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ma non E’ TEMPO DI ECOFESTE??

imageÈ tempo di sagre e feste di quartiere ricche di sforzo organizzativo lodevole. Questo, credo, va integrato con la promozione di pratiche ecologiche sostenibili, non più rimandabili.

Un’Amministrazione attenta alla qualità della vita dei cittadini non troverà difficoltoso mutuare, anche sull’esperienza di altri Territori, metodologie per concretizzarle. Qui da noi, questo, tarda. Eppure non è complicato. Per queste sagre che l’Ente promuove, Patrocina o semplicemente autorizza – si dovrebbero prevedere una scrupolosa raccolta differenziata di plastica, vetro, carta e lattine; la separazione degli oli di frittura; una riduzione dei rifiuti (la vera salvezza). Questo attraverso anche l’accorgimento di prevedere bottiglie d’acqua con vuoto a rendere o, meglio, l’esclusivo uso dell’acqua in caraffe. È evidente poi che l’utilizzo dell’usa&getta lasci dietro di sé una montagna impensabile di rifiuti. (Che sono disdicevoli anche se non li vediamo abbandonati per strada).

La sua sostituzione, con stoviglie e posate riutilizzabili, o, in subordine, in materiale biodegradabile, è prioritario. Doveroso. Vincolante.

Non più rinviabile.

Incentivare, attraverso facilità di permessi e minori tasse, l’utilizzo di prodotti locali e biologici, e ancora, l’uso del materiale infopubblicitario su Carta Ecologica è poi un ulteriore passo, che male non fa.

La promozione di incontri con i vari organizzatori per cercare supporto è un auspicio che dobbiamo augurarci il Comune faccia, creando così gli strumenti perché ciò porti alla costruzione, possibilmente condivisa, di un Regolamento, vincolante (o incentivante), per la concessione dell’autorizzazione alle sole Sagre che rispondano a questi criteri eco-sostenibili.

Un atto necessario, culturale e politico. Non solo per il Comune, ma anche per gli organizzatori (gruppi, parrocchie ect)

Se qualcuno c’è, batta un colpo.

Proposta: risparmiare sui libri scolastici

Sebbene convengo andasse proposta ben prima per una maggiore efficacia e coordinamento, soprattutto istituzionale e scolastico, ritengo che possa avere ancora una sua utilità proporre ai genitori e famiglie di mettersi insieme e organizzarsi tra loro – o chiedendo l’appoggio delle librerie e supermercati (che possono dare loro il là alla proposta) – per fare acquisti collettivi dei libri per il nuovo anno scolastico del prossimo settembre.

Mi spiego meglio e provo a declinare la proposta.

Tutti gli anni si formano, nelle scuole o da parte di associazioni i mercatini dell’usato dei testi scolastici. Un ottimo servizio per ridurre il peso economico delle famiglie oggi sempre più gravoso.

Dallo scorso anno diverse librerie della città offrono sconti per invogliare le singole famiglie a comprare da loro i testi necessari. Non sarebbe ancor più economicamente vantaggioso per le famiglie unirsi e indirizzare ad un’unica libreria/supermercato la propria richiesta di libri?

Della serie: “noi siamo 50-100 (n.) famiglie che potrebbero comprare da voi tutti i testi necessari, quanto sconto (in più) ci fate?

Dopo, con questa risposta, si chiede anche le altre librerie/supermercati vedendo quale esercizio alla fine offre il miglior prezzo. E ci si regola di conseguenza.

Certo sarebbe ottimo se tale iniziativa partisse dall’Istituto comprensivo che potrebbe lui sondare e invitare le librerie a comunicare un’offerta da girare poi ai genitori; sarebbe altrettanto efficace che tale proposta la facesse autonomamente una libreria che con, per esempio, la modalità “portami  10 (n.) amici ti praticherò uno sconto più alto di quello abituale per un singolo cliente”

Per l’anno prossimo sarebbe finalmente invece ancor più economico e efficace se il Comune/Provincia si facesse promotore o facilitatore con le sue scuole e Istituti comprensivi nella promozione del Book in progress, (la redazione e stampa da parte dell’insegnante/scuola di schede testi di lavoro e studio in sostituzione del testo scolastico).

E’ un’esperienza che trova sempre maggior diffusione in moltissime scuole italiane ottenendo un più mirato e concreto strumento di studio preparato dallo stesso docente e un notevole risparmio economico famigliare. Visto che in questi anni la spesa pro-capite per i libri è di mediamente di 200-300 euro va trovata una calmierazione e strumenti atti a questo.

Uniti si ottengono risultati. Vale per le imprese nell’acquisto delle materie prime, vale per i cittadini con le banche. Vale per i libri.

Servono genitori volontari,  chi si offre? (Perché non partire dai rappresentanti di classe?)

H-DRÀ mai?

H-drà è stata una bella festa che ha animato Lecco in questo fine settimana fortunatamente non del tutto piovoso.

Ma H-drà non era solo e tanto una festa normale era un festival dedicato agli stili di vita sostenibili,una rete di persone private, enti pubblici e privati, associazioni e istituzioni alla ricerca di un percorso comune per promuovere i temi della sostenibilità”. Come si legge nel sito web h-dra.org

Ecco, io credo che questo percorso finché sarà lastricato di parole (certo bellissime) ma che non si tradurranno in qualcosa di concreto ci farà restare fermi. Immobili. Ingessatissimi.

A Lecco, finora, queste parole non si sono tradotte in concretezza, e questo Festival, guardando non solo il sito, è, prevalentemente, un bel progetto di marketing. H-drà quindi qualcos’altro, oltre all’auto-promozione degli organizzatori?

Perché poi al di là dei parallelepipedi di abete grezzo in Piazza (molto, molto belli), della band di tamburi senegalesi (molto, molto bravi), ad essere pragmatici e realisti, quando i blocchi si smonteranno e i tamburi si silenzieranno, cosa resterà?

Insomma voglio dire senza cattiveria ma nemmeno far passare un evento, certo non da buttare, per la ciliegina sulla concretezza…questa Città, questa Amministrazione Comunale che l’ha promosso (H-drà Festival Lecco è un evento di Lecco Città Alpina) questi promotori, che cosa hanno fatto in questi anni, in questi mesi?

Parlo di concreto e di significativo (un po’ di più di qualche aperitivo, di qualche concerto, di qualche contributo economico chiesto, dato e preso, intendo). Tolto il marketing mi pare che questo Festival, a Lecco, sia più il tappo che frena il cambiamento, che la cascata che sgorga rigogliosa tra le rocce.

Queste associazioni (mi chiedo se per la necessità di avere contributi economici che permettono le loro attività e questi Festival altrimenti impensabili con risorse proprie o solo per mera carenza di elaborazione politica) non hanno mai, mai analizzato cosa sta facendo (o non facendo) questo Comune? Hanno mai avanzato una critica – e precedentemente ad oggi – una proposta verso l’Ente Comune? Misurabile, tangibile.

Questo Comune, si sono rese conto che, nei fatti, è tutt’altro che promotore di stili di vita sostenibili e ambientali?

Io credo che i cittadini di Lecco già sappiano cos’è la raccolta differenziata, cos’è il biologico, cos’è il risparmio idrico, la mobilità sostenibile e la difesa dell’ambiente. Credo che lo sappia anche il Comune (almeno da tre anni con il programma pre-elettorale di QLL Altra Via) ma, quest’ultimo, non lo fa.

Si limita a mettere il logo sui manifesti che la promuovono e a dare qualche soldi e la corrente.

Il Comune di Lecco, oggi, è bene ricordarlo visto che durante il Festival non è stato fatto – sta distruggendo, coscientemente, le sue montagne – il Monte Magnodeno – assecondando e legittimando il Nuovo Piano Cave. Le Associazioni perché si son guardate bene dal mettergli un aut-aut concreto, misurabile, coerente, tipo: Comune, poche balle, o promuovi la difesa dell’ambiente o sostieni il Piano cave, delle due l’una”.

Sull’acqua pubblica perché non gli si è detto di non andar contro, come invece sta facendo, alla scelta referendaria?

Perchè non han chiesto di promuovere una mobilità sostenibile seria – pubblica e collettiva – al posto del progetto fallimentare del bike sharing che sembra utile solo per chi prende dal Comune una quantità di soldi sproporzionata per l’utilizzo? Tra l’altro lo stesso che promuove il Festival….

Perchè non han chiesto di promuovere e sperimentate almeno qualcosa di tutto quello che da anni in altri Comuni virtuosi e sostenibili è prassi ordinaria?

H-drà mai che, oltre alle parole, questo Comune sia stimolato a fare anche fatti concreti?

H-drà?

DOVE VA LA COSA GIUSTA?

Forse conviene fermarsi un attimo e parlare di noi, noi che è un poco di più, molto di più, di esserevento.it, ma ha lo stesso dna, gli stessi occhi, lo stesso sguardo, la stessa direzione forse, però, sembra, non gli stessi modi per arrivarci. Anche in rete qualche sussulto sta già emergendo, qualche domanda si fa avanti.

E noi è proprio a queste domande, anche nostre, che vogliamo dare cittadinanza, per elaborare risposte. Dove sta andando “Fa la Cosa Giusta”? Nello scorso fine settimana, dal 15 al 27 marzo, si è svolta, a Milano, infatti, la decima edizione di questa Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Ormai ci vanno tutti. A visitarla. E quasi tutti a vendere i loro prodotti. E’ cresciuta enormemente negli anni scorso arrivando, lo scorso anno, ad oltre 67.000 visitatori, più di 700 giornalisti accreditati e altrettanti 700 espositori.
Si direbbe che l’Economia Solidale, l’economia altra, abbia vinto.

Ha vinto: l’attenzione collettiva lo dice, i numeri lo dimostrano, gli incassi lo certificano. Sulla quantità è una sfida, una vittoria, raggiunta per ko sullo scetticismo. E la qualità? Con queste quantità, impensabili solo 5-6 anni fa, la qualità, le attenzioni, le scelte possono essere ancora dello stesso livello? L’unica economia etica, solidale, possibile è un’economia che fa delle scelte e si dà delle priorità, giusto? Ed allora osservando, anche con poca attenzione, gli sponsor, i produttori che utilizzano la Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, per promuovere il loro brand, i loro affari, i loro fatturati, i loro dividendi, le loro quote di mercato, qualcosa sembra non fare somma.

Perché si sa, oggi, lo dimostra appunto il boom di questi anni della Fiera Fa la Cosa Giusta, la fascia di popolazione che crede al biologico, allo sviluppo ecosostenibile, al naturale, all’equosolidale e via dicendo, è sempre più ampia e quindi le imprese ci si buttano a pesce. O direttamente andando alla fonte, come in questo caso, o producendo linee “etiche”, come i fondi responsabili delle banche. Perché alla fine il consumatore deve sempre comunque fare i conti con i soldi che ha in tasca per poter arrivare a fine mese. E le economie di scala, i capitali a disposizione, le posizione di privilegio, il marketing ruffiano, caspita ti fanno prima spalancar le porte e poi il portafogli.

Alcuni marchi, alcuni nomi, di economia solidale, locale e di piccolo hanno ben poco, quasi nulla. Le multinazionali che qui negli anni hanno veicolato i propri nomi, quotate alle Borse della finanza, Philips, Peugeot e Lindt e ancor oggi Novamont di un fondo private equity, di Ubs e banca Intesa, sacchetti che forse difendono l’ambiente prodotti da una banca che che sta facendo le grandi opere autostradali distruttive nella pianura padana. Per non parlare poi di De Agostini. Che è la padrona di Lottomatica. O di altre che di prodotti a KmO e produzione artigianale ormai non hanno più nulla, se mai l’hanno avuta. Poi, oltre a queste ci sono quelle aziende, quegli sponsor che del marketing etico fanno una bella strategia di comunicazione.

Su tutte La Coop con i suoi supermercati e centrali di acquisto oligopoliste, modelli mica tanto credibili in un percorso di sostenibilità. Sorge perciò spontanea una domanda: quali sono i criteri con cui gli organizzatori selezionano le domande di sponsorizzazione e dei produttori? Visto che mediamente ogni stand non costa pochino. 1500/2000 euro per 16mq? Ci si chiede se costi così cara l’organizzazione di una Fiera da questi numeri tanto da non poter selezionare più di tanto gli sponsor, e conseguentemente se ci si è domandati se bisogna crescere così tanto, in questo modo, se non c’è alternativa, se la decrescita non è applicabile.

E se, invece, la selezione c’è stata, si ritorna alla domanda precedente. Quali sono i criteri? Non vanno rivisti? Provocatoriamente, o forse no, alcuni attivisti dei Gas, si chiedono se la Nestlè chiedesse di partecipare con i suoi prodotti biologici come il latte per lattanti bio o i suoi cioccolatini e caffè fairtrade come sarebbe vista la cosa? Forse non sarebbe il caso di ripensare ad un nuovo modello di sviluppo di queste grandi manifestazioni che in questo modo rischiano di annacquare lo spirito iniziale per cui si pensava fossero sorte?

Dove sta andando “Fa la cosa giusta”?

I 3 AUTOGOAL DELL’AGENDA MONTI

Dall’Agenda Monti, cap 2: “La strada per la crescita” (pag. 4)

La crescita non nasce dal debito pubblico. Finanze pubbliche sane, a tutti i livelli.
Con un debito pubblico che supera il 120% del PIL non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti. Non è una questione di cieco rispetto di vincoli europei o sottomissione ai mercati. E’ la realtà, scomoda, dei numeri. Lo spread conta per le imprese e i lavoratori, perché finanziare il debito pubblico costa agli italiani €75 miliardi in interesse annuali, ovvero circa il 5% del PIL. Ridurre di 100 punti base il tasso di interesse che paghiamo sul debito, vale 20 miliardi di euro a regime. E da novembre 2011 il tasso di interesse è calato di oltre 250 punti. Si possono anche criticare obblighi europei, ed anche il governo le ha criticate, per certi aspetti, ma bisogna ricordare che esse sono oggi il test della credibilità della politica fiscale seguita dagli Stati che devono rientrare da un debito eccessivo.
Bisogna rovesciare la prospettiva e prendere il quadro europeo come lo stimolo a cercare la crescita dove essa è veramente, nelle innovazioni, nella maggiore produttività, nella eliminazione di sprechi. La crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane.

L’Agenda Monti dovrebbe essere la bussola per quest’Italia in cerca di futuro. Almeno stando a Monti. In questo punto che riportiamo paro paro, sono contenuti numeri corretti però sbagliati. E se si ha bisogno di strabici è difficile che indichino la retta via.Vediamoli insieme
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Il rapporto Debito/Pil che cita Monti è corretto. Però è sbagliato il tiro. Il Debito ad ottobre ha sfondato quota 2.000 (2014 miliardi) il più alto di sempre.
Il supplemento “Finanza pubblica” al bollettino statistico della Banca d’Italia ricorda che il debito pubblico italiano è aumentato da inizio anno di 71,238 miliardi (+3,7%). Sono 33.081mila euro a testa, neonati compresi.
In contemporanea sono, per fortuna, aumentate le entrate tributarie erariali. Nei primi dieci mesi del 2012 si sono attestate a 309,3 miliardi di euro con un aumento del 2,9% sul corrispondente periodo del 2011. A naso il Rapporto Debito/Pil allarmante che cita Monti è corretto.
Ma mi pare anche che sia stato proprio Monti e la sua politica a farlo peggiorare e sfondare il famoso 120%. Oggi siamo a 126,1%. Nemmeno con Berlusconi si era arrivati a tanto: 118,7%. Uno come Monti è capace di dire che senza lui sarebbe salito molto di più. Ed il peggio che tutti glielo lascerebbero dire.
Il dato in percentuale sul pil può essere fuorviante? E’ chiaro che in caso di diminuzione del PIL il rapporto cresce anche se il debito resta stabile….e viceversa diminuisce in caso di crescita del PIL. Più interessante sarebbe l’aumento con base 100 lo stock di debito nel 1970. In questo modo si avrebbe sul serio il peso di ogni governo sulla crescita del PIL. Con Monti si ha una delle crescite dell’indice più alto nella storia della Repubblica.
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Un altro argomento che l’ex Premier Monti affronta nella sua Agenda-Monti è lo spread.
“Ridurre di 100 punti base il tasso di interesse che paghiamo sul debito, vale 20 miliardi di euro a regime. E da novembre 2011 il tasso di interesse è calato di oltre 250 punti. Si possono anche criticare obblighi europei, ed anche il governo le ha criticate, per certi aspetti, ma bisogna ricordare che esse sono oggi il test della credibilità della politica fiscale seguita dagli Stati che devono rientrare da un debito eccessivo.” Il dato sullo spread che cita Monti è corretto. Però è sbagliato il tiro
La palla doveva mirare non lo spread di novembre 2011, troppo facile, ma quell’insegna al neon che lampeggiando dice: Lo spread dopo un anno di Monti è più basso di quando c’era Berlusconi, di quando ha iniziato, non finito, o no?
Facciamo un po di surf con questo spread? Innanzitutto lo spread è un termine famosissimo che indica una differenza in percentuale, fra rendimenti, nel nostro caso, Spread Btp/Bund, indica la differenza in percentuale tra quanto rendono i titoli italiani (Btp) e i titoli tedeschi (Bund)
Uno Stato in difficoltà cerca (o è costretto a) di incentivare l’acquisto dei propri titoli proprio aumentando il rendimento, al contrario invece uno stato solido economicamente, darà un minore interesse per chi compra le sue obbligazioni. Lo spread era a 24 punti. Erano 6 anni fa. Il 13 novembre 2006, a Palazzo Chigi sedeva Prodi. Berlusconi è stato cacciato un anno fa (9 novembre) a quota 575, quasi venti volte tanto.
A fine 2007, lo spred italiano è cresciuto, di poco a 28 punti. Poi è arrivata la crisi e Berlusconi/Tremonti, tutt’altro che un ossimoro. Lunedì 16 settembre 2008, dopo che il Governo americano aveva costretto la banca Lehman Brothers a dichiarare bancarotta lo spread aveva chiuso a poco più di 70 punti base. Alla fine del 2008 l’indicatore è a 92 punti. Nel 2010 scoppia la bomba del Debito e la crisi e mondiale. E’ comunque un anno di ripresa economica (il pil cresce del 1,8%) e lo spread, nonostante i timori sulla tenuta dei conti pubblici e il peggioramento della crisi in Grecia, c’è ancora il governo Berlusconi, è attorno a quota 160.
Nel luglio 2011, lo spread ha oltrepassato per la prima volta dall’introduzione dell’euro i 200 punti base. E’ da qui che andrebbe contato il divario. Poi è partita la speculazione. Con la Legge Delega da mettere in pratica nel 2013 il Governo Berlusconi si impicca da solo. I mercati lo leggono come rimandare i problemi. In due mesi sfonda i 400 punti. Dopo l’avvio della Finanziaria e un vertice europeo in pochi giorni lo spread scende nuovamente a 250 punti base.
Fino a luglio 2011, il differenziale o spread era conosciuto soltanto dagli specialisti e dai giornalisti economici. Il livello massimo dello spread sotto il governo Monti non è mai salito oltre i 470 punti base ma oggi è oltre i 300 (309punti)
Uno come Monti è capace di dire che senza lui sarebbe salito molto di più. Ed il peggio che tutti glielo lascerebbero dire. A furia di imporre tasse e di tagliare le spese per ridurre il deficit, il PIL è crollato e il Debito si è addirittura innalzato in rapporto allo stesso PIL. Fino al record drammatico del 126,1%.
Per uno che aveva preso l’incarico per contenere Debito e spread….
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Un altro argomento che l’ex Premier Monti affronta nella sua Agenda-Monti è gli impegni futuri
“Ridurre a partire dal 2015, lo stock del debito pubblico in misura pari a un ventesimo ogni anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del prodotto interno lordo;
Il dato che cita Monti è corretto. Però è sbagliato il tiro e si vanta pure.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato e forse di marcio nel nostro ex Belpaese se si applaude ad un punto come quello. Monti è stato il maestro dei tagli e della recessione. Come abbiamo visto dati alla mano. Eppure abbiamo sfondato quota 2000 miliardi in valore assoluto e raggiunto il 126% in valore percentuale del Debito/pil.
Il meccanismo è totalmente ingovernabile? Ci porterà in breve tempo al default? Interviene il punto C del porfessore. Il Fiscal compact. Un abuso illegittimo e vergognoso di cessione di sovranità nazionale firmato da Berlusconi e poi confermato, ovviamente, dallo stesso Monti. Come potremo rispettarlo?
Ricordiamoci che con il fiscal compact l’Italia è obbligata (pena pesantissime sanzioni e il commissariamento) a ridurre il debito al 60% in 20 anni. Come ci ricorda anche Monti. Il che significa ridurlo del 50%, cioè in valore assoluto di 1000 miliardi, vale a dire si devono fare per 20 anni di seguito manovre di tagli e/o maggiori tassazioni da 40-50 miliardi all’anno! Praticamente la crescita del PIL sarà impossibile – o inutile per il benessere ridistributivo – e l’Italia vivrà costantemente in recessione.
E Monti si vanta pure. Ed il peggio che tutti lo lasciano vantare.Potremmo aggiungere la farloccata delle liberalizzazioni vendute da Monti, nella sua Agenda Monti come interesse del cittadino-consumatore (pag.7) “Continuare la stagione delle liberalizzazioni. Le liberalizzazioni non sono state provvedimenti isolati ma parte integrante di una politica economica che ha messo al centro l’interesse dei cittadini-consumatori” Come diceva un amico: “Guardate, io mi auguro solo una cosa: che non si debba ricordare Monti in futuro perché l’unico miracolo che è riuscito a fare davvero è stato rimettere in grado Berlusconi di scendere di nuovo in pista. E questo anche senza averne l’intenzione”.

ENERGIA E FUTURO

Sabato 1 ottobre ho partecipato al Convegno di chiusura della 1°edizione del Varenna Fisica Festival.
Una serata interessante.
Merito dell’organizzazione dell’APiLecco e dei relatori. Su tutti l’economista americano Jeremy Rifkin e il prof. Giulio Sapelli già nel cda di Unicredit ed Eni.
Un vivace dibattito tra chi (Rifkin) vede ineludibile un’accelerazione, urgente e salvifica, verso le energie rinnovabili e chi (Sapelli) evidenzia invece una necessità di fare i conti con la realtà che non è così catastrofica.
Entrambi sono rimasti sulle loro posizioni. Io credo che ci sia, invece, del buono in entrambi.
Sono convinto, infatti, che oggi serve un contesto sinergico collaborativo di elaborazioni teorico culturali alla Rifkin e di fattualità operativa nella realtà alla Sapelli. Questa è la collaborazione necessaria, per fare uno scatto in avanti.
Il Potere (politico e economico) , evocato da Sapelli come zavorra per il Piano di Rifkin non può essere infatti eluso ma i movimenti orizzontali e non verticistici/gerarchici, che possano iniziare “una piccola autonomia” sono indispensabili e sono già praticabili.
Non è necessario aspettare un intervento pubblico, cioè dello Stato, per far partire questa Terza rivoluzione. A livello macro è indubbio che questo sia l’unico soggetto che possa sostenerla, attraverso Leggi e soprattutto risorse, ma, anche nel piccolo di un territorio, di un Comune, di un condominio, si può fare almeno il primo passo.
Questo, ed è il vero problema, però, non avviene come dovrebbe.

La platea era quasi totalmente composta da imprenditori e associati dell’API Lecco e da alcuni sindaci (Lecco/Merate/Mandello). Quanti dei primi (si è saputo) hanno indirizzato parte dei loro investimenti per adeguare la loro fabbrica alla produzione e uso dell’energia rinnovabile?
A partire dai pannelli fotovoltaici per giungere alla coibentazione, al geotermico, al recupero del calore?
Quanti sindaci, a partire da quello del Capoluogo, Brivio, hanno Regolamenti Comunali Vincolanti per la costruzione, ristrutturazione di edifici, privati e pubblici, con metodi legati al risparmio energetico? Perché questo non è nemmeno previsto nel PGT di Lecco in approvazione?
Quanti edifici pubblici, illuminazione pubblica, scelte ambientali e di mobilità urbana, sono pensate per non divorare energia?

Essendoci poi progetti, sia per imprese che per Enti pubblici, a basso o nullo costo, stupisce incrociare importanti sforzi organizzativi per Convegni di indubbia qualità e contemporaneamente scontrasi con la dura realtà di immobilismo collaborativo e innovativo.
Forse serve esplicitare la necessità, per citare ancora Rifkin, di un doveroso “senso del bene comune”, ormai vitale, non più rinviabile che va oltre il fare impresa.

Un aspetto che durante il Convegno paradossalmente nessuno ha toccato come possibile pezzo di soluzione è stato quello della sobrietà. La sobrietà energetica e dei consumi.
Eppure ritengo che sia importante avere tutti quanti coscienza della nostra condizione di ospiti su questa terra. E che non ci si salverà da soli. O ci salviamo tutti, contribuendo ognuno secondo le proprie possibilità, o si affogherà tutti. E a qualcuno sarà chiesto, finalmente, di pagare il conto.

Per questo, raccogliendo la promessa della Presidente Sirtori di una 2°edizione nel 2012, perché non si utilizza quell’appuntamento per dare conto dei progetti, dei risultati, della strada, tangibile e verificabile, messa in campo, da oggi, da pubblico e privato, sul nostro territorio?
Chi raccoglie la sfida?