GIOCOFORZA?

Ieri su la Provincia c’erano 3 articoli interessanti sull’economia. L’editoriale :““La sfida di Tremonti: rivoluzionare il sistema economico”; L’opinione di A. Molteni, un ex dirigente:“Non è più tempo di castelli di sabbia”; e, Il resoconto di M.G.Della Vecchia sulla serata organizzata da Api Lecco:“L’Arca di Noè”. In tutti c’era da imparare e da riflettere. Ma tutti e tre, mi sia permesso, mancavano di 2 cose. La voce, il punto di vista del lavoratore, dell’operaio, del salariato. E quello dell’alternativa. Ovviamente non era obbligatorio, Però sarebbe stato utile. Per diverse ragioni: i conti pubblici; la forza della Cina senza diritti; la crisi finanziaria e le regole obsolete; tutto evidenziava, in maniera più o meno esplicita, su chi caricare maggiormente il peso per uscire dalla crisi. Caricarlo giocoforza sia ben chiaro. Ecco è il giocoforza che io non condivido. Il referendum Fiat, non a caso citato come spartiacque, come difesa dell’industria, diventerà la Bibbia per avvicinarci più alla Cina come diritti che come ritorno economico. Se facessimo caso ai dati sarebbe un poco più semplice. Negli ultimi 10anni di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati 7; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l’entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l’ultimo punto, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere) nel giro di 5 anni si dovrebbero produrre e vendere –vendere!- in Europa 30 milioni di auto l’anno. Il doppio delle vendite pre-crisi. Un’autentica follia. Forse sarebbe ora chiedersi, per salvare l’industria ed il lavoro in Italia, quindi, non solo come si produce ma anche cosa.

Alla serata dell’Api, non è emerso, che vicino a capaci imprenditori che hanno anche messo mano al loro patrimonio per salvare azienda e posti di lavoro, ce ne sono molti, troppi, che non hanno mai investito nell’azienda, hanno rincorso il profitto facile e la finanza, hanno sfruttato la flessibilità del lavoro, hanno preferito togliere liquidità ed ora criticano che c’è poco accesso al credito bancario. Vogliamo analizzare anche come sono stati fatti questi profitti personali? I lavoratori – dati della Banca Mondiale- trasferiscono ogni anno fra i 5000 e i 7000 euro ai percettori di profitti.  Dovrebbe essere semplice, quindi, chi finora ha retto il carico dell’economia reale italiana.

Facciamoci caso inoltre: un imprenditore, comprensibilmente, assume i propri nuovi dipendenti tramite percorso precario, flessibile lo chiama il sen. Ichino: 3 mesi e poi la giostra gira: a casa o altri 3 mesi e via così. Allora mi permetto. Se un imprenditore prova un lavoratore e poi finito il contratto precario non ritiene ci siano gli elementi per assumerlo ok, va bene. Però gli deve essere vietato assumerne altri, sempre precari/flessibili, altrimenti è furbizia. Invece questo avviene normalmente a discapito di chi non ha difese.

Tremonti sta provando, e concludo, a mascherare i fatti. E’ da anni che la nostra produttività ed i consumi sono in caduta. Manovre di stimolo? Nessuna. Guardiamo il debito pubblico, il rapporto debito/pil, il deficit, il disavanzo primario. Tutti, in questi anni, peggio che gli altri  grandi Paesi.

E chi parla dell’alternativa? Che i soldi comunque ci sarebbero, ci sono? Il problema è come si spendono. Il 20% delle spese militari, denari pubblici, si possono impiegare per i cittadini. Sono 4 miliardi di euro; Passare al software libero nel pubblico fa risparmiare 1 mld.; Tassare la finanza dal 12,5% al 23% si ricavano altri 5 mld; Una patrimoniale sui redditi sopra i 500mila euro, altri 10 mld; Mettere all’asta le frequenze libere del digitale terreste (come avvenuto in Germina) si ricavano altri 4,5 mld. La somma, non a caso, è lo stesso importo della manovra Tremonti. Senza toccare però salari, lavoratori, pensioni ed Enti locali. L’alternativa c’è.

Basta non essere egoisti.

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