IL DIRETTORE DI UNIMONDO CI RISPONDE SU UNICREDIT

A seguito della pubblicazione della pubblicità della Carta etica di credito “GeniusONE” sul nostro portale ci sono giunte diverse lettere. Tra le prime quella di Paolo Trezzi alla quale, anche tenendo conto di lettere successive, risponde il direttore di Unimondo, Fabio Pipinato.Risposta del direttore di Unimondo Gentile Paolo Trezzi,
La ringrazio per la Sua lettera alla quale non mi attardo a rispondere. Unimondo ha già fatto pubblicità ed è la prima volta che pubblicizza una “Carta” di un Istituto di credito. Trattasi di una decisione di cui, in qualità di direttore del portale, mi assumo la responsabilità. Ho discusso della Sua lettera e della mia scelta con il CdA della Fondazione e la redazione. Le confesso che abbiamo opinioni divergenti. Come CdA non abbiamo la certezza di aver scelto bene, ma vorremmo aprirci al dialogo anche verso realtà che rimangono interlocutori importanti per il sociale www.unicreditfoundation.org.

Provo ad interloquire per punti:

1) Da dieci anni Unimondo offre un’informazione puntuale e gratuita sulle banche armate e, per fortuna, non solo su quelle. Più volte ha denunciato le modalità di costruzione, traffico, smercio, responsabilità economiche, politiche e finanziarie del commercio di armi. Vorrebbe continuare a farlo.

2) Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.

3) Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento.

4) Come direttore devo tener conto anche delle risorse presenti nel CC di Banca Popolare Etica che il lettore responsabile potrà trovare in Home Page sotto la dicitura: “dona ad Unimondo”. Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono. All’aumento progressivo dei lettori negli anni non è sempre corrisposto un aumento delle donazioni.

5) Sto ricevendo molte lettere piccate, deluse, dubbiose ed arrendevoli. Alcune da parte di organizzazioni per noi importanti come Pax Christi. Chiederò alla redazione di pubblicarle. Siamo per il dialogo. Non è un caso che abbiamo un’intensa attività culturale, nei territori ove abbiamo sede, poco propensa alla contrapposizione. Ed è forse per questo che vorremmo sopravvivere al mercato che ha costi sempre più importanti, con il sostegno del mercato, per non sottrarci nel denunciare le storture del mercato stesso. So che si tratta di abitare una contraddizione ma per questo ho deciso di aprire un dialogo con i lettori meno arrabbiati come lei. Mi piacerebbe coinvolgere nel dialogo anche i funzionari di Unicredit ai quali girerò, con il Suo permesso, la Sua lettera e le lettere che giungono in redazione. Credo possa essere anche questa un’occasione d’interloquire in modo costruttivo, al di là delle categorie della guerra, che ci ha visto per un decennio o di qua o di là del muro.

6) I lettori più affezionati si ricorderanno della polemica nell’anno del giubileo in occasione del Festival di San Remo. Ebbene, dopo pochi giorni è stata varata la legge per la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. La Campagna sdebitarsi ha voluto condividere anche con noi il successo. Sarebbe una vittoria di tutti se riuscissimo a trovare una via per un disimpegno formale dell’Istituto di Credito (al quale stiamo dando noi credito) dal finanziare l’export di armi a favore di un impegno graduale e fattivo per il sociale.

7) Iniziamo subito. Osserviamo che altri Istituti di credito riportano chiaramente il Bilancio Sociale, il Codice etico e ambientale e anche la loro policy in materia di “armamenti”. Non ci dispiacerebbe ottenere la stessa trasparenza da Unicredit con i quali stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione.

Cordialità,
Fabio Pipinato
(Direttore di Unimondo)
 

E DALLO STESSO SITO DI UNIMONDO:
il dibattito che ne sta seguendo

9 pensieri su “IL DIRETTORE DI UNIMONDO CI RISPONDE SU UNICREDIT”

  1. Cara Finansol, caro Marco la lettera di risposta del Direttore di Unimondo ha il merito, spero, di aprire un confronto. Non è un azzardo, forse più una resa, verso il futuro ma questa è solo la mia opinione..
    Provo a spiegarmi.

    C’è una netta dicotomia tra quanto affermato e riportato da Unicredit sul proprio sito http://www.unicreditgroup.eu, alla voce Sostenibilità e le sue azioni concrete.
    Vi si legge infatti: “La responsabilità sociale è parte della cultura aziendale; siamo convinti, infatti, che per fare bene il proprio lavoro sia necessario avere principi, target di gestione e comportamenti che consentano di determinare la nostra identità”
    Essere nella Lista delle Banche Armate (ma potrei citare anche gli altri punti che esplicito sempre e fatti propri per Intesa CTM da don Santoro) – con l’aggravante di aver detto che sarebbero usciti – sono lì a dimostrarlo

    Fare pubblicità ad un prodotto venduto e promosso come etico ha anche lo scopo, consapevole, di confondere l’etica con la beneficenza.

    Ma l’aspetto che merita maggiormente, secondo me, un confronto con i lettori di Finansol (e di Unimondo) è quello che emerge da 2 passaggi nella risposta del Direttore di Unimondo

    Il punto 2 dice:
    “Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.”

    Ecco io credo che il punto (il vertice del contendere) stia qui.

    Le Fondazioni, le Banche, non sono affatto dimentiche nella gratuità.
    Perseguono giorno e notte una loro strategia multipla che ha un unico scopo quello di autopromuovere la loro attività di perseguimento del massimo profitto.
    Il resto è accidente.

    Il punti 3 e 4, sono la resa, l’aspetto che più mi allarma.
    Che vorrei portare alla tua attenzioen Marco.
    Il Direttore scrive: “Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento” e ancora “Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono”.

    Qui, credo sia evidente, c’è la tragedia che demoralizza e toglie il fiato:
    La tragedia è che il Direttore ha scritto che senza i soldi delle armi non esisterebbe nemmeno Unimondo.

    Cioè che si possono prendere i soldi da chi si vuole, se servono per “fare del bene” .

    Allora domando, necessariamente:
    I soldi per fare informazione, solidarietà, giustizia, si possono prendere anche da chi li fa favorendo il commercio di armamenti?
    E questo che pensiamo?

    Anzi, forse proprio questa è la domanda a cui Unimondo, noi, Finansol ecc dovremmo rispondere.

    Quale deve essere il grado di autosostenibilità economica ed etica di un’economia solidale che vuole avere pretese generali di ricostruzione del legame sociale e porsi come alternativa alla mercificazione della grande impresa capitalistica?

    Infine, l’ultimo punto toccato, il settimo, dove conclude dicendo: “… Con Unicredit stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione” ecco io credo si debba saper gestire il conflitto e sapere che la contrapposizione non è un’onta.

    Mi ripeto anche con un precedente intrrvento qui sullo stesso Finansol:
    Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio, che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata), ma è etico – con o senza parola – proprio per l’uso alternativo che se ne fa. Per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità (modello Le Piagge), di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali – e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare.
    Sono sempre più convinto, infatti, e concludo, che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne’ danari ne’ speranze).
    E allora sì che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste Banche e Fondazioni (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare – volontariamente – fuori dal loro sistema.

    La società è piena di stimoli, anche molti negativi, ma se ha un decalogo che regge, non è stupida, fa confronti.

    D’altra parte la spazzatura è sempre stata nelle strade, ma uno non se la porta a casa.

    Un saluto di pace, speranza e futuro
    Paolo Trezzi – Centro Khorakhané Lecco
    ugomoi@libero.it http://www.esserevento.it

    Pubblicato il 1 Maggio 2008 finansol

  2. Marco scrive:

    a me quello che offende di più è la frase “..valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo..” un po’ come dire: “E’ vero che finanziano le armi, le protesi, le flebo, ecc…”

    Non so cosa penserebbe il mio vicino di casa vedendomi arrivare con i cerotti dopo che l’ho preso a bastonate…!

    Pubblicato il 1 Maggio 2008

  3. Alvaro Cingemma scrive:

    Generalmente non mi piacciono i ping-pong dialettici, per questo motivo trovo piuttosto sterile ribattere sui singoli punti sollevati da Pipinato, senza affrontare i nodi reali da lui sollevati.
    I ragionamenti che stanno dietro a questa “ennesima polemica”, sono i medesimi già tante volte trattati e da cui evidentemente fatichiamo ad uscirne con un’analoga visione.
    Credo che le differenze stiano tutte a partire dal “punto da cui guardiamo il mondo”.
    Prospettive diverse, per visioni diverse, non incompatibili, non da tacciare come “eretiche” o “fasulle” semplicemente differenti. Sarebbe un grande segno di maturità (e probabilmente non-violenza attiva), imparare a dialogare nel rispetto delle altrui differenze, senza gridare allo scandalo.
    Chi lavora da anni dentro le organizzazioni dell’economia alternativa, non puo’ non porsi in modo serio il tema della loro sostenibilità economica, se non lo facesse sarebbe semplicemente irresponsabile, oppure viceversa, ha deciso che l’economia alternativa è poco economia e invece molto alternativa, basandola interamente sul volontariato, che poi in definitiva significa vivere di un lavoro “normale” spesso nel settore del profit, dedicando all’altra economia il proprio tempo libero.
    Tutto cio’ oltre che legittimo è lodevole, ma è abbastanza differente dal provare a costruire percorsi economici alternativi, non basati sul sussidio pubblico o sul found raising, ma su una gestione economica rigorosa ed attenta.
    Da questo punto di vista il ragionamento di Fabio non fa una piega. Se vogliamo provare a “cambiare il mondo”, non possiamo pensare di farlo “solo” col volontariato, possiamo provarci se abbiamo delle organizzazioni serie che sanno stare nel mercato senza essere del mercato.
    Se oggi in europa circolano oltre 660 milioni di euro di prodotti equosolidali ed un numero sempre maggiore di imprese si interroga su come intercettare le “istanze etiche” dei consumatori, possiamo credere che sia un fenomeno di passaggio, oppure che effettivamente tutti quanti insieme abbiamo contribuito ad accrescere una maggiore sensibilità su questi aspetti.
    In quest’ultimo caso, è inevitabile che i grandi capi d’azienda o i ceo delle grandi banche si interroghino su questi dati, e provino a dotarsi di una strategia che incontri queste sensibilità.
    L’economia alternativa, puo’ scegliere di andare sull’aventino, bollando ogni iniziativa come sola propaganda, (green and social washing) o puro marketing, oppure viceversa, se riteniamo che oltre alla “lettura del mercato” c’è anche dell’altro (ovvero “sostanza” e “spessore” umano oltre ad una visione aperta sulle possibilità di riformare il mercato) non vedo perchè rinunciare a priori al dialogo con il cosiddetto “nemico”.
    Nelle due principali banche italiane oggi abbiamo nelle staff di comando persone di spessore; perderemmo un’occasione storica a non fare dei tentativi per farle avanzare rispetto ai contenuti etici de loro business. Se poi si ottenessero dei risultati importanti (vedi accordo Banca Prossima-Ctm su policy banche armate), penso che sarebbe un contributo significativo per l’intero Paese ed anche oltre. Del resto se aspettiamo che sia la politica a varare delle normative coercitive in tal senso, possiamo cosi’ attendere. E’ triste dirlo, ma allo stato attuale, c’è da fidarsi di piu’ del riformismo meritocratico che sta dentro ai grandi istituti di credito piuttosto che alle riforme che verranno dalla classe politica selezionata coi metodi della “casta”.
    Del resto, come dimostra il successo del microcredito, è molto piu’ semplice e significativo attuare una reale e democratica politica re-distributiva dentro gli sportelli bancari, che in certi ameni anfratti del clientelismo politico (anche di sinistra!).
    Concludendo, non mi pare neppure significativo contrapporre le autentiche esperienze di finanza alternativa (le Mag, la finanza solidale del Com.es e tutte le altre) alla rimanente finanza sporca e cattiva. Da sempre molti di noi sostengo queste esperienze alternative e continuiamo a farlo, senza pero’ ingenuamente pensare di poter svuotare l’acqua del mare col secchiello, cosi’ come mi pare francamente puerile agitare la scomunica contro le cosiddette “banche armate” (che anche quando lo fanno … dedicano una frazione percentuale infinitesimale a questo settore rispetto al loro core busines). Semmai è piu’ interessante affiancare altre 3 o 4 campagne sull’abbandono dei paradisi fiscali, o sulla Valutazione Ambientale Strategica dei progetti da finanziare, cercando poi qualche soggetto economico non del tutto irrisorio, che provi ancora una volta a “forzare la mano” attraverso il dialogo.
    Saluti nonviolenti, Alvaro

    Pubblicato il 2 Maggio 2008

  4. Alessandro Messina scrive:

    Vedo la risposta a questo dibattito all’interno dei ragionamenti tracciati negli ultimi due interventi:
    1. superare la logica della trincea, per usare le pratiche di economia alternativa come un grimaldello nei confronti del grande capitale (Alvaro);
    2. mantenere sempre un forte ancoraggio alla propria identità (e ai propri valori) per smascherare le strumentalizzazioni, che ancora sono la gran parte (Marco).

    La difficolta’ e’ tutta nell’equilibrio tra la posizione 1 e la 2. Un equilibrio dinamico, tutt’altro che statico, che deve cambiare col tempo, per adeguarsi al contesto, alle esigenze, mutevoli anch’esse, cui si vuole far fronte. Fino a dove arriva la trincea? come mantengo l’identita’? come valuto le strumentalizzazioni?

    Si tratta di assumere dei rischi, che sono tra quelli propri di un’impresa sociale: non solo economici, anche valoriali. E come ogni imprenditore, occorrerebbe avere un sistema di misurazione dei risultati, e sanzioni per chi sbaglia. Dunque per il management che non ottenga i risultati sperati. Ma spesso il management e’ piu’ attento a come conservare il posto che a perseguire gli obiettivi di chi lo ha nominato… E la base, se non educata a partecipare, a valutare nella sostanza le cose, si radicalizza in posizioni di principio.

    E’ successo anche in Banca Etica: la valutazione sociale non si fa (o si fa troppo poco), i soci si allontanano, salvo poi riaggregarsi per un ritorno identitario effimero, come quello contro le banche armate. Mentre la vera sfida di ‘impresa sociale’ di banca Etica dovrebbe essere nel cambiare i processi produttivi e organizzativi del fare banca, piu’ che nel rivendicare la propria diversità da una posizione – in termini quantitativi – di quasi testimonianza.

    Il tema della collaborazione tra pratiche di economia alternativa e imprese tradizionali e’ comunque assai complesso. La posizione del Direttore di Unimondo mi pare onesta, quanto meno.
    Che la collaborazione avvenga in chiave dialettica, aperta, trasparente e’ gia’ un risultato.
    Un modello che – ad esempio – mi pare essere mancato nel caso di banca Etica e Intesa per il fondo pensione.

    La cosa interessante e’ che, parlando di inclusione finanziaria, anche la teoria economica comincia a occuparsi del rapporto tra esperienze di base e finanza tradizionale.

    Riporto a seguire un estratto di un articolo in cui racconto questi sviluppi:
    (l’articolo e’ in http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2008/01/prospettivedellafinanzasolidale_gennaio2008_rev111.pdf)

    ———————–
    Una possibile risposta ai limiti di efficienza delle organizzazioni di microcredito – assimilabili per quanto detto agli operatori della finanza solidale nostrana – sta nella proposta di collegare la loro azione con quella degli operatori finanziari tradizionali, ossia le banche commerciali. Le prime, infatti, possono mettere al servizio delle banche la propria capacità di tessitura sociale, di valutazione “su misura”, il rapporto di prossimità con il prenditore, anche nella fase di rimborso. Le banche, d’altro canto, una volta avute assicurazioni in merito alla bontà del credito o eventuali garanzie parziali sullo stesso (garanzie che potrebbero essere concesse anche dalle stesse istituzioni di microfinanza), avrebbero meno difficoltà a dare credito a tassi più convenienti per il prenditore e a mettere in campo una struttura di gestione amministrativa e finanziaria già funzionante e – si presume – più efficiente, se non altro per effetto delle economie di scala.
    […] Per la banca, la decisione dell’organizzazione di microfinanza equivale ad un segnale preciso di affidabilità del beneficiario. In più, come detto, la vicinanza sul territorio e la conoscenza delle abitudini sociali, e dell’individuo e del gruppo sociale di appartenenza, hanno un valore elevato in merito alla prospettiva di valutazione del rientro. […]
    Appaiono importanti le implicazioni di questi risultati ai fini dell’elaborazione delle nuove strategie che devono adottare nel prossimo futuro gli operatori di finanza solidale. Uscire dall’isolamento, vivere diversamente la competizione con gli operatori tradizionali del settore e – soprattutto – con i “propri simili”, rafforzare il vincolo mutualistico, privilegiare le reti e il modello federativo servirà a rinvigorire il movimento della finanza solidale da un lato. Dall’altro lato sarà determinante proporsi e concepirsi come leva per scardinare i fattori di esclusione finanziaria, mettendosi al servizio di nuove soluzioni al “fallimento del mercato” dovuto alle asimmetrie informative, collocandosi in posizione intermedia tra potenziale beneficiario e banche.
    Ovviamente i matrimoni si fanno in due. Oggi non è facile comprendere quante banche commerciali abbiano la lucidità di valutare positivamente una collaborazione operativa e strategica con strutture della finanza solidale. Troppo spesso sembrano prevalere in questi rapporti logiche di opportunismo di breve periodo che poco servono allo scopo, o perchè si perseguono interessi di mero marketing o perchè – sotto sotto – le banche continuano a vivere in modo antagonista la relazione con queste strutture di base. Le quali, giustamente, non rinunciano alla propria azione culturale, che passa anche per una critica alla finanza tradizionale e all’uso del denaro.
    Il sistema bancario va dunque messo alla prova. E può essere un buon modo di misurare le tante dichiarazioni di principio in materia di “finanza responsabile”. Ma per farlo occorre che il movimento della finanza solidale si dia una mossa. Riacquisti unità di intenti, faccia rete al suo interno e poi – su assi strategici – vada a “provocare” il sistema bancario. Tornando a giocare di anticipo, smettendola di arroccarsi, costringendo le banche a uscire allo scoperto.

    Pubblicato il 5 Maggio 2008

  5. Marco scrive:
    (SU QUELLO CHE SCRIVE ALVARO)
    tutto vero ma..
    ..se il punto è che la sostenibilità economica si risolve solo grazie ai finanziamenti delle BancheArmate allora tanto valeva ad esempio non creare una BancaEtica, se poi il “cittadino responsabile” e le associazioni si rivolgono a BancaProssima e a Unicredit.

    Secondo me il famoso “granello di sabbia negli ingranaggi” dell’economia insostenibile ha senso solo se dimostra che “un altro mondo è possibile”. Se invece le esperienze “alternative” (commercio equo, GAS, MAG, BancaEtica, fotovoltaioco, ecc…) non stanno/staranno in piedi economicamente abbiamo semplicemente dimostrato che solo la finanza e l’economia tradizionali possono durare nel tempo. Bene, ce ne faremo una ragione.

    Ma almeno non definiamo ETICHE le varie Unicredit, BancaProssima o il cioccolato della Nestlè certificato da Fairtrade Foundation! …almeno per rispetto delle esperienze (insostenibili?) che ci hanno accompagnato.

    Pubblicato il 5 Maggio 2008

  6. Marco scrive:

    Secondo me il limitepuò essere più o meno questo: ben vengano le contaminazioni solo se servono appunto a contaminare:
    – ben venga BancaProssima se contaminerà BancaIntesa,
    – ben venga il cioccolato Nestlè/FairTrade se contaminerà la Nestlè,
    – ben venga Unicredit/Unimondo se contaminerà Unicredit.

    Ma se Nestlè si limiterà a un cioccolato e BancaProssima a 10 sportelli (mentre BancaIntesa continuerà a finanziare le armi) allora mi sembra palese che l’unico intento era il Greenwashing (http://it.wikipedia.org/wiki/Greenwashing) …e prestarsi a queste prassi non mi sembra un bell’obiettivo per chi vuole costruire un altro mondo possibile.

    Pubblicato il 5 Maggio 2008

  7. Riccardo Troisi scrive:

    Cari direttore e redazione di Unimondo,

    proviamo a intervenire nel dibattito nato dopo la comparsa di una pubblicità di una “carte etica” di Unicredit sul vostro sito, anche in ragione del fatto che Unimondo è, da diversi anni, una delle voci a noi più vicine e attente nel riportare le notizie relative ai comportamenti delle imprese.

    Proviamo a iniziare il ragionamento con un esempio paradossale. Siamo sicuri che Unimondo non avrebbe mai accettato sul proprio sito una pubblicità di un’impresa che produce bombe a grappolo e armi leggere o altri prodotti gravemente lesivi della dignità umana o dell’ambiente.

    Se è stata considerata accettabile la pubblicità di Unicredit è quindi in qualche modo perché a Unicredit, come segnala anche il direttore nella sua prima risposta, è stata riconosciuta “un’attenzione al sociale” e per la presunta eticità della carta di credito.

    Sul primo punto, non insisteremo oltre sul fatto segnalato da diversi lettori che, a distanza di anni dalle dichiarazioni di Unicredit sull’intenzione di uscire dal commercio delle armi, anche quest’anno nella relazione introduttiva sull’export delle armi italiane redatta dal governo grazie alla Legge 185/90, da il gruppo Unicredit in testa all’elenco delle “banche armate” per quanto riguarda il sostegno all’export di imprese armiere in Italia. Vorremmo però ragionare su come questa classifica sia solo la punta dell’iceberg, per quanto riguarda la responsabilità e la sostenibilità della banca. Rimanendo alle armi, sono moltissime le operazioni e i rapporti tra banche e industria degli armamenti, dai finanziamenti alle gestioni patrimoniali, che sfuggono ai controlli della L.185/90 e a qualsiasi trasparenza.

    Andando poi oltre il settore delle armi, sono diversi i progetti accusati di gravi violazioni sociali e ambientali nei quali è coinvolta Unicredit. E’ attualmente in corso una campagna internazionale, segnalata sullo stesso sito di Unimondo, riguardo al finanziamento di Unicredit alla contestatissima diga di Ilisu, nel Kurdistan turco, la cui realizzazione avrebbe impatti fortissimi per una popolazione che già soffre ripetute violazioni dei diritti umani fondamentali.

    Ancora, Unicredit è la banca italiana probabilmente più esposta in molti settori della finanza internazionale, a partire dalla questione dei derivati e riguardo la crisi seguita all’esplosione dei mutui subprime negli Usa. E’ di oggi la notizia che l’agenzia Moodys ha ribassato le prospettive sul rating di Unicredit, proprio a causa di possibili ulteriori svalutazioni su crediti strutturati e altri prodotti di rischio. Analogamente, crediamo sia necessario interrogarsi sul ruolo e le responsabilità del gruppo Unicredit rispetto a questioni quali la finanziarizzazione dell’economia, la presenza nei paradisi fiscali o la speculazione sui mercati finanziari internazionali.

    In queste settimane il mondo, e i Paesi più poveri in particolare, stanno vivendo una profonda crisi legata all’aumento del prezzo delle materie prime, a partire da quelle agricole di base. Prodotti essenziali per la sopravvivenza di centinaia di milioni di esseri umani, e sui quali la finanza e la speculazione internazionali stanno avendo conseguenze disastrose.

    Esaminando poi nello specifico il prodotto pubblicizzato, ovvero la “Carta Genius One” ci accorgiamo che la presunta “eticità” risiede nella decisione di devolvere il “3 per 1.000 di ogni operazione a chi ne ha bisogno”. Su quali criteri costruiamo queste patenti di eticità? Questa non è in alcun modo eticità, è beneficienza. Crediamo che la confusione, troppo spesso intenzionale, tra le due, sia molto pericolosa. Per una banca, eticità deve significare piena trasparenza, attenzione agli impatti sociali e ambientali dell’utilizzo del denaro, correttezza in ogni operazione e nel rapporto con tutti gli stakeholder. Tornando all’esempio iniziale, se una ditta che produce bombe a grappolo o armi leggere devolvesse il 3 per 1.000 dei propri profitti a scopi sociali, questo potrebbe bastare a definirla un’impresa etica?

    Troppo spesso vengono sottovalutati gli impatti della finanza, e il suo ruolo nelle attuali ingiustizie che affliggono il pianeta. Molte operazioni con elevati impatti sociali e ambientali non sarebbero possibili senza l’intervento diretto delle banche e delle altre imprese finanziarie. I mercati finanziari hanno oggi superato di diversi ordini di grandezza l’economia “reale”, e la finanza, da mezzo per favorire le attività economiche e commerciali è diventata un fine in se stesso, con l’unico obiettivo della massimizzazione del profitto a brevissimo termine.

    Su questi aspetti, crediamo che il più grande gruppo bancario italiano e uno dei più sviluppati sui mercati internazionali abbia delle responsabilità rilevanti. Per questo ci dispiace che proprio un organo di informazione come Unimondo, da sempre impegnato su queste tematiche e che dovrebbe porre particolatre attenzione per fare comprendere gli impatti della finanza sui Paesi del Sud e sui più poveri, arrivi in qualche modo a considerare queste responsabilità come meno gravi o indirette, e comunque non tali da rifiutare una pubblicità tanto controversa. E’ ormai così evidente che queste sono azioni di sostegno al mondo “solidale” per produrre nell’immaginario operazioni di “riciclo” nel sociale e nell’ecologico”.

    D’altra parte, comprendiamo e condividiamo pienamente il discorso sulla necessità di trovare una sostenibilità economica per Unimondo, per garantire un reddito dignitoso a chi ci lavora e per mantenerne un informazione libera ed accessibile al pubblico. Allora crediamo che si debba partire da qui dal coinvolgimento delle persone che vi leggono ogni giorno e che sono convinte della necessità di un’”altra informazione” da preservare come “bene comune”. Pensiamo che proprio da noi debba arrivare una prima risposta al problema di rendere sostenibili la vostra esperienza e le tante pratiche alternative dell’economia solidale.

    Le diverse lettere che avete pubblicato sul vostro sito provengono da persone che si dichiarano vostri affezionati lettori. Questi stessi lettori, con un impegno minimo, anche di pochi euro l’anno, essendo in migliaia, potrebbero permettere a Unimondo di affrancarsi dalla necessità di accettare pubblicità, e in particolare pubblicità come quella della carta di Unicredit.

    Unimondo da anni svolge un ruolo importante nelle reti dei movimenti e dell’altra economia. Queste persone e queste reti devono ora mostrare di essere in grado di sostenersi e di crescere autonomamente, contaminando l’economia tradizionale senza per questo scendere a compromessi non accettabili.

    In questo senso consideriamo l’avere dato spazio alla pubblicità di Unicredit come un errore, ma un errore la cui responsabilità ricade anche sui lettori di Unimondo. Ci auguriamo che questo passaggio e questo dibattito possano aiutare non solo Unimondo, ma anche i suoi sostenitori, a prendere coscienza della situazione e a lavorare insieme ad una soluzione che possa salvaguardare tanto l’indipendenza di Unimondo quanto la sua sostenibilità economica. Proprio questo vuol dire “responsabilità sociale”!!!!

    In conclusione, e vista la decisione di Unimondo di pubblicare sul proprio sito le lettere dei lettori, confermando una storia di trasparenza e di piena apertura al dialogo, vi proponiamo di incontrarci, per discutere insieme e con tutte le persone interessate su come proseguire il percorso e trovare soluzioni che possano coniugare la coerenza di Unimondo con la propria sostenibilità economica. Un primo momento per incontrarci potrebbe già essere la prossima edizione di Terra Futura, che si svolgerà dal 23 al 25 maggio a Firenze.

    Con i nostri più cordiali saluti,

    Andrea Baranes (Rete Lilliput )
    Riccardo Troisi (Reorient /Rete Lilliput)

  8. andrea scrive:

    per chi, in questo mondo, sceglie la via di tentare un cambiamento reale e non di essere solo “coscienza critica”, la necessità di considerare tutte le occasioni per procedere verso l’obiettivo è un obbligo politico. Non esiste nessun movimento storico che ha realizzato la condizione di cambiamento dialogando solo con sè stesso e non cogliendo le opportunità per proseguire il suo discorso. Per paradosso dico che gli stessi mezzi che usiamo ora per dialogare sono computer prodotti a basso costo da lavoratori sfruttati, e ci servono per proseguire una idea di mondo diverso. Voglio dire che l’etica non può essere una clava. quello che conta è cosa si fa con uno strumento. Il problema è il greenwashing ? Ma sta nella forza di un movimento avere la capacità comunicativa di parlare con le persone, svelando, quando ci sono, le strumentalizzazioni. Un movimento che vuole crescere e radicarsi e fare proposte anche rivoluzionarie deve avere la capacità politica di non essere minoranza portatrice di un messaggio semiincomprensibile perchè estremo e lontano dalle vite delle persone, ma come diceva qualcuno “nuotare come un pesce nell’acqua” e crescere tra la gente cogliendo ogni opportunità.
    per questo la scelta di unimondo non mi scandalizza, mentre mi meraviglia come sia scarso l’appoggio economico dato dai lettori ( questo si un tema di etica personale).

    Pubblicato il 13 Maggio 2008

  9. Marco scrive:

    non esiste nessun movimento storico che abbia realizzato la pace grazie ai finanziamenti di chi costruisce/finanzia le armi.

    Pubblicato il 14 Maggio 2008

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