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BODEGA SALVATO DA RUSCONI. ce li meritiamo entrambi

Credo che bisogna pubblicamente applaudire e complimentarsi – e io lo faccio – con l’On. Codurelli per il voto contrario al mantenimento dell’incarico parlamentare dell’ex sindaco Bodega. Soprattutto per le motivazioni che ha esplicitato. “Voto contro per rispettare la Legge”. Evviva.
Questo non può, conseguentemente, non far evidenziare il comportamento deplorevole che ha tenuto l’on Rusconi che invece – a dispetto della Legge – ha votato a favore. L’on.Rusconi ha motivato il Suo voto con argomentazioni che rasentano l’ipocrisia e soprattutto l’evidenza che per lui la Legge è come un elastico. C’è chi “può” rispettarla e c’è chi “deve” rispettarla. I primi sono i politici – coloro che le fanno – gli altri sono tutti gli altri. Noi. Già l’anomalia che davanti a una palese violazione di Legge i Parlamentari si riuniscano per decidere se tenerne conto o no è un altro aspetto della distorsione e della volgarità di questa classe politica.
Risulta, infatti, anomalo il comportamento serio dell’On. Codurelli, non quello clientelare e furbo e privo di eticità dell’on. Rusconi. Ognuno, infatti, sull’esempio dell’on. Rusconi perché non potrà, davanti ad un giudice, avvalersi anche lui di questi privilegi, di questa lettura paciosa e volgare delle regole?
Non meno colpa ha in questa vicenda l’on. Bodega che solo forte di questue ha potuto mantenere un ruolo che non poteva essere suo. Per Legge. Quali impedimenti gli vietavano di dimettersi un mese prima dal Suo incarico di Sindaco essendo a conoscenza della Legge sull’ineleggibilità che determina un preciso termine di tempo per presentare le dimissioni? Se entrambi, Bodega e Rusconi, avessero un briciolo di etica, di morale, di semplice serietà e rispetto dovrebbero dimettersi. Ma non lo faranno. E l’aspetto grave è che nessuno o ben pochi elettori, cittadini, glielo chiederanno.
Perché forse – a pensarci – hanno ragione loro i Bodega e i Rusconi (che si stimano pure a vicenda) che hanno la stessa prudenza, la stessa furbizia, la stessa gentile ipocrisia di chi del potere è artefice solo in quanto disponibile a servirlo ed a servirsi.
Siamo la patria dei furbi, delle pacche sulle spalle, dell’arroganza del potere, del tornaconto personale, della carenza di dignità.

I Bodega e i Rusconi noi ce li meritiamo.

sVISTA SULLA STAZIONE DI LECCO

Ogni giorno è un urgenza, quando piove diventa un’emergenza eppure in entrambi i casi l’Assessore ai Trasporti di Lecco Stefano Chirico non avverte nemmeno la decenza di scostare la tenda della finestra del suo ufficio di Palazzo Bovara e guardar giù per prenderne coscienza.

Basterebbe questo, infatti, per comprendere che solo la passività, l’ignavia è male peggiore. E per un Amministratore pubblico una vergogna senza appello.

Eppure basterebbe poco per vedere come i pullman del servizio pubblico arrancano e accumulano ritardo e pericoli nella sola Piazza della Stazione per capire che non si può attendere anni – con il rifacimento della Stazione – per sperare di risolvere i disagi perenni e inammissibili di cittadini e utenti. Basterebbe affacciarsi e agire più che fare opuscoli con decaloghi insieme all’Assessore all’Ambiente e all’Agenda21 Virginia Tentori. Regolamentare/sospendere l’ingresso in Stazione, almeno negli orari dei pendolari, alle auto private, pensare, per le auto, almeno un senso unico per il tratto Via Marco D’Oggiono, Stazione e primo pezzo Corso Matteotti, implementare una fermata bus scolastici davanti a Via Porta servendosi (eventualmente) dell’attuale parcheggio farmacia, incentivare e promuovere, seriamente, forme di uso collettivo dell’automobile (car pooling-car sharing), anche in coordinamento con altri Enti (Provincia, Ospedale, Unione Industriali, Comunità Montane, Apt ) potrebbero essere soluzioni da sperimentare. Se ogni mattina, infatti, in Stazione i bus non riescono ad entrare, girare e uscire, perché le auto private entrano e addirittura sostano indisturbate in ogni dove della Piazza, e questo comporta ritardi del servizio pubblico, rischi evidenti e numerosi di investire pendolari e studenti, il menefreghismo istituzionale è la dimostrazione altrettanto evidente di uno stato di abbandono che dovrebbe essere umiliante per chi si è assunto l’incarico di amministrare il bene pubblico. Se l’Assessore ed il Sindaco, almeno in quegli aspetti elementari, non sono in grado di gestire e trovare soluzioni per la mobilità urbana – anche diverse da quelle qui proposte ovviamente – il traffico evidentemente dovrebbero dirigerlo più che governarlo.

BENEFICENZA CON IL MEGAFONO

 Bisogna fare un plauso al reggente Sindaco di Lecco Daniele Nava.

Infatti ha donato, l’abbiamo letto su tutta la stampa locale, ben 3000 euri, frutto della supplenza nel ruolo di Sindaco della Città, all’Istituto per anziani Airoldi e Muzzi.

Peccato che a 15 giorni dalle elezioni avrebbe fatto bene a evitarne il risalto pubblico. Bastava posticipare di qualche giorno l’emissione dell’assegno.

Sono gesti così che in un fruscio di carta moneta trasformano un gesto da signore in un grezzo gesto di arricchito.

La beneficenza per antonomasia è anonima, disinteressata qui oggi ha tutt,altro aspetto e odore. Tremila euri sono importanti per qualche panchina sotto le querce del parco dell’Istituto ma lì il problema è ben altro. Le rette spaventosamente alte mangiano tutta la pensione degli ospiti, lì dovrebbe un serio amministratore non limitarsi, come ha fatto invece Nava a elargire una mancia, ma analizzare  – e in questi anni aveva tempo e ruolo – i dispositivi mortificanti e le risorse di sopravvivenza degli anziani, dovrebbe, un bravo amministratore, risolvere strutturalmente-  ed in questi anni Nava aveva tempo, risorse e funzioni – il ruolo ormai generale della moderna istituzione totale per anziani e la sua funzione terminale, di custodia delle persone destinate ad attendere passivamente la morte. Persone di età sempre più giovane considerate ormai in esubero.

Dovrebbe esaminare, un bravo amministratore, i dispositivi della contenzione fisica e farmacologia, attivati più per tranquillità istituzionale che per la “sicurezza e protezione dell’anziano”, e quelli di infantilizzazione e dipendenza delle persone ricoverate.

I Pannoloni, verdi e di altri colori, che vengono imposti negli Istituti di ricovero per anziani, per comodità dell’istituzione e favoriscono l’incontinenza, si possono considerare un simbolo di questi itinerari regressivi, e una seria Amministrazione locale dovrebbe porre rimedio e conforto. Invece no un lavoro troppo complicato e poi si sa 3000 euri dati così fanno passare il candidato Nava per generoso, fiducioso che la stampa, visti i tempi elettorali, lo segnali con enfasi.

Peccato che la Direzione dell’Istituto Airoldi e Muzzi e gli anziani lì ricoverati a rette spaventose, evidentemente non siano in condizione di sputare su elemosine così evidentemente ipocrite.

ROMPERCI LE BALLE A FONDO PERDUTO

Credo che si sia prestata troppa poca attenzione ad una notizia che, ancora una volta, dimostra la vera sostanza e la vera furbaggine – che non è una virtù ma una porcheria – che contraddistingue una forza politica che si vanta di essere di governo. Parlo della Lega Nord e dei suoi rappresentanti. Non è la mia una critica od un appunto ideologico è una semplice constatazione dei fatti che si inanellano ormai quotidianamente. Del pensiero leghista l’aspetto che avrebbe, da tempo, dovuto mettere in guardia tutti era il continuo far cenno alla “gente” al “popolo” e allo “stare dalla parte della gente”. Una specie di intercalare fisso, di tic nervoso che percorre il rude evangelo di Bodega e su su sino al condottiero Bossi con ossessiva, e sospetta, frequenza. Martedì sera, durante la visita di Bossi a Lecco, tra un “popolo” e una “gente” si levavano alti i cori “federalismo, federalismo” Li hanno messo anche sui cartelloni elettorali. E cosa titola il quotidiano locale? Le parole di Bossi: “Per il Sindaco di Lecco non ho ancora deciso..” Puf!! Eccola la notizia a cui si è prestata troppo poca attenzione e si è dato poco seguito. L’ennesimo tornado che avrebbe dovuto spazzare via il fraudolento castello di carta del federalismo leghista. Tutto ad un tratto il “popolo” la “ggente” sparita, non ha neppure, non il potere ma nemmeno il semplice diritto di scegliersi il suo Sindaco, lo può decidere un capo qualsiasi in qualche alpeggio della bergamasca o a qualche tavolo di un noto ristorante capitolino. Non bastasse tuonano contro “Roma Ladrona”, “Padroni a casa nostra” e poi non permettono, non il potere ma neppure il semplice e sacrosanto diritto di poter scegliere da chi farsi rappresentare al Parlamento. No, si inaugura, il federalismo alla rovescia decidono non i lecchesi ma lo Stato centrale della Lega chi mandare a Roma. E Bodega sul palco in fianco a Bossi commosso ad applaudire. Evidente, con il federalismo delle scelte e delle decisioni sul Territorio Bodega a Roma, da onorevole, non ci andava di sicuro. Quindi da Bossi giù giù fino a Bodega quando vogliono parlare di federalismo è meglio che si radunino al bar a cantare /Su e giù per la Valsugana/ smettendola, una buona volta, scusate il latinismo, di romperci le balle a fondo perduto.

29 MARZO 2006 LA PROVINCIA DI LECCO

archivio:L’INNO DI ALLAH in un concerto VADE RETRO in basilica

E’ figlia della superstizione. E della paura. Il Prevosto di Lecco, monsignor Busti ha vietato in Basilica un Inno ad Allah. Ed in che modo soprattutto. Ha addirittura minacciato di staccare la luce e di sospendere il concerto appena fosse iniziato il brano.

Le scuse che il Prevosto usa sono di una banalità allucinante: “non credo che ai musulmani faccia piacere che si cantino i loro inni nelle nostre chiese, e viceversa”.

E’ più probabile invece che sia come tutte le altre volte. Paura e miopia. Quando c’è un concerto le chiese, infatti, vengono momentaneamente private dell’Eucarestia conservata nel Tabernacolo e questo tenuto aperto. Negando, tra l’altro, l’onnipresenza “qui ed in ogni luogo” di Dio. Ma il gesto di mons. Busti denota inoltre che il significato ecumenico, vecchio di oltre 40 anni, insegnatoci da Papa Giovanni XXIII, per superstizione e paura può anche da chi dovrebbe essere pastore della propria comunità, facilmente disatteso. Innalzare, in un concerto di pace un Inno a Dio, al dio dei musulmani, nel Tempio dello stesso Dio – ebbene si ce lo dimentichiamo o ce lo vogliono far dimenticare – è profanare il Tempio?
O si ha poca considerazione di Dio o si ha poca considerazione degli uomini. Ed a volte è più facile ancora che la sia abbia di tutti e due. La preghiera, nelle sue mille forme, proprio per le sue mille forme, è forse il linguaggio più libero e incoercibile di cui l’uomo disponga. Attraverso di esse – oltre a un munitissimo catalogo di divinità già note – ci si può rivolgere all’intero universo. Ci si può rivolgere a pianeti, alberi, bestie, carciofi, case, in buona comunione con ciascuna di queste cose e a volte, nei rari momenti di grazia di cui disponiamo, con tette queste cose insieme. Si può pregare sdraiati, seduti, in piedi, guidando e camminando. E il bello è che lo si può fare ovunque: dicono, a volte, addirittura nelle chiese. Ma è meglio all’aria aperta.

Da ieri sappiamo che per colpa di Monsignor Busti, Prevosto di Lecco, è obbligatorio farlo solo all’aria aperta. Deve aver saltato quel passaggio delle Sacre Scritture dove qualcuno di importante per bocca di Marco 11,17 insegnò: «Non sta forse scritto: /La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti?…”
O per riprendere l’Omelia del cardinal Tettamanzi pronunciata nell’apertura dell’anno accademico dell’Università Cattolica lo scorso novembre che riporto testuale “*Come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale. *Ci aiuta a scoprire in profondità il senso della dimora di Dio in mezzo a noi. È proprio nella sua casa che noi veniamo invitati, accolti e radicalmente trasformati sino a diventare, stringendoci a Cristo Gesù, «pietre vive» del vero tempio di Dio (cfr.1 Pietro 2, 4-5). Il tempio vero è, dunque, il tempio edificato con le «pietre vive», è la nuova comunità che scaturisce dalla Pasqua di Gesù e dall’effusione del suo Spirito. In tal modo, l’attenzione si sposta dall’edificio al popolo: il tempio è il popolo del Signore che, in mezzo agli altri popoli, proclama «le opere meravigliose» di Dio, il quale lo «ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Bisognerebbe cantare queste parole. Ma la Basilica di Lecco non ha “pietre vive”. Per qualcuno.

5 febbraio 2005

LA FALSA UGUAGLIANZA E LIBERTA’ DI PEROSSI. il cerchiobottismo

Ha ragione l’assessore Perossi. Quello che è successo al Teatro della Società di Lecco nella Giornata retorica della Memoria poteva finire solo così. Io non c’ero ed è stato un peccato perché scene di quel genere vanno raccontate ai figli e tramandarte in un esercizio di ricordi. Dalla cronaca della stampa locale si è capito poco. Chi dice che è stato provocato chi invece dice che è stato l’assessore a provocare. Fatto sta che l’assessore, a prescindere, ha e aveva ragione. Lavoriamo perché, casomai, non l’abbia ancora. Interessante per tutti, credo, è analizzare come brandendo la parola democrazia ognuno – se un amministratore ancor meglio – ha il diritto di dire qualsiasi scemenza e guai se qualcuno o molti più di qualcuno ricorda che democrazia non è falsa uguaglianza, falsa libertà di fare e dire ciò che si vuole. Perossi, politico non di primo pelo e già co-artefice dell’autosfacelo lecchese della prima repubblica, ha deciso di farsi giustizia da sé. Il pubblico ha risposto per le rime. Meno male, c’è vita su Marte.

Invece la politica presente sul palco ancora una volta ha praticato l’arte cerchiobottista. Si è letto sui giornali: “condanno la contestazione ma erano parole fuori posto”; “il pubblico ha forse frainteso le parole dell’assessore”, “in democrazia non si interrompe chi sta parlando”.
Non si capisce che cosa significhi tutto questo. Politici di tutti gli schieramenti dimostrano quotidianamente in tv di praticare l’interruzione e qui si vuole fare la morale? La contestazione non è più un diritto? Pertini, evidentemente di un altro spessore e con altra storia fu anch’esso contestato quando venne a Lecco per conferire la medaglia d’argento alla Città ma nell’occasione ebbe a dire:“liberi fischi in libera piazza”. Invece giovedì l’Assessore Perossi oltre all’arroganza di un discorso che era poco saggio ha fatto ancor di peggio. Ha voluto (involontariamente?) far emergere quello che è una colpa di questa classe politica. Locale e nazionale. Ritenere il compito di governare come proprietà privata. E usarlo e gestirlo come se si fosse il padrone del vapore. “Il Teatro e’ del Comune e qui voi siete ospiti” è un’affermazione tanto ignorante quanto grave. Che significa? Pensiamoci bene. Ho sempre saputo che la cosa pubblica è di tutti per Perossi invece no. E’ cosa sua. Si dà il caso che, casomai, in Teatro c’erano i veri padroni e sul palco i dipendenti di questi essendo i politici stipendiati dai cittadini il rapporto di lavoro e quindi di “proprietà” va capovolto a favore di questi ultimi. Per finire frasi come quelle del Perossi “in platea si manifesta il seme di una nuova possibile Shoa” potrebbero commentarsi da sole e qualcuno sarebbe dovuto andare sul o dal palco a prenderlo per un orecchio. Ma per non essere ipocrita come molti, eviterò di indignarmi troppo: ogni movimento politico (ogni paese), anche di questi tempi ha tra le sue fila qualche borghezio seppur in giacca e cravatta, generalmente il più tontolone della compagnia. Di solito, però, gli si fa fare il servizio d’ordine, non il deputato o l’assessore.

1/2/2005