di femminicidio. Già 38! (trentotto!) dall’inizio dell’anno.

La violenza contro le donne ha molte forme.  Quelle più eclatanti e quelle più subdole.

Le prime sono facilmente riconoscibili: picchiare, uccidere, mutilare, stuprare… ect. Le seconde, quelle più subdole, sono la negazione di diritti, il restringimento delle libertà personali, il linguaggio di una società, lasciare alle donne la cura e l’educazione famigliare, un minor riconoscimento economico, il più difficile accesso a mansioni apicali. Tutto parte dal primo passo che è una slavina, una valanga che si porta dietro tutto. Il trasformare da soggetto a oggetto la donne, a uso e consumo dell’uomo. Per qualsiasi tipo di violenza è infatti necessaria la “riduzione” della vittima ad un suo segmento connotato negativamente. Non è più una persona, posso usarla a mio piacimento. Io sono superiore.

La violenza contro le donne  ha molte forme. E un alfabeto.

A partire ben prima delle immagini della donna che diventa oggetto, accessorio, sulle riviste patinate, il web o la tv. L’alfabeto, il linguaggio ci invade già appena indossati i panni nella culla. Nelle fiabe che leggiamo la sera per farle dormire. Libri che han dentro personaggi maschili sempre protagonisti, dannati o principi ma sempre eroi, e quelli femminili, principesse che si svegliano solo con il bacio del principe, di bimbe e comunque ruoli femminili sempre o quasi di aiutante o premio per l’eroe o appunto il Principe azzurro. Per poi crescere sempre dentro quell’alfabeto quotidiano che le vuole sempre con le stesse lettere. Dentro una società di uomini e per gli uomini. Prenditi cura. Cambia patelli e dagli la pappa. Che non ci sarebbe nemmeno nulla di male se a farlo fossero però anche i maschi, e invece no. Guai. Chissà come cresce un maschio se cambia i patelli, se si prende cura, se gioca coi pentolini. Lui è un maschio deve sguainare la spada. Deve essere un poco almeno turbolento, che scandalo se vuole giocare con le bambole, lui deve giocare con soldatini e pistole. E’ un uomo, o meglio un maschio.

Sconfiggi, attacca, vinci è l’alfabeto per i maschi. Cura, fai i mestieri, cucina, sii una buona moglie quello per le femmine. Una strada in salita, una montagna, per riuscire a non farsi bastare la benevolenza maschile. Né pensare che le cose sono concesse o permesse. “Ti ho lavato io i piatti oggi”,Ti ho buttato fuori io la pattumiera”. “Ti aiuto io a fare i mestieri oggi “, “Ti tratto come una principessa”. E’ ancora in testa un problema di linguaggio. Pensiamoci, dire: “la vigile, “la sindaca”, “la ministra”, “l’amministratrice”, “l’assessora”, “l’avvocatessa”, fa ancora venire conati di vomito persino a tanti fini pensatori. Che si credono pure progressisti. Cancellare le donne come soggetti invece, evidentemente, va bene, perché, altrettanto evidentemente non si vede che tutte queste lettere, questo linguaggio, alzano un muro che lascia intatta solo la visione del mondo in cui le donne ci sono, ma solo dal punto di vista degli uomini, solo per come gli uomini le guardano, solo per come gli uomini decidono di usarle.

 La violenza contro le donne  ha molte forme e un modello. La famiglia e il lavoro

La famiglia ha un costo ed è quasi tutto in conto alle donne. Ancor oggi i genitori gongolano quando le proprie figlie si fidanzano e le si indirizza verso la fiaba del matrimonio, spendendo più che investendo, tempo ed energia in sogni in abito bianco. Si nasconde l’evidente: Il costo della famiglia andrebbe equamente distribuito, ma non lo è, per niente ancora.  Che una ragazza non deve sperare in un principe azzurro e nemmeno in un cavaliere. Che può scegliere di rimanere da sola. Di non avere figli. Che è una strada (son strade), che non preclude il realizzarsi. Ed invece oggi la realizzazione di una donna è ancora inconcepibile che possa passare nel pensare a sé stessa, prima che a un marito e a un figlio. Guai. Una donna a 39 anni non è libera, single. E’ zitella. L’uomo a 39 anni è invece uno scapolo d’oro. Poi ci stupiamo se troviamo, anche da noi, donne messe a loro insaputa, su cataloghi web.

La violenza contro le donne  ha molte forme e un equivoco.Normalizzazione non significa normalità.

E’ ora, da tempo, di cambiare parole e pensieri e trasformali in azioni. La parità e soprattutto la libertà è nella possibilità della continuità nel lavoro e in stipendi non in base al genere. La parità e soprattutto la libertà è che l’uomo non freghi la poltrona a una donna solo perché lei si è fermata per allattare suo figlio. La parità è non doverla conquistare con i denti l’autonomia e l’indipendenza, perché la libertà non è possibile se si dipende. La parità e soprattutto la libertà è non perdere il lavoro o non trovarlo o non vedersi sfruttata perché si è troppo giovane o troppo vecchia. (Chissà perché le donne non han mai l’età giusta). Una donna, in una società civile, dovrebbe, se vuole, avere un lavoro. Poterlo mantenere. Decidere di fare un figlio e potersi realizzare. Come succede agli uomini. Si chiamano diritti. Ed invece siamo e continuiamo a essere una società maschilista.Con mille esempi che rivelano con quali occhi, da sempre, la società guarda il mondo: invariabilmente, con quelli dell’uomo. Perché è violenza anche quella di non capire che la donna ha diritto di stare nel posto che vuole lei non dove la società maschilista vuole metterla e la mette dalla notte dei tempi. Un posto che non è per forza in una cucina, con un bambino in braccio, un senso di colpa sulle spalle se volesse o aspirasse a qualcosa di più, a qualcosa di diverso. Un posto che sappia di autonomia più che di confetti. Contro i giorni scontati in ruoli scontati. Perché solo un diamante è per sempre. Normalizzazione non significa normalità. Che la società sia così ora, non vuol dire che sempre sarà così e che soprattutto deve restare sempre così.

Donne e uomini assieme. Contro i molti volti della violenza. Quella sottile o espressa. Verbale e fisica.

VIOLENZA VERSO LE DONNE: TRA PRINCIPESSE E VITTIME

BELLAPerché mai gli uomini dovrebbero essere in grado di guarire donne con un bacio mentre queste dormono? Non dovrebbe darci fastidio? A noi, uomini e donne, intendo?

Perché questo, invece, non si percepisce come violenza?

Le principesse delle favole narrano sempre la stessa storia: passività femminile, competizione fra donne, salvataggio maschile nel finale. Quando va bene (si fa per dire) finiscono con il matrimonio, il ballo con il principe azzurro padrone del regno e un bacio.

Il dominio – e le violenze – maschile partono anche da queste zavorre che ai bambini e alle bambine tocca sorbirsi alla sera prima della nanna. E’ la società, è così da sempre, si dice. Come dire, è naturale. E’ naturale e quindi non c’è violenza.

La stessa società che ha l’abitudine naturale (?), basta leggere i giornali anche di questi giorni, a trasformare in vittima un aggressore, un assassino, uno stupratore.

Con una frequenza allarmante, spaventosa, soprattutto quando c’è di mezzo un violenza verso le donne. “Anche lui è una vittima” “era un ragazzo tranquillo”, “non ha mai avuto problemi con la giustizia”; “la moglie lo tradiva”;“cosa ci faceva in giro da sola a quell’ora?” “se una veste così”;“aveva un padre violento”

Quando, questo succede – e succede sempre troppo, troppo spesso anche in contesti impensabili – di dare della vittima a uno stupratore, gli si sta confermando di non avere nessuna responsabilità per le sue azioni, di non aver sbagliato in prima persona. Questa cosa, anche se involontaria, fa danni pazzeschi. Perché non spegne la violenza, la alimenta.

E’ pazzesco ma non riesco a capire di cosa sia vittima un uomo, che uccide o stupra una persona, visto che il cadavere o la persona (per qualcuno è solo il corpo) violata non è il suo , non è lui.

L’uomo, l’assassino è un prodotto della cultura dominante, una cultura che degrada le donne mettendole ad un livello di valore inferiore, dicono. E quindi giustificabile? Spero di no ma ho paura di si.

Il passo intrinseco è che quando una donna viene stuprata e uccisa è perché se la va a cercare.

Ovviamente tranne se la persona che ha subito violenza è un famigliare.

Perché sta anche qui un’altra violenza, un nodo, la slavina anche di uomini decenti.

Quando contro la violenza di genere dicono agli altri uomini di immaginare la vittima come “moglie, madre, figlia e sorella” di qualcuno (un soggetto), non passa loro per la testa che la donna “qualcuno” (soggetto) lo è già. 

La violenza contro le donne, come si vede, può prendere molte forme.

Dalle più eclatanti a quelle più difficili da comprendere come il linguaggio maschilista.

Per esempio nelle conversazioni i nomi e i pronomi maschili dominano il nostro linguaggio. L’umanità è fatta da uomini, letteralmente. Ancor oggi dire “l’avvocata” o “la vigile” o “la ministra” “l’amministratrice”, “l’Assessora” “la Sindaca” fa ancora venire l’orticaria a tanti fini pensatori.

Cancellare le donne come soggetti invece va bene.

La società, in modo naturale, ha la sua visione perenne e inscalfibile che sì le donne ci sono, ma solo dal punto di vista degli uomini, solo per come gli uomini le guardano, solo per come gli uomini decidono di usarle.

Sarebbe ora di prendere sul serio le persone. Che l’ambiente sia così ora, non vuol dire che lo è stato da sempre e che sempre sarà così.

Il cambiamento inizia ed è già dentro le piccole cose.

L’interrogarsi e agire.

Aspettare Godot non aiuta.

l’educazione SENTIMENTALE E CULTURALE CHE ANCORA CI MANCA

TRIBUNALINon ho levigati strumenti intellettuali e lessicali per argomentare meglio e sono così inadeguato che non vorrei banalizzare una vicenda che ferisce nel profondo. Ma la recentissima sentenza di assoluzione dall’accusa di violenza sessuale emessa da un Tribunale di Torino con, tra le varie motivazioni, quella: “perché non ha urlato”, è di una sofferenza gigantesca che non riesco a tacere.

É un’umiliazione da vedere e sentire, che parla, a ognuno di noi. Dire, come si sta facendo spesso, che questa sentenza umilia la vittima è però aggiungere violenza, supplemento di dolore e inoltre, mica poi tanto sottilmente, è anche attribuire responsabilità, colpe che non ha e non può avere chi questa violenza ha subito.

Io credo che sempre più debba emergere lo sguardo collettivo sia di indignazione che di sofferenza che ognuno di noi deve coltivare per le ingiustizie in quanto tali, sguardo a partire dall’aspetto culturale. Ben prima di Leggi più severe, ben oltre poi dal chiederle perché la donna sarebbe un soggetto debole, fragile che la società deve mettere sotto tutela, (non ho mai creduto alla donna da vedere come soggetto fragile in quanto donna, ma credo all’uomo violento) penso che ben prima o certamente di pari passo all’aspetto legislativo – anche perché vediamo che le Leggi possono venir indecentemente interpretate – il nocciolo del tutto stia nella questione culturale che come società non abbiamo ancora elaborato.

La violenza è il volto di una questione di linguaggio, di atteggiamento, culturale dentro la disuguaglianza dei ruoli di potere ancora incentrati in una visione maschilista. E di educazione sentimentale.

Penso e sono fortemente convinto che qui il problema non è che chi ha subito una violenza sessuale non ha urlato o doveva urlare. Ma capire che non c’era bisogno di nessuna parola, di nessun no urlato o sussurrato flebilmente. Perché le violenze verso l’altro sono già da ritenersi tali nel momento del pensiero di compierle. Non serve per forza la benzina per rendere una persona vittima.

Bastano e servono semplicemente la volontà di farle male, ancor prima di farglielo. Basta il pensiero, l’intenzione.

E quindi quell’uomo andato assolto dal Tribunale come tutti non doveva attendere nessun no, urlato o sussurrato più o meno flebilmente, per non compierla.

Per capire che era e resta una violenza la sua. A prescindere e ben oltre da qualsivoglia sentenza, qualsivoglia assoluzione. Perché è una crescita culturale e sentimentale individuale e collettiva che finalmente dovrebbe dirlo.

Inappellabilmente.

OMG: UN CONTAINER DI AIUTI O PIU D’ESEMPIO?

mato-grosso-volantinoQuesta mia vuole essere una riflessione, un possibile spunto civile di discussione, non certo una polemica.

Solo pochi giorni fa si è conclusa con enorme e meritato successo la raccolta viveri a Lecco per una mensa dei poveri in Perù ad opera dell’Operazione Mato Grosso.
Centinaia e centinaia di ragazzi dietro il motto: “Oggi lotto per la carità” hanno girato per le case dei lecchesi,volantinato, raccolto viveri, smistato alimenti, impacchettato cibo, impilato scatoloni, riempito all’inverosimile un mega container che troneggiava in Piazza Garibaldi.
250 quintali di alimenti, pasta, riso, tonno, zucchero, sale, biscotti, farina ect.

La presenza oltre dei cittadini anche dell’Amministrazione ha creato un legame e una valenza ancora più solidale, c’era così tutta la città simbolicamente in Piazza. A riempire quel container.

“Mettere il container in piazza mi è da subito sembrata una bella idea – ha detto giustamente il Sindaco Brivio – al centro di ogni città dovrebbe essere costruita la giustizia”

Mi chiedo, da qui la riflessione, se tali raccolte però poggino in egual modo sui due piatti della bilancia: Quello della Giustizia e quello dell’Esempio e testimonianza.

Mi spiego.
Il Piatto della Giustizia, non dovrebbe vedere più proficuamente il sostegno dei poveri in Perù, e in generale nei Paesi impoveriti, attraverso l’acquisto dei beni di consumo e di sostentamento là negli stessi luoghi di vita?

Questo non aumenterebbe il benessere e anche l’economia locale e le micro imprese, ben più che acquistare qui da noi cibo e alimenti da inviare con ulteriori costi?
Un poco come è nella filosofia del commercio equo e solidale: Insegno a pescare oltre che dare il pesce.Il Piatto dell’Esempio e della testimonianza, viene invece rafforzato e alimentato più efficacemente dalla scelta di raccolta qui a Lecco. Le persone, studenti e in generale cittadini, quando qui vanno a volantinare, raccogliere, inscatolare, organizzare la spedizione si danno da fare, lavorano e utilizzano il loro tempo per gli altri, non mandano semplicemente dei soldi, e poi il lavoro è visibile e diventa testimonianza del “farsi prossimo” che sta alla base del generare e promuovere esempio.

E ’un cattivo dilemma, inutile, il mio o un possibile spunto civile di discussione?

NO, NON FA RIDERE

www.youtube.com/watch?v=ptUVucqib4Y QUI IL VIDEO

NO!!!, NON FA RIDERE.

Non so se in questi casi bisogna tenere un profilo basso e non dargli rilevanza e vergognarsi ed indignarsi in silenzio oppure, come credo, segnalarlo e farlo conoscere augurandosi un’indignazione personale e collettiva pubblica.

La gravità immensa e potenziata di quanto è successo in questa occasione, all’interno di uno studio televisivo e in un programma giovanile e di successo è dolorosa: Bisogna ridere davanti a una molestia, una violenza, sessuale normalizzata, travestita da scherzo dove, tutti e tutte, infatti, ridono in un’autoassoluzione che indigna, sconforta e preoccupa.

Abbiamo, uomini e donne, molta strada da fare.

https://www.youtube.com/watch?v=ptUVucqib4Y