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2 PORTE DI SPERANZA: NON SIAMO UN PAESE CIVILE

Non siamo un Paese civile. Da lunedì sera lo ha potuto notare e confermare chiunque, come me, fosse passato davanti a molti uffici postali. Martedì, ancora di più. File di decine e decine, centinaia a volte, di persone che al freddo e senza organizzazione ed assistenza alcuna erano in attesa di vedersi aprire 2 porte di speranza. La prima era quella della stessa Posta . sportello dichiarazioni per assunzione di lavoratori extracomunitari . che è bene ricordare avveniva solo molte ore dopo, nel primo pomeriggio, alle 14,30. La seconda  di una precarietà e aleatorietà infinita, maggiore che una cinquina al lotto . quella dell.accettazione della domanda di assunzione da parte del Ministero. Non siamo un Paese civile. Lecco, Calolziocorte, Brembate, Ballabio, Valmadrera, Bellano una processione di disperazione e umiliazione. 170 mila posti in palio in tutta Italia con previsioni di esaurire le disponibilità già dopo i primi 20 minuti. Le previsioni parlano a fronte di 2 milioni di Kit dei desideri. ritirati di almeno 450mila 500 mila di effettive presentazioni. Non siamo un Paese civile. Anche perché è sufficiente andare, appunto, davanti agli uffici postali e vedere chi fa la fila. Tutte o quasi extracomunitari e chiedendo si scopre l’uovo di Colombo, sono tutti irregolari. Chi è in coda non ha il permesso di soggiorno, e teoricamente dovrebbe trovarsi all’estero e aspettare di avere l’ok sull’accettazione della richiesta , invece è già qui e già lavora in nero.

Non siamo un Paese civile. Chi vince la Lotteria della regolarizzazione del suo posto di lavoro dopo questa via crucis, se gli va di stralusso si vede assegnato un permesso di soggiorno valido per due anni, oppure di uno solo, al termine del quale ci saranno, e queste le vediamo tutti i giorni, altre file di fronte alla Questura per ottenere un rinnovo. Non siamo un Paese civile. Davanti e dentro le Poste zero organizzazione ufficiale, ordini di prefettura inesistenti, quando bastava un foglio per una lista degli arrivi in coda. No questo a Lecco, a Bellano e a Calolziocorte lo stanno per esempio facendo alcuni extracomunitari. Con la precarietà del caso. Non siamo un Paese civile. Se queste persone, in cerca di una regolarizzazione, sono nella quasi totalità già presenti in Italia sono in fila alle Poste – e visto che la regolarizzazione è possibile solo se compilata dal futuro. datore di lavoro non era, ed è, più intelligente, umano e organizzativamente meno dispendioso, per le persone e lo stesso Stato fare una sanatoria? Regolarizzarli tutti. Riconoscere l’esistente. No le sanatorie siamo abituati a farle e chiederle per chi non paga le Tasse, per alzare i sottotetti e per salvare le società di calcio.

Non siamo un Paese civile ed il grave è che non proviamo nemmeno a diventarlo.

archivio:L’INNO DI ALLAH in un concerto VADE RETRO in basilica

E’ figlia della superstizione. E della paura. Il Prevosto di Lecco, monsignor Busti ha vietato in Basilica un Inno ad Allah. Ed in che modo soprattutto. Ha addirittura minacciato di staccare la luce e di sospendere il concerto appena fosse iniziato il brano.

Le scuse che il Prevosto usa sono di una banalità allucinante: “non credo che ai musulmani faccia piacere che si cantino i loro inni nelle nostre chiese, e viceversa”.

E’ più probabile invece che sia come tutte le altre volte. Paura e miopia. Quando c’è un concerto le chiese, infatti, vengono momentaneamente private dell’Eucarestia conservata nel Tabernacolo e questo tenuto aperto. Negando, tra l’altro, l’onnipresenza “qui ed in ogni luogo” di Dio. Ma il gesto di mons. Busti denota inoltre che il significato ecumenico, vecchio di oltre 40 anni, insegnatoci da Papa Giovanni XXIII, per superstizione e paura può anche da chi dovrebbe essere pastore della propria comunità, facilmente disatteso. Innalzare, in un concerto di pace un Inno a Dio, al dio dei musulmani, nel Tempio dello stesso Dio – ebbene si ce lo dimentichiamo o ce lo vogliono far dimenticare – è profanare il Tempio?
O si ha poca considerazione di Dio o si ha poca considerazione degli uomini. Ed a volte è più facile ancora che la sia abbia di tutti e due. La preghiera, nelle sue mille forme, proprio per le sue mille forme, è forse il linguaggio più libero e incoercibile di cui l’uomo disponga. Attraverso di esse – oltre a un munitissimo catalogo di divinità già note – ci si può rivolgere all’intero universo. Ci si può rivolgere a pianeti, alberi, bestie, carciofi, case, in buona comunione con ciascuna di queste cose e a volte, nei rari momenti di grazia di cui disponiamo, con tette queste cose insieme. Si può pregare sdraiati, seduti, in piedi, guidando e camminando. E il bello è che lo si può fare ovunque: dicono, a volte, addirittura nelle chiese. Ma è meglio all’aria aperta.

Da ieri sappiamo che per colpa di Monsignor Busti, Prevosto di Lecco, è obbligatorio farlo solo all’aria aperta. Deve aver saltato quel passaggio delle Sacre Scritture dove qualcuno di importante per bocca di Marco 11,17 insegnò: «Non sta forse scritto: /La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti?…”
O per riprendere l’Omelia del cardinal Tettamanzi pronunciata nell’apertura dell’anno accademico dell’Università Cattolica lo scorso novembre che riporto testuale “*Come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale. *Ci aiuta a scoprire in profondità il senso della dimora di Dio in mezzo a noi. È proprio nella sua casa che noi veniamo invitati, accolti e radicalmente trasformati sino a diventare, stringendoci a Cristo Gesù, «pietre vive» del vero tempio di Dio (cfr.1 Pietro 2, 4-5). Il tempio vero è, dunque, il tempio edificato con le «pietre vive», è la nuova comunità che scaturisce dalla Pasqua di Gesù e dall’effusione del suo Spirito. In tal modo, l’attenzione si sposta dall’edificio al popolo: il tempio è il popolo del Signore che, in mezzo agli altri popoli, proclama «le opere meravigliose» di Dio, il quale lo «ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Bisognerebbe cantare queste parole. Ma la Basilica di Lecco non ha “pietre vive”. Per qualcuno.

5 febbraio 2005

LA FALSA UGUAGLIANZA E LIBERTA’ DI PEROSSI. il cerchiobottismo

Ha ragione l’assessore Perossi. Quello che è successo al Teatro della Società di Lecco nella Giornata retorica della Memoria poteva finire solo così. Io non c’ero ed è stato un peccato perché scene di quel genere vanno raccontate ai figli e tramandarte in un esercizio di ricordi. Dalla cronaca della stampa locale si è capito poco. Chi dice che è stato provocato chi invece dice che è stato l’assessore a provocare. Fatto sta che l’assessore, a prescindere, ha e aveva ragione. Lavoriamo perché, casomai, non l’abbia ancora. Interessante per tutti, credo, è analizzare come brandendo la parola democrazia ognuno – se un amministratore ancor meglio – ha il diritto di dire qualsiasi scemenza e guai se qualcuno o molti più di qualcuno ricorda che democrazia non è falsa uguaglianza, falsa libertà di fare e dire ciò che si vuole. Perossi, politico non di primo pelo e già co-artefice dell’autosfacelo lecchese della prima repubblica, ha deciso di farsi giustizia da sé. Il pubblico ha risposto per le rime. Meno male, c’è vita su Marte.

Invece la politica presente sul palco ancora una volta ha praticato l’arte cerchiobottista. Si è letto sui giornali: “condanno la contestazione ma erano parole fuori posto”; “il pubblico ha forse frainteso le parole dell’assessore”, “in democrazia non si interrompe chi sta parlando”.
Non si capisce che cosa significhi tutto questo. Politici di tutti gli schieramenti dimostrano quotidianamente in tv di praticare l’interruzione e qui si vuole fare la morale? La contestazione non è più un diritto? Pertini, evidentemente di un altro spessore e con altra storia fu anch’esso contestato quando venne a Lecco per conferire la medaglia d’argento alla Città ma nell’occasione ebbe a dire:“liberi fischi in libera piazza”. Invece giovedì l’Assessore Perossi oltre all’arroganza di un discorso che era poco saggio ha fatto ancor di peggio. Ha voluto (involontariamente?) far emergere quello che è una colpa di questa classe politica. Locale e nazionale. Ritenere il compito di governare come proprietà privata. E usarlo e gestirlo come se si fosse il padrone del vapore. “Il Teatro e’ del Comune e qui voi siete ospiti” è un’affermazione tanto ignorante quanto grave. Che significa? Pensiamoci bene. Ho sempre saputo che la cosa pubblica è di tutti per Perossi invece no. E’ cosa sua. Si dà il caso che, casomai, in Teatro c’erano i veri padroni e sul palco i dipendenti di questi essendo i politici stipendiati dai cittadini il rapporto di lavoro e quindi di “proprietà” va capovolto a favore di questi ultimi. Per finire frasi come quelle del Perossi “in platea si manifesta il seme di una nuova possibile Shoa” potrebbero commentarsi da sole e qualcuno sarebbe dovuto andare sul o dal palco a prenderlo per un orecchio. Ma per non essere ipocrita come molti, eviterò di indignarmi troppo: ogni movimento politico (ogni paese), anche di questi tempi ha tra le sue fila qualche borghezio seppur in giacca e cravatta, generalmente il più tontolone della compagnia. Di solito, però, gli si fa fare il servizio d’ordine, non il deputato o l’assessore.

1/2/2005 

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a forza di essere vento