ESTETICA ED ETICA per la città di lecco

Ho ritenuto corretto e utile manifestare alcune perplessità emerse nella lettura dell’importante Editoriale di Novembre del Gaggio che condivido nell’emersione delle domande a cui la città deve rispondere e ancor prima deve imparare a porsi.
Forse non ho strumenti relazionali e di approccio per comprendere che bisogna sempre mettere una zeppa tra la porta e lo stipide e che la luce che ne filtra sono le domande dell’editoriale appunto ed il mio intervento (lo trovate come 1° commento al post), il tema che affronta, è solo un’ombra che ostacola la luce.
Però questo è quello che sento, penso e che volevo condividere.
    

Mi sono abituato a vedere le città, in giro per il mondo, partendo dalle periferie, dalla cura della sepoltura dei morti nei cimiteri, dalle informazioni offerte ai turisti. Se una città ha a cuore la sua vita non cura solo il salotto buono, mettendo sotto il tappetino tutto quello che è residuo e periferico. Mi è capitato di entrare in case dove le famiglie hanno cellofanato i mobili del salotto perché non prendano polvere; case da vedere e da ostentare ma non da vivere. Sono entrato in case povere, aperte ad accoglienti.

Queste ed altre cose mi sono tornate in mente quando ho ricevuto dallo Sportello Unico per le Attività Produttive del Comune di Lecco in data 17 ottobre la comunicazione nella quale “non si ritiene opportuno concedere l’utilizzo della Piazza Venti Settembre per motivazioni di ordine igienico-sanitario, (derivanti dalla programmata distribuzione di cibo e vino caldo su un’area pubblica) nonché dalla necessità di tutelare il decoro della piazza che è fra quelle di maggior pregio urbanistico ed ambientale della città”.

Questa la risposta alla richiesta che avevo firmato circa l’utilizzo della medesima piazza per lo svolgimento dell’iniziativa “La Notte dei Senza Dimora”.

Per dovere di cronaca e di verità devo anche dire che ci è stata offerta la possibilità di utilizzare un’altra area pubblica nella località Bione, “quale ad esempio l’area degli spettacoli viaggianti che già risulta attrezzata con impianti idonei”.

Scrivo questa nota dopo i dieci giorni canonici per far avere osservazioni scritte all’Ufficio comunale perché sia chiaro che non mi interessa controbattere una decisione della nostra Amministrazione; la mia preoccupazione è quella di continuare a sollevare degli interrogativi attorno al nostro vivere di cittadini responsabili.

Capisco l’inquietudine a tenere in ordine gli spazi e che risultino godibili da parte di tutti; l’investimento della comunità di via gaggio nella realizzazione de la casa sul pozzo lo testimonia inequivocabilmente.

Mi nasce il dubbio se questo sguardo non riveli altro. A tutti noi sarà capitato, di fronte ad alcune emergenze familiari, di riorganizzare la propria casa, dicendoci che chi  arriva è più importante del nostro ordine.

La mia domanda: per la nostra convivenza civile, che posto hanno le persone e i cittadini con delle difficoltà ? Le famiglie degli anni cinquanta del nostro territorio raccontano che il piatto di polenta, nella tavola poco fornita, era per il passante anonimo, che era il “Signore”.

Quali sono i valori condivisi nell’organizzare oggi la nostra vita? Quelli selettivi del denaro e dell’immagine? Come ci stiamo attrezzando culturalmente e politicamente per affrontare le sfide delle nuove presenze (di persone più fragili o di stranieri che arrivano)? Siamo in difesa o intelligentemente aperti alle integrazioni reciproche ? Il bene è più da esportare in altre regioni del mondo e meno da condividere riqualificando la nostra città ?

Per la crescita della bellezza umana della nostra città le varie ordinanze emesse dal Comune in questi tempi, servono? Non mi sembra di vedere una altrettanta esplicita dichiarazione di passione e di prassi per la vita delle persone.

Siamo una città accogliente o questo aggettivo è rimandato al volontariato che deve essere accogliente mentre politica, finanza, religioni, interessi, giocano con altri registri ?

E oltre l’accoglienza quali investimenti facciamo per il futuro? Cosa chiediamo a queste persone, riconoscendo competenze di umanità e tecniche; in modo particolare per i giovani ? Abbiamo fiducia nelle loro presenze?

Ai tempi del progetto giovani della città di Lecco la comunicazione era: chi sono e cosa rappresentano i giovani per questa città ? E’ la domanda che riformulo per me ancora oggi: chi sono le persone oggetto delle ordinanze, ma non solo loro, per noi ? Accettare di interrogarci è non chiudere il futuro. Mi sostiene in questo la posizione di un amico acuto e penetrante come è stato don Abramo Levi: “noi non dovremmo né cercare il consenso, né rincorrere il dissenso, ma essere cercatori di senso”.   

Angelo Cupini  su  www.comunitagaggio.it editoriale novembre

6 pensieri su “ESTETICA ED ETICA per la città di lecco”

  1. LE IMPRONTE DA SEGUIRE

    Vorrei rispondere ed interloquire con l’Editoriale di novembre di padre Angelo.

    Io di Khorakhané, che insieme a Padre Angelo e molti altri ho organizzato questo evento che il Comune ha voluto soffocare, un evento di solidarietà che la Giunta ha voluto umiliare, trovo fortissimamente doverose e utili le domande che vengono poste in questo editoriale alla città. Domande che hanno già risposte o impronte da seguire per trovarle, in noi e collettivamente.

    Credo però che un filo di vento che non cancella le impronte, che non le deforma forse nemmeno ma che ti fa alzare il bavero della giacca, ti fa appoggiare la mano davanti agli occhi per ripararti dalla polvere e non per nascondere né la vista né il panorama, sia ricordare – riposizionare altrettanto correttamente – la sostanza della controproposta del Comune su un diverso luogo per svolgere la nostra iniziativa. Mi permetto farlo perchè la forma è sostanza e la democrazia è il consenso al dissenso.

    La proposta di andare al Bione era, ed è anche a un mese di distanza, una vergognosa finta proposta.
    Un po’ come gli specchietti che diede Cristoforo Colombo agli indios in cambio dell’oro, del quale rimane una piccola traccia al museo dell’oro appunto, di Bogotà.
    Era umiliante. Era mettere nel ghetto, (nel recinto del circo e degli animali) lontano dagli occhi il tema della povertà, era improponibile, tra l’altro anche in termini organizzativi, perchè è stata proposta alle 14.30 dello stesso giorno dell’inizio dell’evento che iniziava solo 4 ore dopo.
    Ci era stato proposto a voce, nel tardo mattino, il piazzale della funivia dei Piani d’Erna.

    Quindi, mi dispiace dissentire e forse non comprendo totalmente il valore dei piani, ma per dovere di cronaca e verità la proposta era un finta proposta, uno specchietto per farci dire appunto: “per dovere di cronaca e di verità devo anche dire che ci è stata fatta offerta la possibilità…”

    Raccolgo ed elevo quindi le domande che quest’editoriale ha nel suo cuore e nella propria mente ed esplicita alla nostra attenzione di cittadini.

    Ma se ci sono anche strumenti civici e civili che mi permettono di far valere i miei diritti, le mie ragioni a tutela dell’”abuso di potere”, l’arroganza del forte con il debole, dei salvati verso i sommersi, io devo usarli. Devo usarli perchè altri, più deboli, più sommersi non si trovino nelle condizioni di essere ancora più deboli, ancor più sommersi dai prepotenti.
    Per questo, come cittadino (non avendo titolo per farlo come richiedente la piazza, non essendo stato io a fare la domanda) sto in questi gironi completando una lettera esposto per evidenziare l’arbitrarietà arrogante e violenta della negazione della piazza non avendo applicato l’ordinanza in altri contesti.
    Non per cercare il consenso, né per rincorrere il dissenso ma per provare a trovare la scarpa che calzi l’impronta che cerca le risposte alle domande che l’editoriale di padre Angelo della Comunità del Gaggio ha con saggezza esposto nell’editoriale di novembre.

    Allego un po’ d’oro, specchietti non ne ho.
    http://www.esserevento.it/wp-content/uploads/2008/07/colombia20053.jpg

    un abbraccio
    paolo trezzi

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