EUCOOKIELAW_BANNER_TITLE

Lecco in quesi giorni è bellissima. Dobbiamo dircelo.

È una somma di piccole cose che portano al bello.

Sono convinto che in termini anche (auto)educativi e di spirito è buona cosa guardare il bello che c’è, che abbiamo e che siamo in grado di costruire nella e per la nostra città. In questi giorni Lecco è indubbiamente bellissima!! Questa città ha bisogno di credere in sé stessa.

È una somma di piccole cose. E le piccole cose sono puzzle di uno sguardo più grande.

Spettacoli teatrali, concerti, Mostre, Festival, Bici elettriche, Ruota, Letture, Conferenze, LungoLago, Bookcrossing, Fiumi di memoria, OtOlab, Mercato Europeo, Libri, Gente in giringiro, Giovani, Monti e Alpinismo, Fotografie, Antimafia, Partigiane, barche sul lago, corsa, parapendio, addobbi di lana, street art, parchi che riaprono, Matitone panoramico…

E le cose ancor più belle, promettenti, positive sono ancor di più le relazioni, sinergie, partecipazione tra eterogenei soggetti.
Giovani, anziani, ragazzi, bimbi, famiglie, Istituzioni, associazioni, cittadini, aziende, volontariato.

Aver cura del bene comune è una scelta. Comunità si diventa e ognuno fa la Città. Questa città ha bisogno di conferme e di sapere che può credere in sé stessa

È una somma di piccole cose. E le piccole cose sono puzzle di uno sguardo più grande, diverso. Migliore.

Lecco in questi giorni è bellissima. Dobbiamo dircelo.

IO STO CON CORRADO VALSECCHI A CONTARE QUANTE PERLINE VENDE

altan ce la faremoIo sto con Corrado Valsecchi.

Perché Lui è l’assessore, l’uomo del “ghe pensi mi” (visti i risultati gli suggerirei di ripensarci, più che riprovarci), il magnanimo uomo del civismo che van coinvolti i cittadini, però solo se fan come vuole lui e si mettono a servizio per fargli far carriera.

Lui, il traghettatore, che è per la democrazia partecipativa però vuole tagliare la rappresentanza locale. Vuole 42 amministratori al posto dei 200 che oggi sono stati scelti dai cittadini di ben 15 comuni, e domani, con ‘sto tarlo, a un passo dalla banchina del porto della Grande Lecco, lo vedremo ritto sul casseroche fuma la pipa, levarsi l’ancora dai pantaloni, gettarla nelle onde della Malpensata (Nomen omen) e annunciare agli astanti che ci ha pensato e son troppi anche 42, ne basta 1. Lui.

Io sto con Corrado Valsecchi, perché davvero l’assessore del far credere, si è autocondannato a essere sempre così, a dover mostrare sempre perline.

Ed è quello che non vogliono comprendere ne l’editorialista Calvetti ne il suo direttore di Leccoonline.

Lui è la nostra Jessica Rabbit “io non sono cattiva è che mi disegnano così”. Solo che lui fa tutto da solo.

Io sto con Corrado Valsecchi perché lui sa che basta un’esitazione, un piccolo guasto della macchina del consenso che subito viene dimenticato. E per questo continua a gettare sempre fumo. Ma nuovo. Da anni, è lì lì per aprire una Multisala del cinema, da mesi, è lì lì per aprire il Parco di Palazzo Belgiojoso, da mesi e mesi ogni mese dà una data nuova per ri-aprire il Teatro. Da anni promette sotto elezioni cose mirabolanti che si schiantano, immancabilmente alla luce della realtà (andate a leggere i programmi di Appello per Lecco).

Questo trimestre è toccato perciò alla Grande Lecco. Ma poteva essere la nomina dell’allenatore della nazionale. Quale canzone scegliere come tormentone dell’estate.

Corrado Valsecchi è il nostro Re Mida. Ogni cosa importante che tocca, diventa marmo. Si blocca.

Ma non si può spiegare per anni alla gente che deve aspettarsi questo e quello, e poi stupirsi se all’ennesimo “questo e quello” non ci crede più. Se ne frega.

Ormai la gente vuole perline, sempre più perline: e guai a chi come Valsecchi gliele ha promesse e ha finito le scorte.

Persino un uomo fantasioso e ottimista come Corrado Valsecchi dovrebbe finalmente rendersi conto che il suo è un rosario infinito che nemmeno le veggenti di Medjugorje potrebbero reggere e che non gli servirà comunque a farlo diventare Sindaco.

IL MORDI E FUGGI DEI TAFAZZI DE LECCH

secretCapita sovente che il prof. Marchini nei suoi editoriali su Lecco, utilizzi il metodo “dell’assicuratore”: prima ti bastona e poi ti medica.

A volte però le bende e la cura arrivano troppo tardi. Come oggi, nell’ultimo editoriale “Turisti mordi e fuggi. Lecco deve cambiare”

Una caterva di luoghi più triti che comuni (il lungolago dissestato, gli artisti di strada con le fisarmoniche, le bancarelle della creatività e, novità, pure le barche nordiche) di cui fa trasparire un’insofferenza che è quasi idiosincrasia.

Solo alla fine, in due righe, la cura, il medicamento: “se a Lecco vogliamo turisti invece che occasionali incursori, dobbiamo, noi per primi, mutare atteggiamento. Una lungimirante cura del nostro patrimonio. E’ questa la soluzione”.

Ebbene nel “noi per primi” dover mutare atteggiamento, però il prof. Marchini si guarda bene dal riconoscersi.

Perché vivaddio, è sempre troppo tardi quando proveremo che il primo atteggiamento da cambiare, in noi lecchesi, è quello di smettere di ritenerci sempre figli di un dio minore, quello di ritenerci, noi per primi, ancor più malandati di quello che in realtà siamo. Noi per primi ingigantiamo i problemi, demandiamo le soluzioni e sappiamo sempre a chi dare la colpa.

Lecco non è una città turistica però se costruisci percorsi e osservatori sulla Montagna, Festival e Rassegne, se porti la ruota panoramica, se fai mappe sui luoghi da vistare, se agevoli e incrementi le corse dei battelli con la tassa di soggiorno, se estendi gli orari dell’Ufficio Turistico, se promuovi app mobili per la Cultura e luoghi Manzoniani, se frontelago fai dei partecipati street food, se posizioni totem storici turistici, se coinvolgi i giovani e fai concerti musicali, se fai guardare l’orizzonte da un Matitone religioso, se crei nuove modalità di usufruizione della navigazione privata, se hai attività straordinarie come il Planetario e Musei, a partire dallo stesso Palazzo Belgiojoso invidiabilmente bello e curioso, no, c’è sempre troppo poco, è sempre nulla, resti sempre turismo mordi e fuggi. Resti sempre un pezzente.

Lecco per diventare ancor più di quello che è, va sostenuta, senza ovviamente far finta che vada tutto bene, (il lungolago va tenuto più pulito, le piante e l’erba più curata, i parcheggi e le soste più ordinate..) Lecco va vissuta, va animata, e bisogna promuovere quello, poco o tanto, che ha di già – e se non è tanto, certo poco non è – ma non va bastonata. 

Nel frattempo la politica deve sollecitare l’imprenditoria o quest’ultima farsi vedere davvero. Forse però quest’ultima manca più come idee e voglia di rischio di impresa, di coordinamento tra i propri Enti di rappresentanza, più che come danari…

L’Hotelleria è carente a Lecco, come numeri di posti. Perchè hai voglia a voler raddoppiare i numeri di arrivi e presenze per tempi più lunghi, ma mi chiedo, se davvero arrivassero così tanti turisti stanziali dove li mettiamo? Sul Piazzale della funivia di Erna con le brande? O su Marte?  

Evviva gli articoli dove ci piangiamo addosso. Dove prima Lecco si bastona e poi si medica. Così dopo l’editoriale sulla Lecco turistica del prof. Marchini, non ci resta che dire: l’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto.

SOLO DECORO URBANO? quegli abitanti dei sotterranei sono solo da cacciare o possiamo chiederci chi sono?

quarto-stato-di-spalle

Mi sono abituato a vedere le città partendo dalle periferie, dalla presenza di servizi e negozi, dalle informazioni offerte ai turisti e molto dalle persone che vi sostano/abitano.

Se una città ha a cuore la sua vita non cura solo il salotto buono, mettendo sotto il tappetino tutto quello che è residuo e periferico. Mi è capitato di entrare in case dove le famiglie hanno cellophanato i mobili del salotto perché non prendessero polvere; case da vedere e da ostentare ma non da vivere. Sono entrato in case povere, aperte e accoglienti.

Queste ed altre cose mi sono tornate in mente quando ho visto stra-rilanciate sui social, dopo quelle della spazzatura abbandonata volontariamente nei parchi (dalle persone non dai politici), le foto di sotterranei di complessi residenziali affollati dai segni del disagio.

Non mi interessa controbattere chi critica l’Amministrazione o l’elogia se, in entrambi i casi, è per partito preso.

La mia preoccupazione è quella di sollevare degli interrogativi attorno al nostro vivere di cittadini responsabili.

Capisco l’inquietudine a tenere in ordine gli spazi e che risultino godibili da parte di tutti, ma mi spaventa questa ricerca ostinata a tutti i costi del solo decoro urbano.

Mi nasce il dubbio se questo sguardo non riveli altro.

Non condivido molto, per questa ragione, le dichiarazioni dell’assessora Bonacina, e mi stupiscono perché è una persona sensibile e attenta, che nella vicenda di disagio emersa per i sotterranei del Broletto si affretta a dichiarare esclusivamente l’aspetto del decoro urbano: stiamo lavorando, coinvolgendo diversi settori della macchina comunale dato che è una problema trasversale e riguarda la sicurezza, il patrimonio, l’igiene pubblica…”. Sia ben chiaro è la stessa posizione tenuta da tutti quelli che  hanno commentato sui social e ho purtroppo paura che lo sia della stragrande maggioranza dei cittadini.

La mia domanda: per la nostra convivenza civile, che posto hanno le persone e i cittadini con delle difficoltà? Perché dentro quei sotterranei, intorno ai parcheggi pubblici, lungo le vie a fianco dei centri commerciali ci sono soprattutto, innanzitutto, persone..

Quali sono i valori condivisi nell’organizzare oggi la nostra vita? Quelli selettivi del denaro e dell’immagine? Come ci stiamo attrezzando culturalmente e politicamente per affrontare le sfide di queste presenze (di persone più fragili o di stranieri che arrivano)? Siamo in difesa o aperti all’ascolto?

E proprio quei giovani come si dice siano, quegli abitanti dei sotterranei sono solo da cacciare o possiamo chiederci chi sono? (Di cosa hanno bisogno? Cosa stanno chiedendoci? Cosa possono offrire?)

E’ la domanda che riformulo per me ancora oggi: chi sono le persone oggetto della nostra indignazione, paura, indifferenza, del nostro decoro urbano al primo posto, per noi?

Accettare di interrogarci è non chiudere il futuro.

Don Abramo Levi aveva una posizione bellissima: noi non dovremmo né cercare il consenso, né rincorrere il dissenso, ma essere cercatori di senso”.

IL PONZIO PILATO DI AUGIAS ERA UN INETTO. MA NON E’ VERO

ecce_homoDissento, sebbene solo parzialmente, dalla recensione del critico culturale de La Provincia di Lecco, Claudio Scaccabarozzi, in merito alla conferenza spettacolo di Corrado Augias, sulle ultime ore di Gesù: “Ecce Homo, anatomia di una condanna”,  andata in scena mercoledì scorso nell’ambito della bella stagione di Prosa del Comune.

Sono convinto che uno dei diversi meriti di questo cartellone sia proprio, permettere e stimolare differenti punti di vista al termine delle rappresentazioni per altro sempre di qualità.

 A me, per venire al punto, lo spettacolo seppur volutamente in bilico tra divulgazione storica e romanzo, ha lasciato una sensazione mal stirata di precaria soddisfazione.

Uno spettacolo che certamente è stato buona cosa proporre e vedere – la sala era pressoché tutta esaurita – ma che a me è parso, in diversi quadri, davvero troppo sbrigativo nel racconto, non così coinvolgenti, stimolanti nell’invito ad approfondire.

Le riflessioni più irradianti di tutto questo le ho infatti personalmente ricevute e raccolte, da parte di Augias,  quasi fuori racconto: la forza soverchiante e intensa del Calvario e della croce e il Valore della Resurrezione come elaborazione e moto intimo della coscienza, personale e per nulla simbolico, teologico e tribuno.

Totalmente deludente invece, a mio parere, il modo e la rappresentazione che ha scelto di dare di Ponzio Pilato. Mostratoci, e rimarcandolo, come un inetto, un ignorante, un mediocre, una figura incolore

Perplime che una persona con la storia, la militanza, il percorso di Corrado Augias non abbia letto o più probabilmente tratto forza e ragioni per una diversa valutazione di Ponzio Pilato, dalle argomentazioni di Antonio Gramsci e il suo “Elogio al Giudice, il procuratore romano Pilato”.

Ove con più forza, fascino e credibilità mi sia permesso, lo evidenzia come giudice eroico. Seppur persuaso della innocenza di Gesù la qualità giuridica di cui era investito ha fatto tacere la coscienza dell’individuo, del privato cittadino. Eseguendo la sentenza per il rispetto delle autonomie locali che la legge romana imponeva ai magistrati romani.

Dovremmo esaltare Ponzio Pilato. L’indipendenza del potere giudiziario è stata una delle più grandi garanzie di giustizia che l’uomo moderno, grazie ai Romani,  sia riuscito a conquistare.

CERCATORI DI SENSO, OLTRE I SOTTERRANEI DEL DECORO

democraziaMi sono abituato a vedere le città partendo dalle periferie, dalla presenza di servizi e negozi, dalle informazioni offerte ai turisti e molto dalle persone che vi sostano/abitano.

Se una città ha a cuore la sua vita non cura solo il salotto buono, mettendo sotto il tappetino tutto quello che è residuo e periferico. Mi è capitato di entrare in case dove le famiglie hanno cellophanato i mobili del salotto perché non prendessero polvere; case da vedere e da ostentare ma non da vivere. Sono entrato in case povere, aperte e accoglienti.

Queste ed altre cose mi sono tornate in mente quando ho visto sui social e online le foto di androni e cestini colmi di spazzatura lasciata volontariamente senza rispetto, le recenti immagini di sotterranei privati in complessi residenziali, piazze pedonali, parcheggi pubblici e vie laterali a centri commerciali affollate dai segni del disagio.

Non mi interessa controbattere chi critica l’Amministrazione o l’elogia se, in entrambi i casi, è per partito preso. La mia preoccupazione è quella di continuare a sollevare degli interrogativi attorno al nostro vivere di cittadini responsabili.

Capisco l’inquietudine a tenere in ordine gli spazi e che risultino godibili da parte di tutti, ma mi spaventa questa ricerca ostinata a tutti i costi del solo decoro urbano

Mi nasce il dubbio se questo sguardo non riveli altro. A tutti noi sarà capitato, di fronte ad alcune emergenze familiari, di riorganizzare la propria casa, dicendoci che chi arriva è più importante del nostro ordine.

La mia domanda: per la nostra convivenza civile, che posto hanno le persone e i cittadini con delle difficoltà? Perché dentro quei sotterranei, lungo quelle vie, dentro quelle piazze pedonali ci sono soprattutto, innanzitutto persone.

Quali sono i valori condivisi nell’organizzare oggi la nostra vita? Quelli selettivi del denaro e dell’immagine? Come ci stiamo attrezzando culturalmente e politicamente per affrontare le sfide delle nuove presenze (di persone più fragili o di stranieri che arrivano)? Siamo in difesa o aperti alle integrazioni reciproche? Il bene è più da esportare in altre regioni del mondo e meno da condividere per la crescita della bellezza umana della nostra città?

Siamo una città accogliente o questo aggettivo è rimandato al volontariato che deve essere accogliente mentre politica, finanza, interessi, giocano con altri registri?

E oltre l’accoglienza quali investimenti facciamo per il futuro? Cosa chiediamo a queste persone che qui sono di passaggio, riconoscendo competenze di umanità e tecniche; Cosa chiediamo e offriamo in modo particolare per i giovani che vivono e abitano la nostra città? Abbiamo fiducia nelle loro presenze?

E proprio quei giovani, quegli abitanti dei sotterranei sono solo da cacciare o possiamo chiederci chi sono? E in generale chi sono e cosa rappresentano i giovani per questa città? E’ la domanda che riformulo per me ancora oggi: chi sono le persone oggetto della nostra indignazione, paura, indifferenza, del nostro decoro urbano al primo posto, per noi? Accettare di interrogarci è non chiudere il futuro.

Don Abramo Levi aveva una posizione bellissima: noi non dovremmo né cercare il consenso, né rincorrere il dissenso, ma essere cercatori di senso”.

a forza di essere vento