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SI PAGANO VERAMENTE ALTE TASSE A LECCO?

Si pagano veramente alte tasse locali in Provincia di Lecco? Qual è il parametro, oggettivo o quantomeno condiviso, per stabilirlo? dalla stampa, nemmeno negli articoli molto approfonditi, non si riesce sinceramente a comprenderlo. Seppure tutti lo danno per scontato che siano veramente alte.

Tutti, si vede, hanno scelto di cavalcare la facile onda che ritiene le Tasse una brutta bestia, le nemiche del popolo. A prescindere? Vorrei quantomeno chiedere anche di girarla la medaglia, di attaccarci un pezzetto di ragionamento.
Di provare a rispondere nel merito alle domande che sarebbe utile porci.
Si pagano veramente alte tasse locali in Provincia di Lecco? Qual è il parametro, oggettivo o quantomeno condiviso, per stabilirlo?

Senza, mi guardo bene dal proporlo, ri-cominciare a ritenere in primis le Tasse lo strumento che lo Stato – l’Ente pubblico – si è dato per ridistribuire la ricchezza ed erogare i servizi.
Siamo favorevoli – almeno per chi ha un ordinario senso civico – nel ritenere corretto che più alto è il reddito prodotto, proporzionale (progressiva, c’è scritto nella Costituzione) deve essere la tassazione?

Da qui allora proviamo ad andare oltre. Riteniamo che i servizi erogati, in questo specifico caso dagli Enti locali, siano adeguati? Coprono i 5 euri quotidiani – di media – che versiamo nella Nostra Cassa pubblica? Se non ci soddisfano, ed a me non soddisfano pienamente, forse dobbiamo lamentarci di questo. Che non è la stessa cosa, è ben tutt’altra cosa, dal sostenere lo “sciopero fiscale”
5 euri al giorno versati nella nostra cassa pubblica non sono buttati – secondo me – se servono a introdurre il biologico in forma massiccia nelle mense scolastiche o a prevedere un Centro cottura intercomunale per questi pasti a basso impatto ambientale, e perché non sperare che con queste il proprio Comune ristrutturi i propri immobili con criteri di bioarchitettura/edilizia, solo per fare degli esempi?

Forse il nocciolo sta proprio qui: insieme dovremmo essere anche coinvolti in maniera partecipativa e responsabile alla costruzione delle decisioni.
E in primis dovremmo chiederci – non se sono alte o basse le tasse ma come vengono spesi – dai nostri Enti Locali – questi nostri 1855 euri l’anno.
Sarebbe fare Comunità, sarebbe anche un buon metodo contro l’Antipolitica oggi fortemente permessa, da molti di noi, a questa Classe politica locale e nazionale.

 

LE 8 R DELLA DECRESCITA: 8 obiettivi interdipendenti

La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta – secondo Serge Latouche – otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.

Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

IO NON CI STO CAPENDO PIU NULLA

Cara Finansol.it /cara Criticamente
ho letto la notizia del tuo sito: “IntesaSanpaolo ha annunciato di uscire dalle Banche Armate”. Bella notizia. Ma è anche vera? Io non ci sto capendo più nulla.

Sarà che la testa mi rimbomba da settimane con la pubblicità palese e nascosta del lancio della nuova 500. L’auto dell’Italia! Però strano, la fanno in Polonia.

Su una moltitudine di siti internet – anche questo – viene appunto riportata la notizia che IntesaSanPaolo esce dalla Banche Armate. Non capisco se è cambiato il prodotto, ma sono ancora di fronte al marketing. In questo caso dobbiamo, insieme, applaudire i creativi della banca. Io sono dell’idea, infatti, che sarebbe meglio che questi annunci non trovino spazi così ridondanti ed acritici.

Per più motivi: il primo più semplice è che sono soprattutto pubblicità gratuita (anche perchè non vi pagano) ad una banca che è l’emblema della finanziarizzazione dell’economia, di un’economia altra alla nostra.
Il secondo proprio perché ha scopo pubblicitario sarebbe utile verificare la notizia, non vuole essere un paradosso ma la segnalo, in altre parole, dopo che questo pronunciamento si è verificato, mi sembra che non sia la prima volta, infatti, che le banche dicano una cosa e ne facciano altre su questo tema delle armi: (Intesa, Unicredit, BPMilano…)
Il terzo è che la Legge 185 – che resta una buona Legge – ha così tante scappatoie che non è verificabile totalmente se l’enunciato è poi stato rispettato. Mi sembra di non dire cose così nuove: lo stesso Gianni Caligaris del Cda di Banca Etica o il Presidente delegittimato di BPM (Mazzotta) convengono su questo, sebbene loro lo strumentalizzino per ridurre l’aspetto negativo della presenza di BPM, socia di Banca Etica, in questa lista.
Non so se è possibile nascondere la presenza facendo concludere l’affare attraverso un conto aperto su una banca estera partecipata del gruppo: in Cina, Turchia, Russia, Albania o Croazia o sia sufficiente concordarsi con un’altra Banca per girare a Lei l’affare in cambio di un intervento di quest’ultima in altre proprie operazioni contabili/finanziarie. Ma so invece che una settimana prima dell’annuncio di IntesaSanpaolo, anche questo sito ha riportato come la controllata Caboto SIM abbia per ragioni di regolamenti dovuto segnalare alla Borsa che il Gruppo Intesa ha partecipazioni e rapporti finanziari con realtà che delle armi hanno fatto un business fiorente. Finmeccanica in primis, Unicredit…
Allora a questo punto mi pongo e pongo 2 domande: è reale che una Banca delle dimensioni di IntesaSanpaolo possa troncare i rapporti con queste realtà? Cioè, in altre parole, uscire dalla banche armate non significa o dovrebbe significare non avere rapporti, di nessun genere, (conti correnti, garanzie/pegni, depositi, azioni, obbligazioni, bonifici…) con queste realtà? Ma soprattutto non è forse il caso di non legittimare – armata o non armata – una banca tradizionale essenza tentacolare della finanza dove il profitto è al primo posto? Non è il caso, vale la pena ribadirlo, di cogliere l’occasione per rilanciare la reale sfida di un uso alternativo del denaro, che non può proprio essere conciliante con questo modello di sviluppo, con questo tipo di banche che, oltre alle armi giocano con la speculazione, con i cambi, con i paradisi fiscali, con il capovolgimento della redistribuzione del capitale/reddito dal povero al ricco (pensiamo al credito al consumo), con le stock options milionarie dei manager, con la precarizzazione e sfruttamento del lavoro? Che sono impregnate della religione del massimo profitto a tutti i costi… che sono in due parole: finanza e non economia?
Perché altrimenti, banalmente, hanno ragione IntesaSanpaolo o Nestlè (armate o non armate che siano). Loro credo senza difficoltà indirizzano più danari alle cause sociali, ai produttori del sud del mondo che tutta la finanza etica ed il commercio equo messi assieme. La Banca Prossima (la banca “etica” di Intesa) ha già 40.000 clienti e notevolmente più danari di tutti.
La Nestlè con il suo caffé equo anche se riconosce solo il 10% dei proventi ai propri produttori contro il 20% di quello delle Botteghe, vendendone il 300% in più dà, di fatto, più danari agli impoveriti.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata) ma è etico – con o senza parola – proprio dall’uso alternativo che se ne fa di esso per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità modello Le Piagge, di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali – e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare. Sono sempre più convinto che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne danari ne speranze). E allora si che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste banche (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare – volontariamente – fuori dal loro sistema.
Un Abbraccio, Paolo Trezzi (Lecco)

STIAMO DANDO I NUMERI

Leggendo delle brutte notizie, spesso, viene da pensare che la società stia dando i numeri. Ma a pensarci meglio, non siamo noi stessi dei semplici numeri della società?

 La stranezza dei numeri
L’altro giorno, dovendo pagare una bolletta, sono andato alla Posta. Entro e scopro una novità: una signora mi dice che “devo prendere il numero”, come dal macellaio. Mi metto in fondo alla fila, entrano altre persone, prendono un altro numero e saltano la fila. Perché? Chi ha un conto corrente in Posta non deve aspettare e passa avanti a tutti gli altri, sia agli anziani in piedi da due ore, sia a chi è costretto a parcheggiare in divieto di sosta sperando di attendere poco, o almeno di sbrigare il proprio dovere prima che venga attanagliato dai crampi.
Ed io che stupidamente pensavo di usufruire di un servizio pubblico.

La svalutazione dei numeri
Torno a casa, mi chiama un’agenzia di lavoro interinale (somministrato, pare si dica così adesso): “Se cerca lavoro, può iniziare domani, si presenti in questa ditta”. Come? Senza colloquio e senza sapere né cosa devo fare né quanto sono retribuito? Il datore di lavoro come fa a valutare se una persona è capace e affidabile? Non importa, a loro serve un certo numero di persone, non delle particolari persone.

La falsità dei numeri
Conosco individui con delle capacità incredibili che non trovano lavoro da mesi o anni, eppure i dati dicono che qui da me c’è disoccupazione (quasi) zero e la nuova occupazione vola. Nessuno ci dice quanto siano precari questi lavoratori e in che condizioni lavorano, però.

Il non senso dei numeri
Accendo la tv. Telegiornale, notizie dalle guerre. Anche oggi un certo numero di morti. Chi erano? Forse è un dato che interessa, aspetto, ma non viene comunicato… evidentemente non è importante sapere chi ha perso stupidamente una vita, in che modo o perché. Meglio non far sapere le loro storie, altrimenti si rischia di avere un’opinione al riguardo.

La strumentalizzazione dei numeri
C’è stato anche uno sciopero. Sentiamo perchè hanno scioperato questi lavoratori.
Niente. “Gli organizzatori dicono adesione al 90%, le imprese al 30%”.
Embè? La causa che ha spinto queste persone a perdere un giorno di lavoro, poche o tante che siano, non ce le dice nessuno? È come se la legittimità e la ragione di una manifestazione siano tali solo se il numero dei partecipanti è elevato, le motivazioni non contano. Assurdo. Così come è impossibile che ci siano dati tanto discordanti fra due fonti differenti.

L’importanza dei numeri
Il tg passa alla politica. I nostri politici aprono ogni loro discorso sventolando sondaggi: ho il 20, 25, 30% dei voti. Ecco il modo in cui viene presa in considerazione una persona, quando ha in mano una scheda elettorale. Non importano cause o speranze che spingono queste persone a votare te anziché un altro. Importa che il numero di chi lo fa s’incrementi e basta, perché proporzionale al potere che il votato riceve.

L’assurdità dei numeri
Non parleranno di sicuro nemmeno questa volta dello Tsunami del dicembre 2004: si sa che si erano stanziati 70 milioni di euro. Dove è o sarà impiegata questa somma, il cittadino non è tenuto a saperlo. Ci sono cifre sparate ed esaltate, mancano i fatti.
Allora provo ad andare a far la spesa, ho il frigo vuoto. Prezzi alle stelle, ovunque. Strano, il dato Istat diceva che il costo della vita non è aumentato. Qualcuno afferma che la mia famiglia ha meno tasse.
Ho la percezione – me lo dice il borsellino – che cifre e percentuali non tornano… ma che cosa mi sarei dovuto aspettare quando si vive in una società basata sui numeri anziché sulle persone? Siamo palesemente degli stupidi numeri. Sempre più prossimi allo zero.
Buone vacanze: speriamo!

X Tra Terra e Cielo luglio 2007

(michele speca)

BODEGA SALVATO DA RUSCONI. ce li meritiamo entrambi

Credo che bisogna pubblicamente applaudire e complimentarsi – e io lo faccio – con l’On. Codurelli per il voto contrario al mantenimento dell’incarico parlamentare dell’ex sindaco Bodega. Soprattutto per le motivazioni che ha esplicitato. “Voto contro per rispettare la Legge”. Evviva.
Questo non può, conseguentemente, non far evidenziare il comportamento deplorevole che ha tenuto l’on Rusconi che invece – a dispetto della Legge – ha votato a favore. L’on.Rusconi ha motivato il Suo voto con argomentazioni che rasentano l’ipocrisia e soprattutto l’evidenza che per lui la Legge è come un elastico. C’è chi “può” rispettarla e c’è chi “deve” rispettarla. I primi sono i politici – coloro che le fanno – gli altri sono tutti gli altri. Noi. Già l’anomalia che davanti a una palese violazione di Legge i Parlamentari si riuniscano per decidere se tenerne conto o no è un altro aspetto della distorsione e della volgarità di questa classe politica.
Risulta, infatti, anomalo il comportamento serio dell’On. Codurelli, non quello clientelare e furbo e privo di eticità dell’on. Rusconi. Ognuno, infatti, sull’esempio dell’on. Rusconi perché non potrà, davanti ad un giudice, avvalersi anche lui di questi privilegi, di questa lettura paciosa e volgare delle regole?
Non meno colpa ha in questa vicenda l’on. Bodega che solo forte di questue ha potuto mantenere un ruolo che non poteva essere suo. Per Legge. Quali impedimenti gli vietavano di dimettersi un mese prima dal Suo incarico di Sindaco essendo a conoscenza della Legge sull’ineleggibilità che determina un preciso termine di tempo per presentare le dimissioni? Se entrambi, Bodega e Rusconi, avessero un briciolo di etica, di morale, di semplice serietà e rispetto dovrebbero dimettersi. Ma non lo faranno. E l’aspetto grave è che nessuno o ben pochi elettori, cittadini, glielo chiederanno.
Perché forse – a pensarci – hanno ragione loro i Bodega e i Rusconi (che si stimano pure a vicenda) che hanno la stessa prudenza, la stessa furbizia, la stessa gentile ipocrisia di chi del potere è artefice solo in quanto disponibile a servirlo ed a servirsi.
Siamo la patria dei furbi, delle pacche sulle spalle, dell’arroganza del potere, del tornaconto personale, della carenza di dignità.

I Bodega e i Rusconi noi ce li meritiamo.

CITTADINO O CONSUMATORE?

I quotidiani economici stanno minacciando il primato di quelli sportivi. Le vicende azionarie dei grandi gruppi industriali sono sempre in prima pagina. E le idee? E i destini degli uomini, dei paesaggi, dello spirito pubblico?

 

Un tempo il ridurre ogni discorso sul conflitto sociale alla sua rappresentazione economica si chiamava “economicismo”: ed era considerato un brutto vizio. Mi permetto quindi di condividere con voi un’analisi, provando a vedere se le chiavi del ben-essere hanno trovato la giusta serratura o bisogna ancora cercare. Sulla “lenzuolata” di liberalizzazioni del Ministro Bersani abbiamo sentito solo applausi. Alcuni condivisibili e auspicabili. Ma c’è un… ma! Ed è l’ideologia che viene veicolata. Al centro stanno i consumatori: come da manuale.
In un sistema economico a concorrenza perfetta il consumatore è sovrano. Il problema è che la concorrenza perfetta è un modello ideale impossibile da realizzare. Le forme di mercato reali non sono di concorrenza perfetta. Anzi domina l’oligopolio fatto da poche, grandi imprese, e per il resto la forma più diffusa è la concorrenza monopolistica.
Nell’oligopolio e nella concorrenza monopolistica le imprese fanno il prezzo, imponendo in qualche modo forme di rendita parassitaria, in cui la sovranità del consumatore sparisce o si attenua di molto.
L’esempio più recente in Italia sono i costi di ricarica delle schede telefoniche: aboliti per legge, sono stati reintrodotti dalle compagnie in altre forme.

Liberalizzare ma con cautela
Non tutti i settori sono adatti alla liberalizzazione. Non per tutti i settori le liberalizzazioni si traducono in sovranità del consumatore. Come nel caso delle liberalizzazioni già in atto (del decreto Bersani ora legge) dei servizi pubblici locali, che ci trasformano, contro l’art. 43 della Costituzione, da cittadini comproprietari di un bene comune in semplici clienti.

Veicolare questa ideologia e pratica del cittadino-consumatore, che identifica con uno slittamento semantico il cittadino con il consumatore, non è molto distante dalla vecchia idea thatcheriana per cui la società è il mercato, e niente esiste al di fuori del mercato.
In barba a tutta quella parte di teoria economica, interna all’accademia, che scientificamente onesta sostiene il mercato, cogliendone però i limiti e invocandone, laddove il mercato non può arrivare come soggetto regolatore o come soggetto sostitutivo, lo Stato o il pubblico. Un nome per tutti, non certo un rivoluzionario, il premio Nobel J.E.Stiglitz.
Ma c’è un altro aspetto che l’ideologia del consumatore sovrano nasconde: ossia quello che avviene nei rapporti di produzione, ovvero dal lato del cittadino-lavoratore.
A cosa serve guadagnare sull’acquisto dei beni e dei servizi a causa di riduzioni di prezzi per effetto di una maggiore concorrenza, se poi quel potere acquisito è ampiamente decurtato dai salari e dagli stipendi? Perché ciò che tutti gli indicatori economici ci dicono è proprio questo: la quota di salario al lavoro dipendente, in tutte le sue forme, da anni in Italia, come negli Usa, è fortemente ridimensionata a fronte della quota percentuale che va ai profitti e alle rendite.

Al servizio del mercato
A chi come noi si occupa di consumo critico, non dovrebbe mai passare per la testa l’idea che il ruolo di consumatore sia pienamente realizzato dal mercato così com’è. Che la società sia mercato. Il consumo critico, partendo dal bene o dal servizio finale, risale la filiera distributiva e produttiva per accorgersi che dall’atto del consumo deriva l’atto del produrre, e non viceversa come vorrebbero imporre gli oligopoli. I due poli, consumo e produzione, sono le facce di una stessa medaglia. Certi rapporti di produzione determinano sia l’atto del produrre che quello del consumare. Quel rapporto di potere lega il produrre e il consumare alla ripartizione dei redditi tra salari, rendite e profitti.
Questo mi preoccupa. L’unilateralità e la banalità di una visione, che è pericolosa quanto più sembra la scoperta entusiasmante di neofiti, liberatisi da passate catene, diventati bianchi cantori di un mercato perfetto che non c’è. Novelli eunuchi per il… regno. Quello del mercato. La storia della torta privata che se cresce lascia briciole agli astanti a ma non è mai piaciuta.

X Tra Terra e Cielo giugno 2007

a forza di essere vento