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OLTRE L’OLMO: IL BISOGNO DI ECOLOGIA CIVICA E NON SOLO AMBIENTALE

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Sono favorevole alla salvaguardia dell’Olmo di Piazza Sassi minacciato d’abbattimento da un discutibile progetto di riqualificazione dei relativi parcheggi.

Apprezzo quindi l’azione di difesa ecologica di cittadini e politici e sono fiducioso nel fatto che il Sindaco Brivio trovi una reale soluzione alternativa.

Vorrei però evidenziare un comportamento buffonesco altrettanto poco ecologico, che continuo a leggere ahimè da chi, come me, vuole salvare l’Olmo, ma non per questo va taciuto. Anzi dovremmo essere i primi a dare un esempio di educazione civica e non solo ambientale.

Parto da qui:
“Spengano le motoseghe e accendano il cervello”.

Dalla frase usata a ogni post sui social, ormai uno slogan per consensi facili e nessuna volontà di ascolto. Una frase da piedistallo.

Ecco, io una frase così più la leggo e più mi disturba. Sia la frase che l’autore perché nel suo piccolo é uomo delle istituzioni. È un consigliere comunale.

Penso che primariamente per chi ricopre un ruolo pubblico e tantopiù rappresentante di cittadini, la forma è (deve essere) anche sostanza. Qui non c’entra ne la gogliardia, ne l’essere o meno bacchettoni.

Una frase così, detta ad ogni intervento sul tema della riqualificazione dei parcheggi e della controversia sull’Olmo, è imbarazzante.

Perché sega alla base, non accetta, la volontà di ascolto, liquida tutti, tutti gli altri, dall’alto del proprio piedistallo: consiglieri, istituzioni, gli stessi cittadini con un’idea diversa dalla propria, o con anche solo la volontà di ascolto e approfondimento, come degli ignoranti, dei deficienti, dei cretini che non usano il cervello. Che lo tengono spento.

Io sono per salvare l’Olmo ma non penso che chi ha altri argomenti sia uno con il cervello spento.
Con chi ha il cervello spento non discuto, con chi ha altre argomentazioni, si.

Ecco una frase così, frasi così, dette in primis dagli uomini delle Istituzioni, che inquinano ben oltre la vicenda dell’Olmo, sono frasi violente.

È violenta e deve essere ritenuta per quello che è anche da chi è a difesa dell’Olmo.
Perché la violenza di quella frase lo è a prescindere dalle ragioni della lotta.

Spegniamo sul nascere frasi come questa del consigliere del M5S Massimo Riva.
C’è bisogno di nuova educazione civica, non di bullismo politico. 
Anche se farlo fa perdere voti o facile visibilità.

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LJF: IMPARARE IL BELLO, SE NON SIAMO GIA’ IRRIMEDIABILMENTE ABBRUTTITI

Investire tempo ed energie per coltivare il bello e il buono della Vita, è in fondo una Storia che possiamo ascrivere nello spartito sotto il titolo rigenerazione urbana e civica.

Grazie al Festival Jazz di Lecco inaugurato ieri sera sono tornato a casa, insieme a una fiumana di gente di ogni età che svuotava a poco a poco Piazza Garibaldi, con un fluido di positività che è energia pura. Che ho ancora addosso.

Energia che ha percorso, ne sono certo, ognuno dei presenti, rafforzandosi a ogni condivisione, a ogni contatto.

Se avessi una stanza dove scrivere le pagine che anche hanno riempito il cuore, i passi, gli occhi, i sensi, fin a posarsi sull’anima, aprirei la porta che dà sulla strada per appendere un cartello: c’è bisogno di bello. Dobbiamo coltivare il bello. Dare priorità al bello.

E questo cartello lo potrebbe leggere chi avesse voglia di avvicinarsi, come chi ieri ha scelto di essere in Piazza Garibaldi.

Un cartello come un’insegna.

In Piazza Garibaldi, il bene immateriale che genera benessere e alfabeti nuovi, che è la Cultura, ci ha permesso, come fossimo stati a New York, di coltivare il bello, disseminato, tracimato, condiviso dalla musica toccata da dio, del The Quintet di Kenny Garrett

Lecco ha vissuto ancora una pagina, molto più di una pagina, di cosa vuol dire, nella concretezza del viverla, che la bellezza e qualità di una Città non si misura solo o prioritariamente dai metri di asfalto, dei parcheggi o dalle strisce per terra.

Il dono che il Comune ha fatto a tutti noi (cittadini e turisti) diventati fiume, cellule, note, elettricità, conduttori di tanta bellezza perché questo è stato il concerto di Kenny Garrett che ha aperto il Lecco Jazz Festival, è un tesoro che dobbiamo moltiplicare, diffondendolo, non per nascondere le strisce in centro, un parcheggio più caro, i cinema promessi e mai mantenuti, una Piazza Affari umiliata nelle sue potenzialità, ma per farne tesoro e nuovo sguardo.

Perché in Comune qualcuno per primo ha scelto di scegliere. Di credere, crederci. Ha scelto che non serve aspettare la paziente costruzione delle condizioni adatte, né un’infinita transizione che non è mai arrivata e non ci condurrebbe in alcun luogo.

Le serate come questa – è stata il top, ma non è stata l’unica a Lecco in questi mesi, anni – ci insegnano a vedere il bello e la grazia, virtù nobili che si è sempre in tempo ad imparare quando, beninteso, non si sia già irrimediabilmente abbruttiti.

E sono la prova provata che Lecco – ancora una volta, ancora di più – è molto meglio di quanto qualcuno la vuole descrivere o si augura che diventi, che affondi, solo per poter dire, io ve l’avevo detto.

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SIAMO COMUNITÀ ANCHE IN QUESTE COSE


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Possiamo imparare a costruire relazioni basate su ascolto e cura, su rapporti paritari che partano dalla conoscenza.

Sono molti i pregiudizi, le convinzioni errate, il “senso comune” che costruiscono etichette su richiedenti asilo, migranti, rifugiati.

L’iniziativa promossa in questi giorni qui a Lecco direttamente dagli stessi richiedenti asilo, interagendo con una rete di altri soggetti, associativi e Enti pubblici, in primis il Comune, è un interessante, a mio parere, progetto da guardare con attenzione e fiducia.

Crea cor-relazioni

Le obiezioni emerse da diverse parti, anche impensabili, come partiti e militanti di sinistra, anche con una storia di decenni in queste fila, mi trovano concorde solo sulla carta.

Il Progetto di alcuni mesi di volontariato per il Bene Comune pensato e offerto dai richiedenti asilo alla Città, non è lavoro gratis. Non è sfruttamento. Come insistono a ritenerlo alcuni.

È corresponsabilità.

È essere compartecipe, della propria Comunità. Che questa lo sia per sempre, da sempre o per un tempo breve, di ognuno.

Utile, potrei dire, come esempio rafforzativo anche per molti di noi. Che, forse perché, per noi, lo è da sempre, a volte o spesso diamo la Comunità per scontata, peggio, diamo la Comunità per qualcosa che ci deve dare, e basta.

Quello che invece, seppur esplicitato soprattutto dall’assessore Mariani, ma più in generale da molti cittadini, e che non mi trova concorde è l’implicita reciprocità. Questo dovere morale, questa obbligatorietà di “essere a disposizione” della Città per dimostrare, da parte dei richiedenti asilo, gratitudine verso chi li ospita. Uno sdebitarsi.

Ecco io questo lo trovo ingiusto e sbagliato. Io, per esempio, non li sento in debito verso di me perché sono, più o meno temporaneamente, a Lecco, accolti nella loro legittima ricerca di un futuro, di una vita migliore.

Io trovo molto valorizzante questo loro aver scelto e proposto di essere compartecipi della sempre più propria Comunità. Che questa lo sia per sempre o per un tempo breve, di ognuno.

La parte del Progetto che vede i richiedenti asilo pulire le aiuole o il lungolago, o, peggio, sistemare le tribune dello Stadio, non mi vede particolarmente favorevole, a differenza di quella parte di collaborazione e compartecipazione nelle attività culturali.

Perché tra i primi e gli ultimi passa la differenza che c’è tra un “contributo integrativo ai compiti del pubblico” e uno di “sostituzione al dovere pubblico”.  (io, in altre parole, già pago la Tari e le tasse per la pulizia del lungolago, per la gestione del verde non dovrebbe esserci un ordinario volontariato per fare queste cose; apprezzo invece molto le altre attività perché lì viene rispettata e ricercata quella che è un’attitudine individuale del richiedente asilo, che viene valorizzata, perché li è con evidenza un contributo integrativo e anche contemporaneamente gratificante e valorizzante per entrambi.
Un patto fatto con questi ultimi criteri è per me il rispetto.
Altrimenti l’impressione è quella di essere un semplice strumento.

È per questo, e concludo, che l’iniziativa va sostenuta e condivisa, senza se e senza ma, mettendosi a disposizione.

Siamo una Comunità. Non è lavoro gratis. Non è sfruttamento. È corresponsabilità. È essere compartecipe, della propria Comunità. Che questa lo sia per sempre, da sempre o per un tempo breve, di ognuno.

IL MORDI E FUGGI DEI TAFAZZI DE LECCH

secretCapita sovente che il prof. Marchini nei suoi editoriali su Lecco, utilizzi il metodo “dell’assicuratore”: prima ti bastona e poi ti medica.

A volte però le bende e la cura arrivano troppo tardi. Come oggi, nell’ultimo editoriale “Turisti mordi e fuggi. Lecco deve cambiare”

Una caterva di luoghi più triti che comuni (il lungolago dissestato, gli artisti di strada con le fisarmoniche, le bancarelle della creatività e, novità, pure le barche nordiche) di cui fa trasparire un’insofferenza che è quasi idiosincrasia.

Solo alla fine, in due righe, la cura, il medicamento: “se a Lecco vogliamo turisti invece che occasionali incursori, dobbiamo, noi per primi, mutare atteggiamento. Una lungimirante cura del nostro patrimonio. E’ questa la soluzione”.

Ebbene nel “noi per primi” dover mutare atteggiamento, però il prof. Marchini si guarda bene dal riconoscersi.

Perché vivaddio, è sempre troppo tardi quando proveremo che il primo atteggiamento da cambiare, in noi lecchesi, è quello di smettere di ritenerci sempre figli di un dio minore, quello di ritenerci, noi per primi, ancor più malandati di quello che in realtà siamo. Noi per primi ingigantiamo i problemi, demandiamo le soluzioni e sappiamo sempre a chi dare la colpa.

Lecco non è una città turistica però se costruisci percorsi e osservatori sulla Montagna, Festival e Rassegne, se porti la ruota panoramica, se fai mappe sui luoghi da vistare, se agevoli e incrementi le corse dei battelli con la tassa di soggiorno, se estendi gli orari dell’Ufficio Turistico, se promuovi app mobili per la Cultura e luoghi Manzoniani, se frontelago fai dei partecipati street food, se posizioni totem storici turistici, se coinvolgi i giovani e fai concerti musicali, se fai guardare l’orizzonte da un Matitone religioso, se crei nuove modalità di usufruizione della navigazione privata, se hai attività straordinarie come il Planetario e Musei, a partire dallo stesso Palazzo Belgiojoso invidiabilmente bello e curioso, no, c’è sempre troppo poco, è sempre nulla, resti sempre turismo mordi e fuggi. Resti sempre un pezzente.

Lecco per diventare ancor più di quello che è, va sostenuta, senza ovviamente far finta che vada tutto bene, (il lungolago va tenuto più pulito, le piante e l’erba più curata, i parcheggi e le soste più ordinate..) Lecco va vissuta, va animata, e bisogna promuovere quello, poco o tanto, che ha di già – e se non è tanto, certo poco non è – ma non va bastonata. 

Nel frattempo la politica deve sollecitare l’imprenditoria o quest’ultima farsi vedere davvero. Forse però quest’ultima manca più come idee e voglia di rischio di impresa, di coordinamento tra i propri Enti di rappresentanza, più che come danari…

L’Hotelleria è carente a Lecco, come numeri di posti. Perchè hai voglia a voler raddoppiare i numeri di arrivi e presenze per tempi più lunghi, ma mi chiedo, se davvero arrivassero così tanti turisti stanziali dove li mettiamo? Sul Piazzale della funivia di Erna con le brande? O su Marte?  

Evviva gli articoli dove ci piangiamo addosso. Dove prima Lecco si bastona e poi si medica. Così dopo l’editoriale sulla Lecco turistica del prof. Marchini, non ci resta che dire: l’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto.

Fiore un errore così bello che sarebbe stato uno sbaglio non commetterlo

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Una pizzeria che è nata inizialmente più come spilla per il bavero di pochi che stella per la navigazione di molti.

È stata questa, per me, la gestazione di quel Progetto, di quella Pizzeria che dal nome Wall Street oggi, da un anno, ci siamo abituati a chiamare Fiore.

Oggi, possiamo e dobbiamo domandarci se, per la Città, è positivo o negativo che ci sia, a Lecco, una “Pizzeria della Legalità”. E, se proprio si vuole, anche domandarci se una Pizzeria della legalità come Fiore, favorisce o non favorisce l’amministrazione Comunale che in quella spilla sul bavero, anche in modo pasticciato ha contribuito che si concretizzasse.

Mi sono risposto perché non credo ci si possa accontentare di ritenerle un arrocco di opposti estremismi, i complottisti e i giustizialisti.

Rispondersi è innanzitutto un invito alla temperanza, al ragionamento riflessivo e pacato, evitando accuratamente di ritenersi depositari di giudizi, di verità immodificabili con obbligo di accettazione per gli altri.
Sono fermamente convinto che oggi, a un anno di distanza dall’inaugurazione, piuttosto che raccontarci solo come si è arrivati a questo Progetto e restare attaccati al passato è meglio entrare nella sostanza della questione, della reale valenza di una risposta e della crescita e futuro di un Progetto come quello della Pizzeria della Legalità, visto che la questione è sostanziosissima e dovrebbe costringere ogni Lecchese a chiedersi: “da che parte stare?”.

Dove la parte non è dove sta o non sta il sindaco e la sua Giunta, ma dove sta la Pizzeria, dove stiamo noi.

Anche ora che i numeri economici e di fiducia sono molto positivi, che lavoratori con abilità diverse sono stati assunti, ora che si fa formazione e si lavora con il reparto di Salute Mentale dell’Ospedale, ora che le iniziative culturali stanno iniziando ad essere promosse, conosciute e frequentate, che la Legalità per alcuni è ancora più una spilla per il bavero che una stella per la navigazione, la risposta che mi sono dato alla prima domanda: “Oggi, per la Città, è positivo o negativo che ci sia una “Pizzeria della Legalità” a Lecco?” E’ totalmente e convintamente positiva.

Ad un anno di distanza è molto meglio aperta che ancora chiusa.

E quindi è bene sostenerla, viverla, promuoverla e pure animarla, per chi può. Cultura, gioco, ricerca, interazioni. Questo per aumentare gli incontri, i confronti più che gli scontri.  Anche dagli impasti sbagliati possono nascere ricette di qualità. A volte è una questione di lieviti, il più delle volte, però, di cuochi.

La Pizzeria Fiore è un errore così bello che sarebbe stato uno sbaglio non commetterlo.

PIETRE D’INCIAMPO

pietre d'inciampo 2Facendo mia la domanda, amara ma opportuna, che Primo Levi si fece:  «Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?» potrei rispondere che serve se rimane costante, ben presente nella nostra mente, nel nostro cuore e, oserei dire, nei nostri passi quotidiani

Soprattutto così può svilupparsi una presa di coscienza dalla quale possano maturare e continuare a farlo quelli che comunemente vengono chiamati “gli anticorpi” contro quelle aberranti ignominie che ha vissuto Primo Levi e un’infinità di altri.

Perché il fascismo non è un’ideologia e tanto meno passata, è un metodo, e lo vediamo sempre più spesso, atrocemente presente.

Dove c’è un sopruso, una violenza, un abuso di potere, una rivendicazione di superiorità, di razzismo lì c’è il fascismo, perché il fascismo è l’opposto della democrazia. C’è necessità, ogni giorno, di farci forza sulla Memoria e sul capire il passato. Perché non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce. E uno dei modi di capirlo è spiegare, stimolare i giovani innanzitutto, a domandarsi.  Come dicevano i Partigiani zapatisti solo poco più di un decennio fa: “Camminare domandando” 

È per questo che propongo, insieme ai percorsi istituzionali del Museo della Resistenza, la recentissima Mappa della Memoria appena presentata in Comune percorso storico e culturale di vitale importanza, che Lecco si doti di un altro segno quotidiano.

In Europa e da tempo anche in Italia ci sono alcuni posti dove per terra, camminando, è possibile incappare in piccoli sanpietrini dorati completamente estranei dal contesto visivo. Sono delle pietre d’inciampo, un’opera dell’artista tedesco Gunter Demnig che ha voluto “depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti”.  Li mette dal 1995.

Ecco io vorrei proporlo a Lecco, soprattutto in un momento urgente come l’attuale, dove troppi son convinti che l’orrore che sconquassò l’umanità a metà ‘900 fu dovuto a pochi cattivissimi, dove troppi ignorano che l’introduzione delle norme razziali nel sistema giuridico italiano fu un’operazione preparata da una Campagna di Propaganda, non un gioco, non un’improvvisata.

Ecco io credo che ogni atto, che sia un incontro sulle Leggi Razziali, una Commemorazione della Memoria, un Regolamento Comunale che esplicita l’utilizzo dei luoghi pubblici solo a chi si riconosce nei Valori della Costituzione, siano simboliche, immateriali, pietre d’inciampo. Momenti importantissimi perché non è vero che certe cose non possono capitare di nuovo, che non possono star tranquilli i ragazzi, ma che si devono interessare, devono stare dentro un tempo e un cammino per un futuro che dipende da loro.

“A che serve la memoria?” si chiese Primo Levi?  Io spero a trasformarci tutti in pietre d’inciampo, a farci avere il coraggio che ebbero i nostri Antifascisti. Scegliere da quale parte stare, per sé stessi e per tutti. Per il Bene Comune

E allora – e arrivo alla proposta vera e propria che avevo già fatto gli anni scorsdi – perché non posare sulle nostre strade queste pietre d’inciampo che ricordano i nomi di chi ha lottato, chi troppo spesso è morto per riconquistare Libertà e Democrazia per tutti, o/e (modificando un poco l’idea dell’artista) i luoghi di questa Resistenza i vari Articoli della Nostra Costituzione, iniziando dai Principi Fondamentali per poi ogni anno integrarle?

Una pietra d’inciampo davanti ai luoghi della Resistenza. Con nomi e richiami, davanti ai luoghi Civici e Istituzionali, alle scuole…

Oppure un breve  e simbolico percorso lungo una via da scegliere (Caduti Lecchesi a Fossoli? Via Partigiani? Viale della Costituzione?) dove si richiamano nomi, fatti, luoghi della nostra Storia Lecchese.

Perché queste pietre d’inciampo diventino uno dei modi di ricordarlo, capirlo. Stimolando i giovani innanzitutto a domandarsi. “Camminare domandando”.  A loro serve la memoria, e a noi per essere un po’ come loro.