AVVISO DI INSURREZIONE parte XVII: Bei tempi

Sconclusionata prolusione ieri alla taverna dei cattivi nostalgici da parte del noto tizio, non appena si era ripreso dalla consueta mezz’oretta di coma etilico:

Bei tempi quando c’era Berlsuconi. Bei tempi quando c’era quel formidabile catalizzatore di masse, pronte a scendere in piazza non appena si ravvisasse lo spiraglio per la ‘spallata’, poiché  quello era il nostro sogno.

Non molto diverso dai sogni somministrati dal berlusconismo.

Sogni adolescenziali, mediocri; la moto, la figa, l’auto, soldi, carriera: cazzate alla portata di tutti. Sogni piccolo borghesi, impartiti e impressi nelle nostre menti da trenta anni di tv commerciale, di cinematografia americana alla M.J. Fox, sedimentati, anzi bloccati come dal telecomando di mysky, congelati, ibernati dai primi anni ottanta. Bei tempi di merda quando c’era Berlusconi. Ho avuto vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ora cambia tutto. Via il Cinghialone, via il Divo , via il Papi. E ora che abbiamo cacciato via tutti, che aspettiamo il ritorno dei veri buoni genitori, non riusciamo a renderci conto che non arriverà nessuno, perché i genitori ora siamo noi (D.F.W.). Volevamo la novità vera, l’esperienza forte, inaudita, eccola: tocca a noi.

Tocca uscire dalla minorità kantiana, non agitando Kant come fanno Eco e Ferrara facendone a loro volta un ulteriore feticcio, ma prendendo coscienza della forza delle masse, come fanno i proletari tunisini e egiziani. Continua la lettura di AVVISO DI INSURREZIONE parte XVII: Bei tempi

don giorgio: BENZINA E COMBUSTIONE

Sto facendo girare la mail del programma La Zanzara dove don Giorgio, un sacerdote radicale del lecchese, è intervenuto qualche settimana fa perché credo che sia interessante farci sopra un ragionamento.
Certo non nuovo.
Mi son fatto un’idea e mi sono sorti dei dubbi che scrivo per confrontarmi dopo averla inviata direttamente anche allo stesso sacerdote. Per il momento invano.

Non ho, infatti, mai avuto come dopo la trasmissione, che ho sentito in differita, la sensazione che sia stato usato per lo show e mi sembra troppo palese quanto accaduto che non l’abbia almeno immaginato come possibile ipotesi. Puntualmente verificatasi, anche qualche giorno prima a La7 con l’intervista al programma Exit.

Io non sono un bravo comunicatore, mi ingarbuglio coi pensieri, figuriamoci con le parole, ma resto perplesso che le parole, e i modi, gli epiteti, la sintesi netta, di don Giorgio spostino voti, aprano menti oggi giubilate dal Berlusconi(smo).
Io non credo siano efficaci per convincere i non convinti. Purtroppo. Anzi.

Alla Zanzara i due showman presentatori lo schernivano, si divertivano a gettargli addosso benzina, don Giorgio produceva combustione. E loro godevano. Facevano audience e soprattutto sembravano pure democratici. Facciamo parlare anche uno come quel prete fuori di testa, più liberi di così.
Per loro la prova provata, per me la foglia di fico. Continua la lettura di don giorgio: BENZINA E COMBUSTIONE

AVVISO DI INSURREZIONE parte XVI: Vedremo

Serena attesa ieri alla taverna dei cattivi investitori per la pacata disamina del noto bevitore circa le recenti elezioni amministrative.

In questa bella società dove l’apparire ha preso il posto dell’avere che aveva preso il posto dell’essere, vale la massima che per avere successo (in politica come sul mercato il successo si misura in consenso acquisito fra gli elettori come fra i clienti) bisogna essere sinceri: se riesci a fingerlo ce l’hai fatta.
La spiegazione più plausibile dell’insuccesso elettorale del centrodestra va ricercata nel decremento di credulità diffusa in quegli strati di popolazione che portavano il pacchetto decisivo di voti per continuare l’avventura politica berlusconiana. Nonostante il sempre più massiccio ricorso all’armamentario massmediatico (con i recenti acquisti, a spese del servizio pubblico, Ferrara e Sgarbi), le bugie del ducetto ormai faticano a trovare convinti bevitori. Troppo lungo e improbabile l’elenco di fole raccontate: la nipotina di Mubarak, Lampedusa, i rifiuti di Napoli, L’Aquila, ecc. La stessa solfa della persecuzione dei p.m. ha stancato e sempre più italiani si stanno convincendo che le sfacciate leggi ad personam non sono una legittima difesa di un perseguitato politico, ma un furbesco tentativo di impunità. Che non è la giustizia che si interessa a Berlusconi perché è sceso in politica, ma è Berlusconi che è sceso in politica per sfuggire alla giustizia. Continua la lettura di AVVISO DI INSURREZIONE parte XVI: Vedremo

LO SCIOPERO è ancora uno strumento valido?

Parlo di sciopero. Sulla base anche degli ultimi dai dati visti e letti sulla stampa locale, non sono difformi da altri territori.

Lo sciopero di venerdì generale del 6 maggio, per l’ennesima volta, in termini partecipativi, mi è sembrato un flop.  Mascherato o meno. E non parlo delle adesioni dei colletti bianchi. Proprio in generale. Non si può però domandare di più ad una massa di uomini e donne che aggredita dalle più dure necessità dell’esistenza sceglie di non parteciparvi.

Non si può domandare di più di quanto hanno già dato questi lavoratori che sono restati al lavoro senza scioperare. Tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere oltre o di reagire al padrone o al governo.

Da troppi anni le masse lottano, da troppi anni esse si esauriscono in azioni di dettaglio, sperperando i loro mezzi e le loro energie. Questi scioperi, di questi anni di crisi soprattutto, mi chiedo, non sono l’abusare troppo della resistenza e della virtù del sacrificio del “proletariato”?

Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente. La classe operaia italiana, il ceto medio aggiungerei, non vede nel sindacato sponda o sostegno da dare e ricevere, e così è livellato sotto il rullo compressore della reazione capitalista e finanziaria. Continua la lettura di LO SCIOPERO è ancora uno strumento valido?

DOV’E’ LA BORGHESIA ILLUMINATA?

Vorrei prendere a pretesto, nel complimentarmi, il nuovo ottimo articolo ( domenica, 8 maggio) dello storico Gianfranco Scotti su Giardini e Ville che  Lecco si è privata negli anni per far spazio a condomini e capannoni.

Per fare 2 riflessioni.

La prima a margine dell’articolo.
E’ per me, e lo è per moltissimi certamente, un onore essere suo concittadino.
Lecco con la sua Amministrazione dovrebbe, anche in ottica del Piano di Governo del Territorio, ma ovviamente non solo, riconoscergli un ruolo più attivo e operativo.
Tantopiù che un decennio fa, la città, non è stata in grado di approfittare della disponibilità diretta offerta. Ha, infatti, miopamente voluto, con le elezioni per il Sindaco, rimanere un borgo di chiacchiere, lampioni da stadio nelle piazze e nessuno slancio culturale.

Nel merito dell’articolo vorrei sollecitare invece un’altra riflessione che in parte è rimasta implicita nello stesso scritto.

Oltre alla volgare, immorale, miope e quindi grave disponibilità e facilità permessa dalle Giunte degli scorsi decenni con Piani regolatori generali consapevolmente complici per ottusità ed altro, è pur vero che anche e soprattutto, la nuova borghesia che ha ereditato quelle belle ville, quei maestosi giardini, quel vanto privato e della città è stata la prima, in termini egoistici e utilitaristici a voler cancellare il bello, la memoria, il ruolo di guida, respiro e servizio alla città.

Perché cent’anni fa è pur vero che la borghesia si voleva circondare del bello e quindi costruiva, innanzitutto per sé, quelle maestose e armoniose ville, ma era a supporto della città.

Un tempo la borghesia, ricompensava, ridistribuiva la sua condizione di privilegio, alla città, con opere di alti architetti, di tutela artistica e paesaggistica, di servizi e mecenatismo.  Basti pensare all’Istituto Fiocchi, al Badoni, ai diversi asili, ma non solo.

Oggi evidentemente un segno paradigmatico, oltre ad aver perso il bello, delle ville, dei giardini, questa borghesia non c’è più, neppure nel piccolo della realtà odierna, in forme singole o, visti i tempi, collettive, che aiutano a dare respiro alla città.

Oggi provi a fermarti, guardare, fare mente locale nella storia di Lecco, attuale ed a posteriori, dopo quella storia gloriosa e lucida che è madre dei nostri nonni e cosa troviamo? Un ruolo pari allo zero.

La parola d’ordine è diventata: conversione e finanziarizzazione. Mentre convertivano, le fabbriche sono diventate condomini e il lavoro, speculazione.

Il problema è che oggi a Lecco siamo ancora ricchi, ma non siamo più signori.

Sbaglio?

ALLE POSTE, DELLA POSTA, NON FREGA NULLA

Sabato scorso ho avuto l’ennesima conferma di come le Poste abbiano come centralità della loro missione il settore finanziario e i bazar del mercato e non più il servizio al cittadino per quanto riguarda la corrispondenza.

Il ritiro della corrispondenza, delle raccomandate, espressi ecc. è la prova provata che appunto della posta, alle Poste, non frega nulla.

Sembra un paradosso.

Paradosso pari a quello di doversi recare per il ritiro della suddetta allo sportello centrale di via Dante e non a quello, più logico, eventualmente ad un passo, o poco più da casa. Dall’indirizzo di recapito.

Ora la consegna delle raccomandate, credo 10 volte su 10, è appaltato a società private che ne curano la consegna, o dovrebbero curarla. Probabilmente per la tipologia del contratto, altrettanto probabilmente per il carico di lavoro e i costi riconosciuti, è un servizio che fa acqua. Per esempio io o mia moglie eravamo a casa diverse volte nelle quali abbiamo poi, nella stessa giornata, trovato nella cassetta postale l’avviso di mancata consegna e la cartolina gialla per il successivo ritiro delle raccomandate appunto presso lo sportello centrale di Viale Dante.

Questo mi fa pensare, essendo capitato diverse volte, che abitudinariamente non consegnano a mano la corrispondenza da firmare, come dovrebbe essere prassi, ma, per guadagnare tempo (?), lasciano direttamente solo l’avviso.

Da qui una cascata di incombenze per il cittadino che fanno perdere tempo e creano disagi.

Il ritiro alla sede centrale, dove la coda è, inevitabilmente abbondante, soprattutto al sabato, non regolamentata da nessun numero d’attesa e senza sedie e luoghi confortevoli per attendere il proprio turno.

Lasciamo perdere un giovane, ma una persona anziana, in questa maniera è costretta a delegare spesso qualcuno, riducendo la propria indipendenza, o fare chilometri per ritirare una semplice raccomandata per non parlare del tempo “perso”.

Mi chiedo e chiedo quindi quali sono gli ostacoli che ostano a tenere in giacenza per il successivo ritiro le raccomandate/espressi ecc non recapitate direttamente, allo sportello postale più vicino al luogo del destinatario?