LA PRIMA RECENSIONE al ns libro

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Pulp, dall’inglese letteralmente ‘spappolare’, spesso associato a splatter (schizzare),  è tornato in auge negli anni ’90 attraversando diverse arti, dal cinema, uno per tutti Tarantino, alla letteratura. In Italia il fenomeno era esploso con la raccolta di racconti “Gioventù Cannibale”, di autori diversi, alcuni dei quali sono assisi alla notorietà (almeno al grande pubblico ‘commerciale’) proprio grazie a quel best seller uscito nel ’96. Citerei Aldo Nove, fra l’altro quasi conterraneo di Pococurante (ah, scusate, è l’autore del bel libro che stiamo recensendo “Non è un accidente” edito da Centro Khorakhanè, 2009) e Nicolò Ammaniti.

Pubblicazione, dunque che sembrerebbe fuori tempo massimo: la moda del pulp è passata da un pezzo (per fortuna dirà qualcuno), ma al Nostro è sempre piaciuto andare controcorrente. Pare che una decina d’anni fa, leggendo proprio Seratina di Ammaniti, il Nostro sia stato udito proferire questa frase “se pubblicano sta roba, allora pubblicheranno anche me, ma il secolo prossimo!” e cominciò a vergare fogli su fogli schizzando, metaforicamente s’intende, sangue e intestini. Tuttavia i racconti più spinti, quelli ispirati da Nove, non trovano spazio in questa prima raccolta, forse per non impressionare un pubblico non ancora attrezzato (pare che le vendite vadano forte fra i bancari), ma non è detto che non si potranno apprezzare in un secondo volume.

Ma sarebbe riduttivo ricondurre l’influenza subita da Pococurante solo ai pur bravi sopra citati autori contemporanei. Se risaliamo al periodo dell’adolescenza, allorquando già il Nostro si cimentava nella stesura addirittura di un romanzo, mai completato, intitolato L’apocalisse, possiamo apprezzarne l’ispirazione tratta dallo sceneggiato a puntate I sopravvissuti (benché qui il flagello derivasse da un pandemia, mentre ne L’apocalisse era dovuto ad una serie di maremoti).

Altresì ispirati da film, come ‘Passi nella notte’  di W. Castle 1964 ed il mitico ‘La cabina’ di A. Mercero 1972, furono altri racconti giovanili, il cui reperimento è attualmente oggetto di  ricerche ‘archeologiche’ da parte dell’Autore. Seguiva un duro periodo di sole letture di ostici testi di economia, tuttavia necessarie per laurearsi in una nota università per fighetti  milanesi. Si trovava nel bel mezzo dell’epicentro della Milano da bere degli anni ’80: vi lascio immaginare che fauna si trovava costretto a frequentare. Per reazione prese a frequentare il c.s. Leoncavallo (e anche lì, sai che fauna…).

Dopo questo traumatica fase, il Nostro ebbe tempo e agio di dedicarsi a letture più consone alle proprie inclinazioni: i classici della letteratura europea, soprattutto francesi (Balzac, Voltaire ça va sans dire, poi i poeti maledetti del simbolismo per arrivare a Sartre, Camus) e russi (Gogol, Cechov, Turgenev e l’amatissimo Dostoevskij). Tuttavia nei racconti di “Non è un accidente” il lettore attento saprà cogliere anche l’influsso di Kafka, Buzzati, Pirandello, Boll, Salinger, B. Thomas e Ed Bunker perfino. Notevole il pezzo finale C.v.d., sorta di manifesto nichilista, che però ad una attenta analisi mostra sprazzi di speranza in salsa situazionista.

Colpisce la prosa asciutta, secca e pungente, con rari rimandi extra – testo (qualsiasi cosa questo significhi), che coinvolge il lettore avvolgendolo nelle spire di un pitone che lentamente lo stritola. In definitiva, direi che la catalogazione di questa superba raccolta non può esaurirsi in un singolo genere, come può essere il nobile pulp, pur tanto bistrattato dalla critica, ma sconfina volentieri nel noir, nell’horror, sempre, come sottolineato dallo stesso Autore, con velleità kafkiane. Ma non vorrei instillare nel lettore il sospetto che questo pezzullo si concretizzi in una malcelata marchetta, pertanto lascio la parola a insigni intellettuali che hanno letto l’opera in questione:

Richard Fergusson, cattedra in letteratura contemporanea dell’Aragon Sheraton University “un linguaggio lucido, che denota acutezza, ironia e, dietro la scorza della ottusa crudeltà dei suoi protagonisti, anche una sensibilità non comune per i tempi che corrono nei confronti di tematiche sociali, politiche e religiose”.

Gustav Tapperson, consulente della giuria per l’assegnazione dei nobel: “Non è un accidente rappresenta uno spartiacque per la letteratura mondiale, non necessariamente in senso positivo”.

Otto Jegermaister, filosofo tedesco: “La prosa di Pococurante denota una creatività in continuo divenire, nel senso heideggeriano del termine”.

Alonso Rodriguez, matematico messicano: “Pococurante è uno scrittore che è partito da zero per arrivare a meno infinito”.

Kraus Davi, filologo svizzero: “A me sembra un capolavoro, ma non vorrei lasciarmi trascinare dall’entusiasmo”.

Il lettore non ce ne vorrà se abbiamo abbondato in citazioni di personaggi, tutti inventati fra l’altro, ma era solo per dare un’idea del prodotto …

http://ilmiolibro.kataweb.it/storage2/vetrina/89042_webprv.pdf

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